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Full text of "Vita e poesie di Messer Cino da Pistoia"

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-J 




1 




^ 



yK/v'.A/ J 



CINO DA PISTOIA 



VITA E POESIE 

MESSER GINO 

DA PISTOIA. 

NOVELLA EDIZIONE 



RIVISTA ED ACCRESCIUTA DAIx' AUTORE 



ABATE 

SEBASTIANO CIAMPI 



PISA 



PRESSO NICCOLÒ CAPUBRO 
MDCCCXIIL 



- • 



A SUA ECCELLENZA 

IL SIGNORE 

CONTE FERDINANDO 

MARESCALCHI 

MmiSTRQ DELLE RELAZIONI ESTERE DEL REGNO 

d'itali A, CANCELLIERE E GRAN DIGNITARIO 

dell' ordine DELLA CORONA DI FERRO, 

GRAND AQUILA DELLA LEGION d' ONORE. 



Jr oichè ebbi il foj^unato incon- 
tro di potere essere ascritto nel 
numero di coloro, ai quali Voi 
accordate stima e protezione , ri- 
volsi subito l'animo mio a trovar 



qualche vìa , onde mostrarvi de- 
gnamente la debita riconoscenza 
e gratitudine . L'aver avuto fra 
mano questa Nocella edizione 
della Vita e delle Rime di Messer 
Cirio da Pistoia me ne sommini- 
strò facilmente l'opportuna oc- 
casione . Siccome le Rime di 
questo Padre della poesìa, non 
meno che della lingua italiana, 
saranno perpetuamente super- 
stiti , così legando con esse que- 
sti miei sentimenti di rispetto 
e d'ossequio verso dell' Eccel- 
lenza Vostra , avrò di sicuro tro- 
vata la maniera di far noto alla 
più rimota posterità che a Voi 



X 



le consacro come a mio Patrono 
singolarissimo , e come ad amato- 
re di tutto quello , che al lustro , 
ed al promuovimeiito della ita- 
liana favella può in qualsivoglia 
modo contribuire. 

Nella fiducia che TE. V. si 
degnerà d'accogliere favorevol- 
mente questo tributo della mia 
devozione, mi confermo rispet- 
tosamente 

Dell' Eccellenza Vostra 



Pisa I Settembre i8i3. 



Devotissimo Servo 
Sebastiano Ciampi 



DEDICA DELLA PRIMA EDIZIONE. 



AL CHIARISSIMO SIGNORE 

GIANFRANCESCO GALEANI 

NAPIONE 

ATTUALE DIRETTORE DELLA CLASSE DI LETTERATURA 

E RELLB ARTI BTELL' IMPERIALE ACCADEMIA 

DI TURINO BC. EG. 

A chi mai più com^enientemente che a Foi " 
poteva intitolar io queste Memorie della Vita 
di messer Cino da Pistoia y- a Foi^ che tanto 
vi siete adoperato , e vi adoperate di continuo 
per mantenere e promuovere la purità , e la 
nitidezza del nostro italiano linguaggio, il qua-- 
le da messer Cino non altrimenti che da Dan- 
te , dal Petrarca e dal Boccaccio riconosce il 
suo perfezionamento e la sua eleganza P 

Questa ragione di convenienza è poi con- 
giunta a un dovere di gratitudine per quanto 
mi avete giovato col procurarmi varj documen- 
ti e varie notizie , le quali hanno molto contri- 
buito al miglioramento di questo lavoro , del 
quale vi prego a gradire T offerta in attestato 
di quella stima che unitamente a tutta la Re- 
pubblica delle lettere vi professo; ed a cui sa- 
rò sempre devotissimo 

Pisa I Maggio 1808. 

Ab. Sbbastiano Ciampi. 



« Dignus est Cinus in quem et studiosi luris 
« multunt operce et studii conferant. Nàm et 
« "veritatis amans et luris imperatorii adsertor 
N et sua^ aetatis summus luris interpresjiiit. 

Cifloero nell' Epistola Dedicatoria 
premessa alla sua Edizione delle 
Opere legali dì Gino . 






SEBASTIANO CIAMPI 

Professore di letteratura greca nell'i mp. 
acc abemia di pisa , membro di più* illustri 

società' scientifiche e LETTERARIE EC. 

AGLI AMATORI 

DELL'ITALIANA LETTERATURA 



Uopo che gli eruditi hanno tanto faticato 
per mettere in chiaro lume le memorie, ed 
i pregj di quegl' illustri italiani , che o con 
la protezione e col favore, o per mezzo 
della professione e dell' esercizio cooperaro- 
no al rinascimento delle scienze, e dell'arti: 
non dovea certamente restare dimenticato 
il celebre messer Gino da Pistoia , a cui di ^f 
tanto sono debitrici la giurisprudenza , e la 
volgar poesia . Se ad ogni Italiano apparte- 
nere poteva la cura di ravvivarne, e d'illu- 
strarne la memoria, massimamente ciò con- 
veniva a chi , avendo comune la patria , con 
^ scrivere le Memorie di esso non solo ren- 
de servigio alle Liettere, ma i proprj concit- 



n 

tadini rincudra e rianima, e gli esorta a 
non dimostrarsi degeneri da così illustre 
loro antenato. Per queste • ragioni ho riso^ 
luto di raccogliere le poche memorie certe , 
e le più probabili che ci rimangono, sce- 
gliendole Tramezzo ad una moltitudine di 
favole, e di apocrifi documenti, che mentre 
simile ad un romanzo riducono la vita di 
messer Gino, poco decoro fanno agli Scrit- 
tori che le hanno ricevute per vere, come 
gli Storici pistojesi, il Doni, il Panciro- 
lo, il Gravina ed altri molti, i quali copian- 
do tuttociò che trovarono scritto prima, ben 
poco di vero ce ne dissero , neppure essendo 
concordi nello stabilirne il casato. I primi 
che, incidentemente parlando di Gino, smen- 
tissero alcune delle favole che ne correvano, 
furono gli eruditissimi MazzucchelH (i), P. 
Ab. Sarti (2) , e Gav. Tiraboschi (3) . Ne di po- 
co debbe loro esser obbligato chiunque cerca 
k verità della storia, e non i dehrj d' una 
fantasia riscaldata , o la frode di chi mira ad 
accreditare fole e menzogne presso la sempre 

(1) Mazzucch. Scritt. Ital. art. Bocc. 

(2) De CI. Prof. Archigym. Bonon. 

(3) Tirab. Istor. della Lett. Ital. 



in 

folta turba dei creduli nella posterità. Essen. 
domi dunque proposto di separare il vero 
dal falso, ed insieme di rintracciare quel nu- 
mero di notizie che avessi potuto maggiore ; 
mi fu necessario di fare un critico esame di 
quanto era stato detto dagli altri, e d'inve- 
stigare tutte le antiche memorie , tra le^ qua- 
li sperar poteva d'imbattermi in qualche no- 
tizia ignorata finora. A tal fine ho scorsi 
tutti i voluminosi codici delle Riforme , e 
Prowisioni del Comune di Pistoja dal \ 829 
( epoca la più remota a cui que' libri risalga- 
no per essere l' avanzo di più incendj ) fino 
al i336, circa al qual'anno morì messer Gi- 
no. E perchè dimorò non poco tempo in 
Perugia professore di quello Studio , credet- 
ti di dover fare diligenze anche là , dirigen- 
domi perdo air eruditissimo sig. Gio. Bati- 
sta Vermiglinoli, che quanto potè raccoglie- 
re mi ha gentilmente comunicato. L'esito 
peraltro non ha pienamente corrisposto ai 
miei voti , ed alle adoperate diligenze e fa- 
tiche . Quello che ho potuto mettere insieme 
per questa, e per altre vie l'ho unito con 
quanto mi hanno somministrato tanto le 
Opere legali e poetiche dello stesso messer 



Gino, quanto alcune Memorie di Pandolfo 
Arfaroli inedite, ed esistenti presso i cultis^ 
simi sigg. dottore Bernardino Vitoni , e cav. 
Francesco Tolomei di Pistoia • Questo Pan- 
dolfo Arfaroli è anche autore d*una Storia 
pistojese MS. che si conserva nell'Archivio 
capitolare della Chiesa cattedrale Pistojose, e 
dì altre Memorie parimente mss. in queir 
Archivio Gomunitativo . L' Arfaroli dunque , 
fra le notizie che ci ha dato di messer Gino, 
assicura di averne levate alcune da un MS. 
deiranno i337 conservato a' suoi giorni nel- 
r Archivio di S. Jacopo , e dove era lo ^m^en- 
tario cfdo schiatta oe/acto de beni che m^s^ 
ser tino lascio afrancesco di mino suo nipo- 
te elio decto* nventario fece ser lapo dipierò 
visconti a di 28 di gennaio del 1^37/ e di 
pili la nota di varie spese per la malattia, 
morte , sepoltura , e per l' allogamento ad 
un'artefice senese del cenotafio di messer 
Gino; i quali documenti saranno da me ri- 
portati come dair Arfaroli ci furono trasmes- 
si; poiché, per quante premure abbia messo 
in opera, non mi è stato possibile di ritro- 
vare l'originale. Ma per questo non è da 
porsi in dubbio l'autenticità dèi medesimi; 



\ 



a«zi, dobbiamo prestar loro tutta la fede 
sulla testimonianza dell' Arfaroli, il quale fa 
sempre trovato sincerissimo dai nostri Ar^ 
cheologi. Oltre di che quel^documenti hanno 
da per loro stessi non pochi caratteri di ge- 
nuinità. Che seTArfarolitrascrisseli senza te- 
nersi sempre scrupolosamente attaccato alla 
antica ortografia : ciò avvenne perchè non 
pensando al caso dello smarrimento, fu piii 
premuroso delle cose , che della identità del- 
le parole e della ortografia come da molti , 
quantunque non lodevolmente, vien tuttodì 
praticato. S'aggiunga che anche lo storico 
Michelangiolo Salvi parla di quel MS. come 
a' suoi giorni esistente , e dal medesimo trae 
la prova che m. Gino veramente morisse in 
Pistoia (4). Siccome poi, quasi in compensa- 
zione delle mie fatiche, non pienamente cor- 
risposte per l'oggetto primitivo, mi sono in- 
contrato in molte altre notizie , le quali se 
non vi appartenevano direttamente, pure 
occupar vi potevano qualche luogo; le ho 
perciò qua e là collocate, perchè dalla va- 
rietà stessa pili diletto ne venga ai leggitori, ed 

(4). Salvi delle Storie di Pistoia ec. Tom. 2 par. a 
lib. 8 p. 43. 



VI 

anche per questa via all' utilità delle lettere 
il mio lavoro maggiormente contribuisca. 

Il detto fin qui basti ad assicurare che da 
me niuna diligenza fu tralasciata per racco- 
gliere notizie sicure intorno al soggetto di cui 
mi son proposto di ragionare. Ma essendo 
persuaso che quand'anche molto maggior 
numero di fatti storici mi fosse avvenuto di 
riunire, il mio lavoro sarebbe stato sempre 
imperfetto, qualora non avessi procurato di j 

far conoscere, e di rilevare quelle prerogati- ^ 

ve per cui mes, Gino particolarmente si ren- 
dette utile a' suoi contemporanei , ed alla po- 
sterità: indi è che oltre alle mie proprie os- 
servazioni, fatte specialmente sulle Opere sue 
legali ,ho voluto aggiungere quelle di uomini 
intelligentissimi nelle leggi per presentare 
la vera idea del suo merito nella giurispru- 
denza; e debbo per ciò confessarmi molto 
grato ad alcuni sapienti professori Legisti di 
questa Imperiale Accademia, e specialmente 
al dottissimo sig. professore Lorenzo Tosi . 
Se poi trattando quest' argomento , posso di- 
re quasi del tutto nuovo, non avrò piena- 
mente appagato il genio dei miei lettori, 
spero almeno che questo lavoro non sarà sta- 



VII 

to loro totalinente sgradevole , almeno per , 
la sua nuovità, conformemente al detto di 
Otoero 

gli uomini quel canto % 

Celebran più y eh' è {^ù nuovo a chi Y ode. 

Odissea Uè. i. 

Fin qui scrissi allorquando pubblicai la 
primA volta le Memorie della vita di mess. 
Gino. Ma poiché la buona accoglienza che 
ricevettero in Italia ed in Francia mi ha 
fatto animo a produrne una seconda edizio- 
ne arricchita delle poesie edite ed inedite 
deL medesimo mess. Gino, debbo aggiunge- 
re alcune cose tanto in proposito delle Me* 
Hiorie, quanto intorno alle Rime. Per le 
prime non ho trascurato ne diligenza^ ne 
fatica nel raccogliere nuove notizie, nel ret- 
tificare le antiche , e nel togliere al mio la- 
voro alcuni difetti che mostravano il biso- 
gno di nuovi accarezzamenti . 

Girca poi alle Rime , mia prima cura è 
stata di riprodurre fedelmente l'edizione ra- 
rissima da Niccolò Pilli pistoiese fatta in Ro- 
ma nel 1 559, conservando tutte le notizie 



vili 

che T editore ci dà su la provenienza, pd au« 
tenticita delle Rime che egli ha pubblicate . 
Nelle note ho registrato le lezioni varianti 
di qualche importanza; riformandone però 
con opportuna cautela Y ortografìa , e V in- 
^rpunzione • 

Secondariamente ho scelto nella edizione 
di Faustino Tasso le Rime che mi sono sem- 
brate parto, legittimo del nostro Poeta , ri- 
fiutando le altre o come sospette , o come 
apocrife palesemente , avendomi prestato as- 
sistenza in questo rifiuto T intelligentissimo 
Sig. Gaetano Foggiali^ ed altre autorevoli 
persone; e fummo indotti a ciò fare per le 
ragioni Sipecialmente di non rawisarvisi , né 
punto ne poco^lo stile di m.Cino, di non citarsi 
dal Tasso circa all' autenticità , testimonian- 
ze tali che possano assicurare delle medesi- 
me; ed in fine per non essersene trovata al- 
cuna negli antichi MSS. e nelle piii vecchie 
edizioni ; per le quali considerazioni ho giu- 
dicato che , tranne la prima parte , tutte le 
rimanenti dell' edizione di Faustino Tasso 
appartengano aduno o a più autori d'un tem- 
po al nostro Gino posteriore, e forse a quel 
Francesco Gei, di cui molte rime nelle an- 



\ 



IX 

tidbé raccolte attribtiite vengono al nostro 
autore , per asservazione del Grescimbeni . 

Fuvyi anche un ser Cina poeta dal Borgo 
S. Sepolcro y fiorito intorno al i4io; rime 
di cui sono citate dal Quadrio, come esi-*- 
stenti nella libreria Chigi di Ro^ia (Quad. 
T. X lib. i.cap. 8.); ed il Grescimbeni ne 
riporta una canzone ; onde per avventura 
poterono le rime di questo ser Gino esser 
pubblicate per opere di messer Gino da Pi* 
stola nella edizione del Tasso, il quale non 
si dimostra poi fornito di molta critica ; al- 
meno per quanto apparisce dalla diceria che 
vi premette. 

In terzo luogo ho fatto ricorso alle Rac- 
colte di Rime antiche, ed in ispecie alle 
stampate, in Milano dal Vimercato nel i5i8^ 
in Firenze dagli eredi del Giunta nel 1527; 
alla BeUamano di Giusto de' Conti , alla 
Poetica del Trissino , alla Storia della voU 
gar Poesia del Grescimbeni^ alla Ragione 
d* ogni poesia del Quadrio , alla Perfetta 

Poesia del Muratori^ alia Raccolta de* Ri- 

• 

matori antichi del Gobbi, agli Aneddoti 
Letterari stampati in Roma , e ad altre opere 
a stampa, da tutte raccogliendo quello che 



X 

di ragionevolmente attribuito a Mess. Ciito 
vi si conteneva j 

Né soddisfatto appieno delle stampe ^ ho 
consultato quanti MSS. potei vedere; dei 
quali, come pure delle indicate edizioni, 
darò conto esattamente al termine di que«^ 
sto ragionamento preliminare . 

Frutto di queste ultime diligenze sono 
stati una quantità ben considerabile d'ine* 
diti componimenti, che saranno compresi 
nella Parte V. della presente edizione. Né 
tutto ciò che d' inedito mi si e offerto col 
nome di Gino da Pistoja è stato da me dubi- 
to ammesso; ma ho adoperato e critica , e scel- 
ta ; così che neppure darò luogo nella mia edi- 
zione ad alcuni componimenti , i quali seb- 
bene non potessero rifiutarsi per produzio* 
ni del nostro Poeta , pure essendo guasti 
moltissimo nella lezione, e nel metro dalla 
imperizia dei copiatori, o pieni di quella 
ruggine che il tempo in cui Gino incomin- 
ciò a poetare pur troppo aveva , gli ho tra- 
lasciati , perchè in tanta abbondanza di fru- 
mento buono non faceva bisogno d'accre- 
scere la raccolta con mescolarvene dell' im- 
perfetto. 



XI 

Tfel trascrivere le Èime dai Codici sono 
stato fedde alla lezione dei medesimi , allon* 
tanandomene soltanto quando era manife-" 
stamente errata. £ perchè nulla mancasse 
di quanto per me si può , alla migliore intel- 
ligenza delle rime di questo illustre antico 
Poeta , e per giovare al comodo dei leggitori 
meno istruiti ho aggiunto ad esse delle bre- 
vi illustrazioni, tanto relative alla lingua, 
che alla storia ed al costume del tempo. 

Non debbo tacere che in tutte queste ri- 
cerche sono stato ajutato dai Chiariss. Sigg. 
Cav. Cesare Lucchesird di Lucca, Cav. iWb- 
relU di Venezia, Abate Ludgi Fiacchi^ e 
Francesco del Furia di Firenze, i quali tutti 
mi hanno ajutato co' loro lumi, ed incorag- 
giato con le loro esortazioni ad illustrare la 
memoria e gli scritti di questo Padre della 
Lingua e della Poesia lirica Italiana. Anzi 
il prelodato Sig. Poggiali^ ed il Sig. Abate 
/Vaccai sono andati tant' oltre nella genti- 
lezza usatami , che il primo volle rilasciare 
totalmente a me questo campo; sebbene, ric- 
co di cognizioni , e d' ogni mezzo per esegui- 
re eccellentemente V impresa , l' avesse da 
molto tempo ideata e promessa ; ma la mol- 



XII 

tiplicità delle occupazioni più urgenti l'ha 
distolto da mettervi seriamente la mano; 
onde ben volentieri egli mi ha dato e lumi 
ed ajuti. Il Sig. Fiacchici con rara gene* 
rosità mi ha ceduto alcuni sonetti da lui ri* 
trovati nel codice posseduto dall'egregio 
Sig. Pucci di Firenze, astenendosi dal pub* 
micarli nella Raccolta d' Opuscoli scentìfi- 
ci, e letterari di Firenze, nella quale diede 
alla luce piii sonetti inediti di Dante, e d altri 
antichi poeti con eruditissime annotazioni. 
Non debbo por fine a questo mio ragio- 
nare senza mostrarmi grato all' eruditissimo 
autore della nuova Storia Letteraria d' Ita* 
lia (5) il Gh. Sig. Ginguene\ e gli són grato 
per doppio motivo, cioè come Italiano, e 
specialmente come autore delle Memorie di 
mess. Cino da Pistoia. In fatti quella sua 
storia scrìtta con tanta erudizione , con tan* 
to criterio, e quel che è ben singolare, con 
tanta disappassionatezza , gli ha certamente 
meritato la lode dei dotti Italiani • Il conto 
poi che ha fatto delle mie Memorie nel par^ 
lare di Cino da Pistoja , mi somministra una 

(5) Histoire Litteraire d' Italie par P. L. Ginguenè 
membre de Tlnstitut de France • etc. à Paris x8ii. 



XIII 

laminosa eonferma che questa mia fatica 
non è stata né inutile, ne indegna del suf^ 
fragio dei dotti . Egli avrebbe soltanto bra- 
mato , che io non tralasdassi , oltre i riferi- 
ti, alcuni altri luoghi delle rime di Gino, 
dei quali il Petrarca apparisce manifestamen- 
te imitatore. Ma non volli andare a caccia, co- 
me suol dirsi, nelle rime dell'uno, e del- 
l'altro, d'ogni verso, dove questa imitazio- 
ne potevasi discuoprire, non tanto perchè 
non bisogna correr troppo a dichiarare imi- 
tazione ciò che alle volte altro non è che 
una casuale combinazione d'idee, quanto 
anche per non rendermi soverchiamente mi- 
nuto e nojoso ai leggitori; laonde pago di 
averne arrecati alcuni esempj, tra i molti 
che potevansene ricordare , rilasciai alla cu- 
riosità degli eruditi leggitori un più specia- 
le confronto. 

Se tanto fui d'avviso di fare circa le rime 
di , Gino e del Petrarca , riconosciute gene- 
ralmente per genuine, molto più credetti 
di non richiamare a questo confronto le so- 
spette , o per lo meno le non da tutti ri- 
guardate per genuine . In questo numero è 
il sonetto che incomincia <£ Al tribunal del'- 



XIV 

TaJta Imperatrice ec dal quale tratta appa^ 
rìsce la canzone del Petrarca » QueW antico 
mio dolce empio Signore ec. Ma perchè il 
citato «onetto di Gino è reputato apocrifo 
dal Muratori nel Trattato della perfetta Poe- 
sia j^à?^ qualche altro non volgare Scrittore^ 
stimai di non fame cenno in quell'occasio- 
ne , nella quale entrar io non poteva in cri- 
tiche discussioni per dimostrarlo vera produ- 
zione del nostro Poeta ; lo che mi propongo 
di fare nelle annotazioni alle Rime. 

Purgatomi , siccome spero d* aver fatto^ 
da questa lagnanza del cbiariss. Autore del- 
la Storia Letteraria d ItaUa^ che tanto ma- 
ravigliato e sorpreso si dichiara per quella 
omissione, restami da dileguare un'altra 
censura sua, d'aver cioè troppo lodato le Ri- 
me di mess. Gino col giudizio che ne profe- 
risco; nel quale per altro fui prevenuto da 
Dante e poi dal Quadrio e dai nostri prin- 
cipali maestri dell'arte poetica, ed è , che rwl 
suo ^verseggiare ha dolcezza di vocaboli , e 
meta/ore quanto leggiadre e vezzose, tanto 
facili e naturali, senza intralciamenti di ver- 
si e dip^iodi, senza troppo ricercate figure 
del favellare , mostrandosi sempre facile. 



XV 

amabile, e chiaro. Chi legge queste parole 
nel testo y ha già letto le antecedenti di Dan^ 
te , e le mie che sono tralasciate nella nota 
dal chiaris. Autore della Storia Letteraria, 
e dalle quali si conchiude che rUuno ai/anti 
di Cirio QMes^a saputo togliere daUe italiche 
Rime liriche la rozzezza , ì asprezza e VoscU' 
rità, sostituendo^ la dolcezza dei vocaboli , 
le metafore ^c, dalle quali espreasioni risul- 
ta che quella lode non è assoluta ^ ma rela-^ 
tiva al confronto eoo gli antecedenti poeti . 
Indip^ìdentemente anche da questa osser- 
vatone , dalla quale si deduce il vero senso 
di quel mio giudizio, non credo che debba 
far tanta sorpresa il dire che nelle Rime di 
Gino si trovano assolutamente quei pre- 
gj; sebbene alcune, sia per iscorrezione del 
testai sia per la non comune intelligenza 
di certi vocaboli antiquati , restino alquanto 
oscure. E che per questo? nel dar lode ad 
uno scrittore non giudicasi mai del merito 
suo da quanto ha di comune con gli altri , 
ma da ciò che egli seppe fare di più che que- 
gli non fecero. Così, pw non allontanaroì 
dagli esempi dei Poeti , lodiamo Dante non 
perchè dei difetti della sua stagiona egli nQ« 



f 



XVI 

abbia, ma perche tanti pregj riunisce pe*qua- 
li egli h veramente il Signore delT altissimo 
Canto. Sen' incontrino pure alcune poche ^ 
tra le Rime di messerCino oscure, intralcia- 
te, e che risentano il difetto del tempo suo: 
queste non sono le rime deW amabilissimo 
mess.Cino, di quel Gino, F eleganza e la dol- 
cezza poetica del quale tanto lodarono Dante 
e il Petrarca; ma sono, per così dire, di un 
poeta comune del secolo XIII. Peccato che al 
Sig. Ginguenè nel primo aprire del libro ab- 
bian dato davanti i Sonetti più oscuri, e 
quelli siasi contentato dì specialmente ripor^ 
tare per saggio; quasi che tutti fossero d'una 
tempra. Poteva pure essersi imbattuto in 
qualcuno di que' molti , che presentano tutta 
la desiderabile chiarezza, e quanta può aver^ 
ne un Sonetto chiarissimo del Petrarca; co- 
me sarà ben facile il giudicarne a chiunque 
senza prevenzione contraria ne faccia la lettu- 
ra, ed il confronto. Perlochè conchiudo che 
quando io dico che messer Gino nel poetare 
è sempre facile, am^abUe e chiaro debbe in- 
tendersi primieramente in relazione ai poe- 
ti precedenti , e contemporanei che nulla 
migliorarono la poesia, ma fecero quel che 



XVII 

avevano fatto , o facevano gli altri; in secon- 
do luogo le lodi, senza limitazione dategli da 
Dante , dal Petrarca , e dagli altri fino a me , 
si riferiscono al più delle sue rime, che so- 
no facili, amabili e chiare j senza tenere a 
conto le poche difettuose, e che, come io di- 
ceva , non tutte a colpa sua debbono ascri- 
versi y ma in parte a difetto dei copiatori , in 
parte alla difficile intelligenza per noi di ma- 
niere e di voci ite in disuso nello spazio di 
cinque secoli; giacché con i modi del dire 

9 cangian le parole anch' elle : 

» y4ltre la età ne inaridisce e xiduggia , 
» yikre ne spuntan gioi^inette e belle . 



y 



XTX 

CODICI MSS. E EDIZIONI A STAMPA 

DELLE OPERE LEGALI E P0ETU:HE 

DI MESS. GINO DA PISTOIA 



OPERE LEGAU 

v>(omento sul Codice MS., che si conserva nella 
pubblica libreria di Torino ts Questo Codice è in 
foglio grande in pergojnena scritto a colonna , di 
pergamene Ì2g., di pag. 358», di colonne i3i6. // 
carattere e quello che si dice comunemente semigo» 
tico, sènza dittonghi ^ tutto e pieno d* abbreviature , 
Potrebbe giudicarsi del secolo XV. In pie della 
prima pàgina e F arme cardinalizia delta Radere 
miniata pulitamente^ e forse appartenne al Cardia 
naie della Rovere U vecchio . 

I. Lectura Pomini Gyni de Pistorio super Codice, 
Hoc opusJmpressumJuit Papite per Franciscum Gi» 
rardengum A. D. i4B3 nonis Octobris. :=A Questa 
edizione /il da me veduta nella libreria deiiSigg. Ca* 
nonici della Chiesa Cattedrale di Lucca . 

II. Cyni Pistoriensis Jurisconsulti proestantissinù 
in Codicem et atiquot jtitulos primi Pandectamm 
Tomi, idest Digesti Veteris doctissima commentaria p 
nunc summariis amplius tertia parte auctis , infinitis* 
que mendis sublatis ^ et addictionibus in mingine 



adiectis muito diligentius et em&ndtOius quam antea 
excussa a Jure^eonsulto eeleòerrimo Domino Nìcolao 
Cisnero /. U. D. Augustìssimof Imperialis Cameros 
Assessore dignUsimo correcta^ et illustrata cum indU 
ce rerum notabilium loàuplètissimo . Francforti ad 
Mosnum ùnpensis SigismundiFeyeràhendt aru 1578. 
:=3 Questa e P edizione più bella cho io abbia vedu* 
ta deir Opere legali dì messer Cina . Prima di essa 
se ne fecero delP altre posteriori a quella di Pavia ^ 
come accenna il Cisnero in fondo alla prefazione. 

in. Gyni de VìMmo famosissimi Legum explana* 
toris subtilis et admodum utilis super Digesti veteris 
lectura. Lugduni i^rk6. Forse e questa una delle in-^ 
dicate dal Cisnero . 

rV. Selecti Tractatus successionum ec. Venetiis 
1 570. Per testimonianza delP Ughelli scrisse an^ 
che ss Additiones ad Infortìatum aliosque Juris Cae- 
aarei ìibros (de Episco. Pistor. in proemio] . Forse Fag^ 
giunte air Inforziate erano contenute in quell* Infor* 
ziatò con Chiose notato nelC inventario dei libri di 
mess. Gino . 

MANOSCRITTI NEI QUALI SONO CONTENUTE 
RIME DI M. GINO DA PISTOIA. 

I. Codice di Piero del Nero assai prezioso; già pos- 
seduto dal celebre Piero del Nero ; ma si smarrì pris- 
ma che gli altri Codici ilei suddetto passassero per 
retaggio nella Famiglia Guadagni dalP Opera, e in 



conseguenza non pervenne nella Poggialiana insie* 
me con gli altri del F antico Possessore. Fu però co" 
nosciuto in tempo dai Compilatori del MS. Lacche^ 
sini. 

IL Codice Ricasoli Baroni di i/ia del Cocomero . 

III. Cod. Riccardi. 

IV. Cod. Martelli. 

V. VI. Codd. Laurenziani. Uno segnato XXXf^II» 
Plot. LXXXX. r altro Cod. L. Plut. XL. 

VII. Cod. Marucelliano segnato C. num. iSs. 

Vili. Cod Alessandri in F. del secolo XFI. 

{X. Cod. Pueciano ; posseduto dal Chiarissimo S^. 
M. Pucci in Firenze. 

X. Cod.' F'alicelliano segnato F.num.4* Scritto da 
lacob. Benalio trei^igiano , stampatore ^ nel i5i3. 
Questo Codice non si e più trovato dopo Fanno 1809. 
forse con non molta perdita ^ perchè dai primi versi 
che trassi di tutte le composizioni di mess. Cina nel 
medesimo contenute j potei ricattare che erano tutte 
consertiate in altri Codici e nelle Edizioni; oltre di 
che dovettero essere piene di scorrezioni ^ e di Lezioni 
guaste. 

XL Cod. Marciano num. LX III. fra gli Italiani; 
scritto nel i^i^da Alessandro Contarini. 

XII. Cod. Morelliano posseduto dal Celebre Si^. 
Ab. Cav. Giacomo Morelli R. Bibliotecario della li^ 
breria di S. Marco di Venezia. 

XIII. MS. Lucchesini. Copia esatta procurata daU 
P erudito statnpatore Francesco Mouke, e contiene 



XXTl 

tutte quelle pubblicate dal Pilli e altre credute ine*' 
dite; collazionate col Cod. Biscioni e co^ soprascritti 
Codici Fiorentini Jino al numero sei. Il medesimo 
MS, non abbraccia niuno dei Componimenti conte^ 
nuti nel 2.^ libro pubblicato da Faustino Tasso. 

EDIZIONI 

I. Rime di mess. Cino da Pistoia lureconsulto e 
poeta celebratissimo novellamente poste in luce ec. da 
Niccolo Pilli. Roma iSSp in 8. Vi sogliono^ essere 
unite le rime di Bonaccorso da Montemagno di Pi- 
stoia. Ediz, assai rara, citata dalla Crusca. 

II. Delle Rime toscane deWEccellentiss . Giurecow- 
sulto et antichissimo Poeta il Sig. Cino Sigibaldi da 
Pistoia raccolte da diversi luoghi e date in luce dal 
R, P. Faustino Tasso de* MM. Osservanti , Libri due 
Venezia, i $89. in 4- 

III. Canzoni e madrigali di Dante y di mess. Cino e 
di M. Giraldo Novello. Milano per Augustino da 
Vimercato i5i8. %.^ picc. p- Edizione di estrema ra- 
rità esistente nella Poggialiana . 

rV. Sonetti e Canzoni di diversi antichi Autori to" 
scani. Firenze per gli eredi del Giunta 1 627. in 8.** s=j 
Ediz. rarissima similmente citata dalla Crusca^ e più 
volte in varj tempi e luoghi riprodotta. Le rime di 
mess. Cino abbracciano il libro 5. di questa preziosa 
raccolta . 

V. Bella mano di Giusto de Conti dalla pag, 181. 



XXTII 

alta 193. Anche nella Poetica del Trissinoj nella 
Storia della volgar Poesia del Crescimbeni^ nella Ra» 
gione d'ogni Poesia del Quadrio, nella Perfetta Poe- 
sia del Muratori y nella Raccolta di Rimatori antichi 
del Gobbi, in quella del Ceva e nelF Opera intitolata 
Anecdota literana stampata in Roma nel 1774 in'SJ^, 
nel Catalogo ragionato dei Testi di Lingua a starna 
pa recentemente pubblicato dalV eruditis Sig, Gaeta» 
no Poggiali leggonsi rime di mess, Cino. 

VI. // Maraccio nella Biblioteca Mariana scrive che 
Cinp da Pistoia espresse in altrettanti Sonetti i miste* 
ij di M,^ Vergine. Di questa asserzione dice il Zac- 
caria ss Fides sit penes ipsum , qui certe insigni er- 
rore (hunc tamen Tipographo malim tribuere) ad- 
dit emicuisse circa annum i55o. Forse fu questi un 
altro CÌJiQy o quelle poesie sono supposte • 



CAPITOLO I. 

Nnscimento di messer Cina dei Sinihuldi . Lustro 
della sua Casaia . Prima insiittizione del me- 

^ desimo . Perchè si applica alla giurisprudenza 
ed alla poesia . Perchè queste due prof essioni 
furono tanto coltivate in Italia . Stato delle 
Lettere in Pistoia a quel tempo. 

xutti i secoli hanno un proprio carattere, 
ed una tendenza e predilezione per alcuni, 
piuttòsto che per altri studj . Le scienze e le 
arti si atteggiano , e si piegano d'ordinario se- 
condo la maniera del pensare, e secondo le 
circostanze politiche e morali dei tempi e 
delle nazioni che le coltivano . Per questo si 
udirono risuonar talora di filosofiche e teo- 
logiche , morali e politiche dottrine non solo 
i portici delle Accademie , ma gli stessi pas- 
seggi , i geniali ridotti , i gabinetti della moda 
e della galanteria . Il verso e la rima furono 
il linguaggio non tanto destinato a cantare 
le donne, i cavalieri, l'arme e gli amori, 
quanto anche a ragionare di teologìa , di fi* 



ìosofia, di storia, e di altri ai^omenti, co-^ 
munque or disadatti sembrino a quello stile; 
e come già presso i Greci si ebbe per male 
educato chi non sapeva la musica: anche fra 
noi culto abbastanza reputato non fu chi 
non seppe far versi . In ogni tempo i più , co- 
me mandra , quello che da molti si fa , ed essi 
fanno; pochi soUevansi al di sopra dei con- 
temporanei : a pochissimi tocca in sorte di 
essere celebrati dai secoli avvenire , ed a quei 
soli che si adoperano in modo da rendere il 
predominante carattere del tempo loro im- 
portante ed utile per la posterità . Un ampia 
conferma di tutte queste verità sono certa- 
mente le memorie che ci rimangono di mes* 
ser Gino da Pistoia , le Opere legali e liriche * 
del quale riuniscono quanto di meglio far 
seppesi in quelle due facoltà prima di Barto- 
tolo e Baldo , e prima di Francesco Petrarca ; 
sicché della giurisprudenza , e della poesia 
stabiKre possiamo in Gino un' epoca degnis- 
sima di avere posto distìnto nella storia delle 
Lettere.; anzi della buona lirica italiana pri- 
mo maestro riputar lo dobbiamo . Egli ebbe 
i legittimi natali in Pistoia Tanno 12170 da 
ser Francesco di Guittoncino di Sigisbuldo 
Sìnibuldi , e da madonna Diamante di Bona^ 
venturja di Tonello, ambedue pistojesi (i)» 



Era la famiglia dei Sinibuldi nobilissima e 
per r antichità della discendenza, e per gli 
onori e per lo merito degli antenati , tra i 
quali si distinsero un Sigisbuldo (a) , Guitton- 
cino l'avo, Guidone (è), e Bartolomeo (e) zii 
paterni del nostro Cino, dei quali i primi 
tre decorati furono in patria della dignità 
Consolare , e Y ultimo , stato di già Proposto 
nella Chiesa cattedrale , fu promosso al Ve- 
scovado della patria Tanno i3o3, e pochi 
anni dopo venne traslatato alla Sede Vesco- 
vile di Foligno . I genitori , ed il zio solleciti 
della buona educazione di Guittoncino (det- 
to poi Cino (2) per la 'solita popolare usanza 
di abbreviare i nomi), lo posero sotto la di- 
sciplina di Francesco da Colle (^), uno dei 
grammatici di quéll'etàs, e di cui non ho po- 
tuto trovare altra memoria che questa per 
aggiungerlo al catalogo di que' grammatici 
rammentati .dal Tiraboschi nel i3oo e nel 
i4oo (e) . Da ciò che nel progresso di queste 
Memorie dovremo dire, non sarà fuori di 
probabilità il dedurre, che questo Francesco 

(a) Cino Com. sul Cod. infine. 

(b) Salyi St. diPist. T. i. p. 3 lib. 3. 
. (e) Ughelli T. Z. Vèsc. di Pistoja. " 

(d) ArfaroH . 

{e) Tirab. T. 4./>. a. Uh. 3. cap. 5. e aUros^. 



4 

fosse allora un uomo di tion ordinaria sa* 
pienza , da avere non soltanto ispirato al suo 
alliero il buon gusto per l'amena letteratura, 
tna da averlo ancora ottii^iamente istruito 
nelle dialettiche e filosofiche dottrine di quel* 
r età . Ricevuti i primi elementi della lettera» 
ria instituzione , si applicò a due studj , dei 
quali uno gli prometteva decoro e guadagno; 
l*altro, ornamento e sollievo. Minna professio- 
ne a que' gimni era più conveniente alla ci* 
viltà della nascita , e più adattata ad aprire il 
sentiero agli onori , e ad una utilità decorosa , 
quanto la canonica giurisprudenza, o la ci- 
vile . Le frequenti controversie che insorge- 
vano per le prepotenze , e per le violazioni 
dèi pubblici , o dei privati diritti , obbligava- 
no spesso le parti nemiche , stanche di mal- 
trattarsi con le armi o diventate impotenti, 
di ricorrere alle decisioni dei ministri di Te- 
mi, sempre occupati nelF interpetrar leggi e 
statuti, ora in difesa dei deboli, ed ora in 
appoggio dei forti . Ma quello che principale 
mente contribuì a dare tanto rilievo in Italia 
alla giurisprudenza furono invero le recipro- 
che gelosie ed i contrasti dei Pontefici roma- 
ni e degli Imperatori , i quali allorché poco 
speravano dal favore delle armi, o^alla prote- 
zione delle fazioni , invocavano T autorità del- 



5 

le leggi , ed il voto dei giurisprudènti ; e tal- 
volta associavano tutto ciò al diritto delle ar^ 
mi , onde nulla mancasse loro per assicurarsi 
un pieno diritto . Di qui ne avveniva che i 
romani Pontefici e gli Imperatori a gara ono- 
rassero, ed arricchissero di ricompense gli 
uni , specialmente i professori di gius-cano- 
nico , e gli altri , quelli di gius-civile . 

L'Italia fino dal tempo di Federigo Barba- 
rossa vide gli Imperatori dipendere dalle deci- 
sioni dei giurisprudenti , ai quali nel ii58 
queir Imperatore comandò di disputare e de- 
cidere Sé veramente l' Imperatore avesse avu- 
to diritto d'intitolarsi „ Orbis terree Dominus 
et Rex Begum „ . Del giudizio che ne fu dato 
parlar dovremo in altra parte di queste Me- 
morie • Ecco dunque perchè la giurispniden* 
za 9 prima d'ogni altra scienza ed arte risorse 
in Italia , di modo che , aperte in molte città 
pubbliche scuole, da tutte le parti d' Europa 
numerose schiere di giovani vi concorrevano : 
ecco perchè gli Italiani fin da quell'epoca con* 
cepirono tale e tanta stima per la giurispru- 
denza , che i nobili più distinti , e gli stessi 
duci d' armate credessero di accrescere il lu- 
stro delle famiglie loro e della propria perso- 
na coir onore della laurea dottorale ; al con- 
trario di quel che , direi quasi fino a' nostri 



giorni y si é pensato in altri paesi , e special- 
mente in Germania, (3) • 

In quella guisa che messer Gino fu invitato 
alla giurisprudenza dalle circostanze dell'età 
sua : cosi non da altra cagione debbe credersi 
mosso ad accoppiare con quella r ornamento 
della poesia . Ogni scienziato che voleva non 
solo ricrear l'animo dalle serie meditazioni ^ 
tua che aspirava a dar saggio di spirito, e di 
leggiadrìa per esser letto dal popolo , facea ri*^ 
corso al verso volgare , dietro all'esempio sta* 
bilito particolarmente dai Provenzali . Ne so- 
no una prova le poesie morali di fra Guitto- 
ne , i Documenti ìT amore di mess. Francesco 
Barberino pubblicati dal giureconsulto Fede* 
rigo Ubaldini , il poema intitolato 1' Jlcerba 
del famoso, non meno che infelice astrologo 
Cecco d'Ascoli, le poesie di Paolo Dell' abba- 
co , dello storico Dino Compagni , dei teologi 
Egidio Colonna, Gregorio da Rimini, e Gu- 
glielmo Amidani , per tacere della célebratis- 
sima Divina commedia ^ delle cronache, e di 
tante altre produzioni in versi di quell' età ^ 
in cui gli stessi principi italiani si facevano 
una geniale occupazione della poesia . Mess* 
Cino adunque , che a veruno la cedeva in 
gentilezza ed in sentimento , in ispirito e fan- 
tasia , si senti animato specialmente a cantai 



, 7 
d* amore, e così bene vi riuscì da aver meri- 
tato gli elogj di Dante , austero e grave, e del 
Petrarca delicatissimo ed elegante; e da es- 
sere ner corso de' secoli fino a noi rimasto 
sempre il più singolare e distinto nelle turbe 
innumerevoli dei giureconsulti e dei poeti 
per la gloria d'^aver cinta la dotta fronte della 
doppia corona di Apollo e di Temi. Anzi 
sembra che la fortuna abbia voluto special* 
mente a lui concedere questo bel vanto ; per- 
chè quanti poeti di maggior grido tra noi son 
celebrati, sappiamo che ebbero aversione al- 
le discipline legali , come , per tacere d' Ovi- 
dio, e di altri latini , il Petrarca , il Boccaccio ^ 
l'Ariosto , il Tasso, ed altri non pochi di mi- 
nor seggio , d' onde ne venne la falsa "opinio- 
ne che fossero perpetuamente inconciliabili 
la giurisprudenza e la poesia . Che più ? Sicco- 
me vi son certi ingegni sterili, ispidi , e rozzi, 
che il proprio inurbano e duro carattere non 
curandosi di ringentilire, procurano d' intro- 
durlo nelle varie lor professioni, onde così at- 
tribuire a difetto di quelle ciò che è sólo inur- 
banità e rozzezza della loro natura : per questa 
vediamo certi dispregiatori filosofi , certi se-^ 
veri giureconsulti aver ninna stima di tutto 
ciò che r amenità delle Muse sparge tra le 
astruse e laboriose cure della dotta Minerva . 



8 
Non sono mancati peraltro , né mancano al- 
l'Italia giureconsulti, che dirittamente pen-* 
sando, V amena letteratura con la grayità 
delle legali dottrine ingegnaronsi di accop- 
piare . Per tralasciarne molti , ed i viventi in 
ispecie, il giureconsulto Vincenzo Gravina, 
oltre alle sue poesie, dettò precetti sulFarte 
di ben comporre le tragedie; ed alle cure di 
esso debbe l'Italia l'inimitabile, tenero e de- 
licatissimo Metastasio . Per altro ne da que- 
sto, ne da verun' altro oscurata e depressa 
rimane la gloria di mess. Gino, perchè egli 
gittò le fondamenta del ben poetare toscano; 
egli il primo rifulse campione ai tempi futuri 
nell'arte d'unire le muse con le discipline 
severe . Ma come restò superato nella inanie- 
ra di trattare e di studiare la giurisprudenza , 
non lo fu poi egualmente nell' arte di ben 
poetare ; perchè nella prima se migliorò , co- 
me vedremo, il vecchio sistema, non gli è 
per altro dovuto il merito di avere introdot- 
to il nuovo ; nella seconda fu padre del vero 
buon gusto della nostra lirica poesia , che do- 
veva essere perfezionata dal soave ed inge* 
gnoso Petrarca . 

Ho detto che Francesco da Colle suo pre- 
cettore in lettere umane gli segnò primo le 
traccie per giunger quindi a formarsi il buon 



. 9 
gusto nella volgare poesia . Ma dove ? in Pi- 
stoia , oppure altrove ? Se lo stato in cui era- 
no allocale lettere in questa città potesse dar 
luogo a plausibili congetture^ direi che quivi 
tenesse scuola Francesco , e che vi facesse mes., 
Gino i suoi primi studj . Infatti è certo che 
nel 1279 il Comune aprì uno Studio di leggi, 
chiamandovi a leggere per cinque anni il ce* 
lebre Dino Rossoni o da Mugello, con l'an- 
nuo stipendio di lire 200 pisane (a), come 
provasi dal contratto pubblicato dal P. Sar- 
ti (4). È vero bensì che il Tiraboschi avverte 
che non sappiamo se in Pistoia fossero allora 
altre scuole {b) . Ma l'aver pensato quel pub- 
blico a stabilirvi Studio di leggi dà bastante 
motivo di congetturare che non fosse senza 
precettore, almeno , di grammatica, per pre- 
parare l'animo de' giovani agli altri studj; 
molto più che esistono documenti; dai quali 
si prova che intorno al i3i5 eravi pubblica 
scuola di grammatica, allora equivalente a ciò 
che oggi intendiamo col nome di Lettere U- 
mane (5). Ma che fino dai tempi anteriori a 
mess. Gino (6) fiorissero in Pistoia gli ameni 
studj del tempo, dedurre lo possiamo dal ve- 

(a) Tiraboschi St. Lett. T. 4- -P- i* ^"*- '• ^^P* 3. 
{. 3i. \ 

(b) L. e. T. 4* PO'^* ^* ''^* 3* ^^P- 4* $• 2^' 

3 



IO 

der che vi poetava in volgare nel laSoin cir- 
ca Meo Abbracciavacca coetaneo ed amico di 
Fra Guittone, e di cui quattro sonetti con 
altrettante prose furono pubblicati da mon- 
sig. Giovanni Bottari insieme con le rime e 
prose di Fra Guittone . Anche Lemmo , o Gu- 
glielmo da Pistoia , Vanni Fucci , noto sotto 
nome di Ladro alla sa^rUtia dei begli arredi (a) 
verseggiavano in Pistoia al tempo di messer 
Gino. Nelle scienze poi davano saggio in al- 
lora singolarissimo frate Leonardo da Pistoia 
dell'ordine Domenicano, frate Bonaventura 
dei Servi, il fisico Benvoluti, e Braccìno di 
Ser Orlando, medico fisico. Professore a Sie- 
na nel i3o9 (7). Questo Braccino assieme con 
Ranieri da Barga scrisse Librum rationum su- 
per CMmrgiam Galeni^ che si conserva nella 
Imperiale libreria di Parigi . Nella storia si 
distinse l'autore delle Storie pistoiesi , del quale 
sempre ignoriamo il nome (8) . Altro argo- 
mento che nella città nostra si stesse in gior- 
no, come suol dirsi , nella letteratura corren- 
te, è il volgarizzamento fatto da un Pistoiese , 
dei trattati morali di Albertano giudice di 
Brescia , che a quel tempo erano grandemen- 
te stimati (9) . 

(a) Dante Canto a4* delV Inferno. 



Della Lettura di Dino in Pistoia niente altro 
sappiamo se non che, terminata la condotta , 
andò a leggere a Bologna Tanno ia84. Messer 
Gino allora correva Tanno quattordicesimo 
delTetàsua . Da molti luoghi del suoGomento 
sul Godice, apparisce che egli ebbe Dino per 
maestro nella giurisprudenza , e fanno mol- 
tissimo onore alT uno ed alT altro Tespressio- 
ui piene di stima , di gratitudine, e di rispet- 
to adoprate da. messer Gino ogni volta che gli 
accade di far menzione del suo precettore. 
Sebbene avesse udito in Bologna anche Ber- 
nardino Rampóni , e Francesco d' Accorso , pu- 
re dimostrò sempre special premura di an- 
nunziarsi per scolare di Dino, che mai non 
ricorda senza chiamarlo maestro suo ; a dif- 
ferenza delT Accorso e del Ramponi, i quali 
una volta appena rammenta come suoi pre- 
cettori (a) . E molto verosimile che T attacca- 
mento conceputo da messer Gino per lo Mu- 
gellano nascesse non tanto dalla stima e dal- 
Taffetto che ogni buon discepolo nutrir debbc 
pel proprio maestro, quanto anche dalT aver- 
lo conosciuto in patria fino dagli anni più te^ 
oeri , dove probabilmente incominciò a udire 
le sue lezioni , seguitandolo poi a Bologna . 

(a) Com, sul Codice Hb. 3. tit. 33. ex libris . Dige- 
st. Vecchi Si quia in jus vocatus ec. 



la 



CAPITOLO IL 

Corso di ghmsprudenza fatto da messtr Cino . 
Se Jòsse scolare a Padova . Che debba cre- 
dersi intomo alla repulsa neff esterne del dot- 
torato . jimori con madonna Seh^aggia . Sua 
moglie e figliuolanza . Vicende politiche e 
letterarie. Via^. Comentosul Codice . Qua- 
dro deW antica giurisprudenza . Merito in es- 
sa di messer Gno . È laureato in Bologna . 

lo non so se messer' Cino andasse la prima 
volta a Bologna con Dino. Quel che soltanto 
abbiamo di sicuro, come ho già detto , si è, 
che r udì , e jyer molto (;empo , in quello Stu- 
dio, dove si ritrovava anche nel i3oo (io), 
quantunque partito ne fosse Dino, secondo 
le memorie che ci rimangono della vita di lui, 
essendo poi morto l'anno i3o3 (a) . Il Papa- 
dopoli afferma che messer Cino prima di an- 
dare a studio a Bologna era stato scolare in 
Padova , e ne dà per prova V averne letto il 
.nome negli antichi cataloghi di quella Univer- 
sità, (b) . Racconta inoltre che presentatosi al 

(a) Tirab, L ù, T. 4. P» a. lib, a. cap. 4'$» ^5. Gio. 
Villani Cronac, lib, 8. cap. 65. 

(b) Papadop. HisL Gymnas. Pata\K T. 2. p. 8. 



/ 



'5 

solito esperimento per ottenere la laurea , vi 
riusci cosi male da essere vergognosamente ri- 
masto espltiso dall'approvazióne; laonde anda- 
tosene a Bologna , ed ivi con più felice successo 
ripreso lo studio , ottenne il bramato onore . 
Aggiunge che o per vendetta^ o per vergogna 
della repulsa avuta in Padova , non volle mai 
indicare nelle sue opere quali precettori udisse 
in quello Studio, rammentando solamente que* 
di Bologna . Qualunque sia la ragione che ne 
rende il Papàdopoli, è certo che nell'opere di 
m.Cino non incontriamo il minimo indi;EÌo di 
essere egli stato scolare a Padova , e sebbene 
parli di varj moderni professori di quella Uni- 
versità , e ne citi le opinioni ; contuttociò non 
dà neppure un lieve cenno che ivi alcuno di 
essi fosse stato suo precettore. Peraltro da un 
tal silenzio non può rilevarsi alcuna prova in 
favore di ciò che il Papadopoli pretende; e 
con raffermare d'aver letto il nome di Gino 
in quegli antichi cataloghi non ci indurrà ad 
accordargli altro, se non che registratovi fos- 
se il nome d'un Gino qualunque; restando 
sempre da provare che quegli sia stato real- 
mente Gino da Pistoia; giacché in que' tempi 
ed anche nei posteriori , fu comunissimo un 
tal nome ; come per molti esempj a ;uo luo- 
go vedremo. 



Che dovrà poi credersi della repulsa secon* 
do il Papadopoli avuta in Padova, o come vo« 
gliono altri in Bologna? Fra tutte le loemorie 
sincrone ed autorevoli che a mia notizia ri« 
mangono di messer Gino , niuila ci conferma 
un simile avvenimento, non dico soltanto 
come succeduto in Padova , ma neppure co^* 
me seguito in Bologna , dove è certo che per 
più anni studiò . Abbiamo bensì memoria di 
due esami; l'uno e F altro. decorosamente da 
lui sostenuti in Bologna . Del primo ce n' ha 
lasciato egli stesso tutte le circostanze nel 
Comento sul Codice (a) , e siccome vi fu 
presente Bernardino Ramponi che mori nel- 
l'anno i3o4 (^), bisogna perciò stabilire che 
quest'esame fosse avvenuto prima di quell'e- 
poca, e conseguentemente molto tempo a- 
vanti dell'altro, che sostenne per la laurea dot- 
torale ottenuta nel i3i49 come ne fa testimo- 
nianza il diploma che tra i documenti ripor- 
to • Ecco le circostanze di quel primo esa- 
me . Interrogato da un certo Legale di Bolo- 
gna se, venendo lasciato l'usufrutto al fi- 
gliuolo di famiglia, avesse avuto diritto al me- 
desimo il padre di famiglia, ed alla morte di 

(a) Com, Ub. 3. tlL 33. leg, ex. libris uh. Cod. de 
Vsufructu et Habit . 

(b) Tirab. L e, T. 5. P. i. !ib. a. cap, 6. g. i4. 



i5 

quale dei due T usufrutto finisse: mess. Gino 
accorgendosi che la domanda era fatta a ma- 
lizia , e forse , dice egli , non ben capita nella 
sua difficoltà neppure da chi la propose, pro- 
curò di rispondere in modo da uscire d'ogni 
intrigo , cioè ,, che il caso decidevasi in ter- 
mini nella legge ultima de usufructUy e che 
perciò, decidendovi la legge, non restava 
luogo a questione „ . Il Ramponi fu ben sod* 
disfatto della risposta ; ma non ugualmente il 
presidente all'esame Martino Solimano , pre- 
tendendo egli che fosse tale da potersi con es- 
sa scanzare bensì , ma non sciogliere la diffi- 
coltà, per motivo che appunto su quella leg^ 
gè, essendo ambigua , si facevano molte que- 
stioni. A fronte però di tale opposizione fu 
approvato , come lo assicura egli stesso al ter- 
mine di quel racconto , conchiudendo et sic 
perlransmmus . Alla quale espressione se a- 
vesse fatto avvertenza il Tiraboschi non ar 
▼rebbe scritto che forse a questa circostanza 
poteva riferirsi quel che il Papadopoli volle 
esser avvenuto a Padova , d' essergli , cioè sta- 
ta negata V approvazione {a) . 

Forse l'opposizione del Solimano avrà som* 
ministrato un pretesto ai nemici di messer 
Cino per disseminare la voce che aon fosse 

(a) Tirab. Luog, cit. 



i6 

Stato approvato all' esame ; la quale poi , co^ 
me suole avvenire, d'una in altra bocca pas* 
sando , fu quindi trasmessa alla posterità, ed 
acquistò sempre più credito , quanto più an- 
tica divenne. Potrebbe opporsi, che se ^u ap- 
provato in queir esame , perchè mai a nuovo 
esperimento si espose molti anni dopo ; es- 
sendo certo che si laureò in Bologna nel i3i4* 
La difficoltà sembrerebbe di qualche pe- 
so ammettendo, come parve al Padre Aba- 
te Sarti (a) ^ che in quel primo esame ei do- 
mandasse la laurea dottorale. Ma svanisce 
qualunque ostacolo qualora rifletter si voglia 
col Tiraboschi (è), che Gino allora potèpren- 
<lere il grado di baccalauro, o quello di li- 
cenziato , che erano sufficienti per potere e- 
sercitare l' ufizio di giudice , ma non già per 
godere gli onori , ed i privilegi destinati alla 
sola laurea dottorale . £ che quello non fosse 
l'esame del dottorato, sembra potersi anche 
inferire dall' espressione stessa di Gino ,' che 
lo chiama esame privato^ richiedendosi per 
la- laurea un più solenne esperimento . 

Decorato del grado di baccalauro o di li- 
cenziato se ne parti da Bologna per impiegarsi 
nelle giudicature, e forse il primo ufizio di 

(a) De CI. Prof, Archigy, B^non . 

(b) Tirab. l. e. 



'7 
questo genere gli fu conferito in Patria , do- 
ve era Assessore delle eause civili V anno 
iSoy (il). Fu quest'anno turbolentissimo 
per li Pistoiesi a motivo delle ostinate fazio- 
ni Bianca . e Nera , che nate in Pistoia ( detta 
perciò madre delle discordie , ed in cui per 
fatai destino più che altrove hanno sempre 
trovato albergo i partiti e le dissensioni di 
ciaschedun tempo ) percorsero , e devastaro- 
no miseramente non solo Pistoia ed il resto 
della Toscana ^ ma tutta Italia . I Bianchi , di^ 
ramazione dei Ghibellini , e con i quali faceva- 
no causa comune , signoreggiavano in Pistoia 
fina dal 1 3oo , quando i Neri ed i Guelfi di 
Firenze e di Lucca , piantata Y oste intorno a 
quella Città, dopo lunga ed ostinata guerra 
la costrinsero alla resa con iniquissime con- 
dizioni Tanno 1807. Tra queste fu il richia- 
mo dei Fuorusciti Neri , e Guelfi , con la di- 
chiarazioìie , che tutti quelli della parte Ne- 
ra,! quali erano debitori dei* Bianchi non 
potessero essere molestati da questi, né esser 
costretti a pagiaire, se non dopo tre anni dal 
giorno in cui erano rientrati in Pistoia . Tale 
articolo promosse molte liti e questioni , nel- 
le quali dovette giudicare messer Gino , come 
nel Comento ci dice (i^)* Che egli seguitasse 
la parte fiiani^a , o Ghibelliha è cosa fuor di 



i8 

ogni dubbio per le ragioni che veilremo nel 
seguito di queste Memorie . Non è dunque ve- 
rosimile che si trattenesse a lungo in patria , 
e molto meno nell* impiego di giudice , dopo 
la conquista fattane dall'armi dei Neri. E che 
veramente sen' allontanasse mei persuadono 
varj argomenti, dei quali uno parmi che 
trarre si possa da molti luoghi delle sue ri- 
me , come dal sonetto a Cecco d' Ascoli , nel 
quale , deplorando i mali a cui soggiaceva la 
patria, pregalo a volergli, come astrologo, 
indicare in qual parte gli sia meglio andar- 
sene ; se cioè verso Roma , o Firenze , o in al- 
tro paese qualunque . Anche in un'altro so- 
netto a Dante duolsi di essere dalla patria 
ss Per grave esigUo faJfto' peregrino 7i^ e d'aver 
dovuto andarsene a vctgar per lo mondo . Da 
queste espressioni possiamo rilevare che la 
sua partenza non fosse stata volontaria , ma 
per pubblico bando , come dei Ghibellini se- 
guace; sebbene nel seguente sonetto ad Aga- 
tone Drusi da Pisa , egli ci somministri un'ar- 
gomento da credere che avesse volontariamen- 
te abbandonata la patria per isfuggire la vista 
delle calamità che l'affliggevano, e persoti 
trarsi dai tristi effetti delle £moni . 



'9 
Druso se nel partir vostro m periglio 
Lasciaste il nido in preda de' tiranni y 
Son di gran lunga poi cresciuta danni 
E Tj4mo al mar riandò bianco , e verniiglio - 
Ondio fn ho preso volontario esiglio 
Dacché qui la virtù par si condanni; 
E per pia presto gir preparo i vanni , 
Perchè al vostro giudizio buon nC appiglio ; 
Duolmi che verso il Po spingenti un vento 
E non là dove sete ; or che puoi farmi 
Fortuna y dico^ e 'n qual parte mi guidi? 
Risponde : ove sarai sempre scontento , 
. E converrà che damor ti disarmi : 
E non so in questo coni io non m'uccidi. 

Tutto il contestò è adattatissimo ad espri- 
mere i mali a cui isoggiacquct Pistoia per l'as- 
pra guerra che tollerò prima di rendersi ai 
Neri , ed anche a far comprendere i lacrime- 
voli effetti delle rivalità degl* interni partiti , 
dai quali non tanto le azioni , ma le stesse in- 
tenzioni degli uomini si giudicano e s' inter- 
petrano a secpnda del proprio livore e delle 
vedute che muovono la seguitata fazione . Le 
molte lagnanze che sparse nelle rime s'in- 
contrano per la sua lontananza dalla patria , 
e specialmente nel sonetto ;=; Lasso pensando 
alla distrutta Fódle ;=; &nno credere ch'egli 



ao 

ne fosse itato più volle bandito , come appa- 
risce dall' ultimo terzetto del citato sonetto : 

E se creder non voglio in Macomefio, 
Dunque , Parte crudel ^ perchè mi fai 
Pena sentir di quel che non commetto P 

Egli avrebbe pur voluto restar tranquillo al- 
l' ombra della sua onestà, senza essere mole- 
stato per r opinione ; giacche , sebbene di 
massima fosse Ghibellino , e per aderenze se- 
guitasse la parte Bianca , con tutto ciò era in* 
capace di lasciarsi trasportare dalla passione ^ 
e dai disordini delle fazioni . Fermo e schietto 
negli adottati principj , non si serviva dei me- 
desimi per pretesto e per velo d' ogni capric- 
cio , d' ogni vendetta , d' ogni angheria e de- 
predazione a danno della parte Nera. S'accor- 
se bene che questo contegno non poteva es- 
sere lodato dai suoi , né bastava a renderlo si- 
curo dalla parte nemica ; essendo che nel fer- 
vore delle fazioni ciascuna ricusi di ricono- 
scere per suoi quelli che non giungono alle- 
stremo punto d' imprudenza , di sfrenatezza , 
e di follìa . Parti dunque, or volontariamente, 
or per pubblico bando da Pistoia ; ed in una 
di queste partenze sen'andò verso la Lombar- 
dia , Crederei che la ragione di prendere quel- 



L. 



21 

la strada fosse non solo perchè era la più si- 
cura; trovandosi a Firenze , a Roma , a Napoli 
potentissimi i Neri ed i Guelfi , protetti dalle 
armi di Roberto re di Sicilia; ma anche per- 
chè Filippo Vergiolesi capo dei Bianchi di Pi- 
stoia, appena che s' accorse di non poter più 
resistere , erasi ritirato con i suoi , e con la 
propria famiglia in Piteccio, fortilizio della 
montagna Pistoiese , la quale si manteneva 
per li Bianchi fino alla Sambuca ; luògo il più 
considerabile e più guernito sulF alta monta- 
gna , ed a confine con la Lombardia . Messer 
Gino andò probabilmente a trovare il Vergio- 
lesi , e per ricovrarsi in sicuro , e per la stretta 
amicizia con quella famiglia a motivo della 
amorosa passione sua per madonna Selvaggia 
figliuola di Filippo . Sia che in realtà ne fosse 
grandemente appassionato^ o che per una 
specie di poetica cavallerìa , tale dimostrar si 
volesse : il fatto è, che ISelvaggia fu l'unico sog- 
getto delle sue rime . Ho detto che potè essere 
a ciò impegnato da una specie di cavallerìa 
poetica : ed infatti chi non conosce V antica 
usanza della cavalleria amorosa , per cui nelle 
imprese d'amore , ed ai cenni del gentil ses- 
so obbedienti si dedicavano i cavalieri armati , I 
ai quali co' loro versi fabevan eco in certo mo- 
do i poeti (i3) ? Peraltro all' apparire dejil^ 



a!2 



sanguinarie fazioni oominciò quella a pren- 
dere un aspetto totalmente guerriero , occu- 
pandosi a poco a poco non più di vendicare 
le rivalità amorose , e di fantastiche gare , ma 
bensì confusa con la micidiale arte di guerra 
finalmente perdette coli' istituto suo anche il 
nome . Appartenne allora ai soli poeti di sup- 
plire con le loro rime al discapito sofferto dal 
gentil sesso ; onde i nostri sonetti , le canzo- 
ni ed i madrigali occuparono , per cosi dire , 
il posto dei duelli, delle giastre e dei tornei 
amorosi . Dopo di messer Gino e del Petrarca , 
campioni e maestri presso di noi in questa 
genere di cavalleria , o piuttosto galanteria 
poetica, niun poeta nostro seppe quasi far 
versi se gli sdegni , gli amori e le bellezze di 
vera , o imagìnaria amante non avesse cantata 
e descritto . Messer Gino dunque tutto occu- 
pato nelle sue rime dall' idea dei pregj di Sel- 
vaggia , or ne celebra i meriti sì fisici , che 
morali; ora all'uso degli appassionati amanti 
duolsi deir infedeltà di lei e si sdegna ; or tor- 
na a far pace, dimenticate le passate vicende; 
ed in fine ne piange inconsolabilmente la 
morte,, non sperando di trovar più cosa al- 
cuna che di perdita tanto grande lo rinfran- 
chi e consoli . Ghe Selvaggia morisse nel tem- 
po che con Filippo suo padre stava in monta- 



a3 

gna, scrivesi dalF Arfaroli , e sembra chiara- 
mente indicato da yarj luoghi delle rime di 
Gino, come dalla canzone che incomincia 
^ Ohimè hisso quelle treccie bionde zi (i4) 
con la quale amaramente egli ne piange la 
morte. Dopo avere a parte a parte descritti 
que^ pregj che tanto al disopra dell' altre don- 
le la distinguevano , esclama : 

Ohimè , vasel compiuto 

Di ben sopra natura! 

Per voltar di ventura 

Condotto fosti suso gli aspri monti , 

Dove t'ha chiuso , ahimè y tra duri sassi ' 

La morte , che du fonti 

Fatt'ha di lagrimargli occhi miei lassi. 

E veramente qual senso più naturale ed ov- 
vio dar possiamo a queste parole se non d' in- 
tendere che il poeta parli della morte di Sei- 
vaggia accaduta nel tempo della ritirata sua 
col padre in montagna, e probabilmente 
quando questi, abbandonato Piteccio dopo 
averlo tenuto per tre anni , passo alla Sam- 
buca piantata su gli aspri monti dell' appen- 
nino? Finalmente conoscendo dì non vi si po- 
ter più sostenere, venne a patti di ceder- 
la al Comune di Pistoia per lire undicixni- 



r 



a4 

la (a). 4ltra confermai che Selvaggia morisse 
in tal circostanza V apprendiamo dal sonetto 

■ 

Io fui* n suU alto e*n sul beato monte , 
Ove adorai baciando il santo sasso , 
£ caddi 'n su quella pietra , ohimè lasso ! 
Ove r onesta pose la sua fronte . 

4 

Sebbene non sappiamo in qual'anno preci- 
samente morisse , può stabilirsi per altro che 
ciò non accadesse dopo il 1H21; poiché in 
quest' anno morì Dante , a cui Gino aveva 
diretto rime per la morte di Selvaggia . Dalla 
Canzone XXII. della parte quarta della mia 
edizione se ne deduce che vivesse nel i3i3. 
Quantunque rimaste ci sieno pochissime me- 
morie di questa donna , basta però alla gloria 
di lei Tessere stata celebrata da mess. Gino; 
perlochè ella è del belnumer^una delle quat- 
tro donne salite in grido presso di noi. per la 
celebrità dei loro amanti ed encomiatori , QÌoè 
Selvaggia^ Beatrice , Laura e Fiammetta, Piac- 
que a taluno di annoverarla tra le poetes- 
se italiane, perchè leggiamo un suo ma- 
drigale nelle rime di mess. Gino , ohe il Tira- 
boschi per isbaglio chiamò sonetto . Altri 
però crede che sia supposto, come per sup- 
(a) Star. PistoL 



a5 

poste son ^oramai riconosciute le poesie di ma- 
donna Laura al suo Petrarca . Che. ella si chia- 
masse Selvaggia 9 il sappiamo non solo dalla 
costante tradizione, ma anche da più luoghi 
delle rime di Gino , il quale essere stata della 
nobil famiglia dei Yergiolesi V indica special- 
mente nel sonetto 84 della Parte III. , dove , 
dolendosi egli della sua lontananza dalla pa- 
tria soggiunge : 

JE rimembrando delle nuove ialle 

Ch'ivi (in Pistoia) son delle piante di Vergiole 
Più meco Valma dimorar non vuole , 
Se la speranza del tornar le falle . 

E senza creder ^ aver frutti ornai ^ 
Sol di vedere il fiore era il diletto ; 
Ne ad altro che a quel giammai pensai . 

r 

In questa terzina pare che ci volesse assicura- 
re il poeta della purità ed onestà dell' amor 
suo per l'amica Selvaggia . Era la famiglia Ver- 
giolesi delle primarie di Pistoia j notissima 
nella storia patria per gli uomini distinti che 
in vario tempo ha prodotti , e specialmente 
per Guidaloste Vescovo di Pistoia (a) . Laonde 
non si creda che gli uomini di questa casata 

(a) Ughelli. 



^6 

sooligliassero tutti a quel buon galantuòmo 
di Francesco Yergiolesi gabbato dal Zima (a) 
là nella novella di Giovanni Boccaccio ( 1 5) . 

Da un altro sonetto (b) rileviamo pure esser 
egli stato amico d'una certa marchesa Mala- 
spina , e dal contesto può credersi che vivesse 
tuttora madonna Selvaggia . Ciò forse avven- 
ne mentre dimorava lungi da Pistoia , e per 
una di quelle circostanze , nelte quali un cuo« 
re sensibile può stare male in guardia tanto 
che basti per serbare inalterabilmente la fede 
promessa . Ci assicura peraltro che ben pre- 
sto , tornata ai suo dover la ménte (e) , ei si ri- 
donò tutto alla primiera amicizia . Se dovessi- 
mo dar peso ad una specie di rimprovero fat- 
togli dall' amico Dante in un sonetto {d) , po- 
tremmo credere che mess. Cino fosse stato 
quanto facile e pronto' a concepire amorose 
passioni , altrettanto volubile ed incostante 
da presto lasciarle . Ma primieramente abbia- 
mo in contrario la fedeltà che mantenne Sem- 
pre a Selvaggia finche ella visse, ed anche do- 
po la morte di lei. Similmente con la rispo- 



(a) Giornata terza Nov. 5. 

(b) Sonetto pS. par, 3. 
(e) Canzone iZ. par. L 
(d) Nelle rime di Dante . 



r 



^7 
sta che dà in àlttò sonetto a Dante (a), mén- 
tre ci mostra che ebbe questi un apparente 
motivo di rampognarlo , tende insieme a scu- 
sare se medesimo; anzi rivolge in sua lode 
ciò che potea parer biasimo , e difetto di vo« 
lubilità. Infatti si dichiara d'esser vario ed 
instabile ne'suoi amori, solo perchè indonna 
alcuna non trovava T unione di quelle doti e 
di quelle virtù , che tanto amò raccolte in Sel- 
vaggia . Da questa scusa può argomentarsi che 
ella fosse a quell'ora già morta. Tali amorosi 
vaneggiamenti per altro non Io distrassero 
dall' unirsi in matrimonio con Margherita di 
Lanfranco degli Ughi, famiglia nobilissima di 
Pistoia, un ramò della quale si mantiene tut- 
tora negli Ughi-Taviani- Franchini . Da Mar- 
gherita ebbe un figlio chiamato Mino, del 
quale dovrò nuovamente parlare , e quattro 
femmine: Diamante, data in moglie a Marco 
Tebaldi , e che fu madre del canonista Gino 
Tebaldi, di cui in appi'esso diremo; Beatrice, 
maritata ad Arrigo della Torre; Giovanna, 
moglie di S(ihiatta Astesi, e Lombarduccia , di 
tutte la minore , della quaìe non trovo il col- 
locamento . 
Abbiamo veduto che mess. Gino parti dalla 

(a) Sonetto 87. Par. 3* 



\ . 



a8 

patria e dalla Toscana molto pro1;)abilinente 
nel 1 307 . Quanto poi si fermasse presso dei 
Yergiolesi, e quanto tempo viaggiasse per la 
Lombardia non mi è stato possibile determinar- 
lo . £ fama che passasse anche in Francia ; ed 
alcuni hanno preteso che sia stato professore 
a Parigi ed a Montpellier . Che quest' ultima 
opinione non abbia verun' appoggio lo vedre- 
mo a suo luogo : che poi in qualità di scolare 
visitasse le più distinte Università francesi, e 
specialmente quella di Tolosa , non ricusò di 
ammetterlo il Tiraboschi sulla testimonianza 
del sig. D. Gaetano Monti, che affermava di 
averne veduto non equivoco documento (a) * 
Ma che veramente viaggiasse in Francia , seb- 
bene ci manchino argomenti sicuri da dimo- 
strarlo , abbiamo però molti dati che celo ren- 
dono probabilissimo. Ed in primo luogo, se 
ciò avvenne, dovette accadere tra il i3o7 ed 
il i3ro,o certamente prima del i3r4, perchè 
in quest' anno terminò il Comento sul Codi- 
ce <, dove molte cose contengonsi da far crede- 
re che prima di compirlo , e forse anche d'in- 
cominciare a scriverlo, ei fosse già stato in 
Francia. Tali sono i varj fatti, e le diverse 
pratiche di più città e tribunali francesi che 

(a) Tirab, L e, T, 5. JP. i, Kb. 6. cap. 6. S» i4« 



I 

ivi s'incontrano; come pure alcune leggi e 
consuetudini baronali appartenenti a quel 
regno (a). Ne dà poi uno speciaHssimo indi- 
zio mesa. Gino dicendo d'aver udito disputa- 
re maestro frate Egidio dell'Ordine eremita- 
no, allorché in una pubblica tesi dimostrava 
esser libero da ogni colpa quel giudice che se- 
Gundum acta et pròbata condanni un reo, 
quantunque privatamente ei lo conosca inno- 
cente (*). Fu questi il celebre beato* Egidio 
Colonna, o da Roma professore di Teologia 
in Parigi, il quale, andato in Francia da gio- 
▼inotto, non ritornò in Italia, che di volo; 
essendo morto vecchissimo in Avignone nel 
i3i6 (e). Il Quadrio vuol che morisse in Pa- 
rigi , ma prende errore . Fu bensì trasportato 
colà il suo corpo, e depositato nella chiesa 
dell' Ordin suo, come egli aveva disposto. Bi- 
sogna creder dunque per cosa probabilissima 
che mess. Gino l'udisse in Francia prima del 
i3i4; anno in cui pose fine al Gomento ; an- 
zi, siccome v'impiegò circa due anni, e que- 
sta notizia ce V ha lasciata nel libro secondo , 

. (a) Cam, lib. 8. Quae sit longa consuetudo tiu 53. 
« Consuetudinis « . 

(b) Cam. lib. a. Ut. ii. Rubr. ii. Non dubitan- 
dum. 

(e) Tirab. L e. T. 4- -P. r. V/i. a. cap. i. J. 26* 



3o 

può verosimilmente congetturarsi che fessevi 
stato prima del i3ia , intorno al quale anno 
dovette comporre quel libro secondo , dando 
compimento agli altri sette (che in tutti sono 
libri 9) nel tempo che rimane fino al i3i4 • 
E che mess. Gino andasse, in Francia , e nìas- 
simamente all' Università di Parigi, è assai ve- 
rosimile anche per la circostanza dei tempi, 
nei quali ciascun Italiano che aspirava a far 
progressi nelle lettere, e ad acquistarsi qual- 
che nome, là concorreva. Bisogna però con- 
fessare che ciononostante quelFUniversità do- 
vette gran parte del suo decoro agi' ingegni i- 
taliani , come evidentemente lo mostra il Ti- 
raboschi in più luoghi della sua Storia lette- 
rc^ria d! Italia (a). Vaglia per ogni altra testi- 
monianza r autorità del Petrarca , che rispon- 
dendo alle critiche da un tal francese date al- 
la nostra Italia (é): «Egli intende, ^£ce, di 
« parlar dello Studio ; come se chiunque stu- 
% dia in Parigi debba perciò dirsi francese . . . 
<c Ella è questa certamente un'illustre città . . . 
(c ma perciò che appartiene allo Studio è co- 
te me un paniere, in cui si raccolgono le più 
« belle e le più rare frutta d'ogni paese . Dac- 

(a) T, 5, Par. 3. lib. 2. cap. i. J. 2. ed altrove^ 

(b) Petrarca Opere Tom. a.^. 1191. 



3i 

<i che questo Studio fu fondato, come si leg- 
« gè , da Alcuino maestro di Carlo M. non vi 
« è mai stato , eh' io sapjna , un parigino di 
ce qualche fama, ma quei che vi furono più ce- 
« lebri eran tutti stranieri , e furono in gran 
« parte italiani. Pietro Lombardo Novarese, 
« che essi chiamano Pierp di Lombardo, co- 
« me se questo fosse nome del padre , e non 
« della patria, Tommaso d'Aquino, Bonaven* 
« tura da Bagnarea., Egidio Romano , e molti 
«e altri, ce Cosi ai tempi suoi parlar poteva il 
a Petrarca dell* Università di Parigi (i6). Ne 
tacer debbo che anche Pistoia ebbe colà i suoi 
posti di studio fin dal 1 383 , per beneficenza 
d'un tal Gio. Domenico da Pistoia stabilito in 
Parigi neir esercizio della professione di Far* 
macista . S'unirono a lui monsig. Andrea Fio- 
rentino, vescovo Atrebatense, Francesco Ospi* 
tale da Modena , Emanuele Balandi da Piacen- 
za, e tutti d'accordo fondarono un Pensionato 
in Parigi per dei giovani delle respettive pa- 
trie loro . I Pistoiesi continuarono a goderne 
fino al 1693 (17). 

Or mentre che mess. Gino trattenevasi in 
Francia aspettando che le cose d'Italia pren- 
dessero piede , ed aspetto favorevole ai Ghi- 
bellini , avvenne che Arrigo settimo determi- 
nò di passare in Italia per farvisi riconoscere 



32 

Sovrano, e per avere in Roma la corona im- 
periale. Sebbene invitato fosse dai Ghibelli- 
ni , pure il primo appoggio a' suoi disegni gli 
venne dai Principi di Savoja . Amedeo quin- 
to , e Filippo principe d' Acaja , che signoreg- 
giava quella parte del Piemonte che il suo zio 
gli avea lasciata, non s'erano mostrati mai fer- 
vidi Ghibellini, ne si erano ciecamente abban- 
donati a seguitare Taura pericolosa ed inco- 
stante d alcun partito: ma procurarono , il più 
che potevano , di mantenere una certa egua- 
glianza, e d'impedire che l'uno dei Partiti 'op- 
primesse l'altro. La fama intanto dei progres- 
si d' Arrigo trasse d' oltramonti molti Baroni 
tedeschi, borgognoni, e francesi che vennero 
spontaneamente a servirlo (a) . Probabilmen- 
te fu per la medesima causa allettato ancor 
mess. Gino a' ritornare in Italia. Infatti aven- 
do r Imperatore spedito a Roma con 5oo ca- 
valli Lodovico di Savoja, perchè là preparas- 
se le cose per l'incoronazione; ed essendo Lo- 
dovico dal Papa Clemente quinto costituito 
Senatore di Roma; fu mess. Gino Assessore di 
lui, come in due luoghi del suoGomento ci fa 
papere (i). Se conoscesse Lodovico in Francia, 

(a) Denina Rivol. d*Ital. T. 4* ^ib. i^. cap. 2. 

(b) IJb* 7. Rub. 71. TU. 71. « Qui boni» «tf Llb. 



33 

o nel passaggio per la Savoja non saprei dir^ 
lo . Era questo Lodovico precisamente di quel 
ramo che si chiamava dei Baroni di Vaud (a), 
e Tanno del suo Senatorato in Roma debbe 
stabilirsi nel i3io, secondo ciò che ne scrivo- 
no il Biondo , e Y autore della* continuazione 
degli Annali del card. Baronio {b). Credo che 
debbansi riferire a quest' epoca varj sonetti 
nei quali mess. Gino ci fa sapere di aver pas- 
sato l'appennino, e d'avere in quell'occasione 
pietosamente visitato il sepolcro di madonna 
Selvaggia , il quale dovette appunto tornargli 
in istradasse ella morì, come abbiamo mo- 
strato^ nel tempo che s'era rifugiata col pa* 
dre nel fortilizio della Sambuca . A questo 
passaggio allude nel seguente sonetto a Dante; 

Signore : e' non passò mai peregrino , 
Ovyer d^ altra maniera viandante 
Con gli occhi sì dolenti per cammino ^ 
Né così gravi di pen& cotante , 

8. Ruòr. 53. tit. 53. ^Cónsuetudinis^. Lii. a. ex qui^' 
bus casibus infam. irr. tit. 12. « Debitores. 

(a) Guichenon. Carli « Zecche d* Italia . Marat 
Ann, Fitali « Dei Senat. di R. Cina Gom. super God. 
lib. 2. ex quibus Gaussis infam. irrog. tit. 12. « Debi^ 
tores «. 

(b) Biondo Decad. 2. lib. 9. Rafnaldi Contin. de- 
gli Annali del Bar. 



34 

Corn io passai per lo monte appenninOf 
Ove pianger mi fece il bel sembiante y 
Le trecce bionde e 7 dolce sguardo fino , 
Che amor con lasua man nUpose avante ec» 

e nelFaltro citato altrove 

lo fui 'n suJI alio e 'n sul beato monte 
' Ch^ adorai y bendando il santo sasso y 
E caddi *n su quella pietra , ohimè lasso ! 
Ove r onesta pose la sua fronte , 

E eh* ella chiuse d ogni virtù 'l fonte 
Quel giorno che di morte acerbo passo 
Fece la Donna de lo mio cor lasso. 
Già piena tutta d*adomezze conte . 

Quivi chiamai a questa guisa amore : 
Dolce mio Dio fa che quinci mi traggia 
La morte a se ; che qui giace: il mio core . 

Ma poi che non m' intese il mio Signore 
Mi dipartj chiamando Selvaggia y 
L* alpe pc^ssai con voce di dolore (i8)- 

£ che scrivesse questi sonetti dopo esser 
passato dalla Sambuca , la quale resta sulla 
strada che dalla Lombardia conduce in Tosca- 
na, neir occasione che tornando di Francia 
sen' andava a Roma, è manifesto dal sapersi 
che quando egli calò la primst volt^ in Lora* 



35 

bardia , Selvaggia nop era peranco morta ; sta- 
to poi assente circa tre anni, non la ritrovò 
al suo ritorno più viva; ed il Yergiolesi stava 
sul punto di cedere la Sambuca, o di poco 
Tavea ceduta , come ho già detto, ai Pistoiesi 
BÌ prezzo di lire undicimila . 

Poiché gli affari dell'Imperatore, incorona- 
to che fu , presero in Rom^ sinistra piega per 
opra dei Guelfi sostenuti dalla potente fami- 
gha Orsina, e da Roberto re di Sicilia: anche 
Lodovico sene dovette fuggire (19). Incomin- 
ciarono allora gli odj , e le inimicizie d'Arrigo 
contro di Roberto e dei Guelfi ; giacché prima 
nutriva sentimenti moderatissimi, ed era ben 
disposto a mantenere la pace e la tranquil- 
lità deir Italia . I Ghibellini non tralasciarono 
d' accendere sempre di più il risentimento d i 
lui coixtro dei Guelfi, e d'impegnarlo a delle 
operazioni ostili . Pisa da gran tempo seguace 
de' Ghibellini si mostrò più d'ogn' altra città 
prontissima ad assistere Arrigo , ed egli la fe- 
ce come il centro de' suoi disegni contro di 
Roberto e dei Guelfi . E primieramente accu- 
sando quel re del delitto di lesa maestà, lo ci- 
tò a presentarglisi in Pisa . Ma Roberto non 
ubbidì . Arrigo dunque lo dichiarò decaduto 
dal regno^ e gli tolse tutti gli altri possedi- 
menti che "erano sotto l' alto dominio dell'Im- 



36 

pero. Dopo questa condanna si mosse con le 
Sue truppe, rinforzato dagli ausiliarj pisani 9 
per andare a combatterlo, e per obbligarlo con 
la forza a sottomettersi all'emanata sentenza « 
La fortuna dì Roberto volle che l'Imperatore 
giunto appena a Bonconvento morisse, non 
senza sospetto di apprestato veleno; perlo- 
chè rimasta in tronco la spedizione , i Pisani 
che lo seguitavano , depositato il cadavere in 
Sughereto, due anni dopo lo trasferirono con 
solenne pompa alla città loro, collocandolo 
nel bel monumento che in duomo tuttora ve- 
diamo 'sopra la porta della sagrestia canonica- 
le, dove fu trasportato dal posto nel quale era 
stato collocato in principio (a) . La nuova ina- 
spettata di questa morte riuscì dolorosissima 
ai Ghibellini , che perdettero allora le miglio- 
ri speranze loro . Fu pianta amaramente an- 
che da mess. Gino, che dalla vita d'Arrigo si 
riprometteva una miglior sorte, e sciogliendo 
Ogni ritegno al suo duolo in tali accenti ne 
deplorò tanto le sue , che le pubbliche calami- 
tà' (*). 



(a) f^. Notizie inedite della Sacrestia Pistoiese ec. 
pag. 126. Docum, Vi. Morona Pisa illustrata ec. 

(b) Cam, 20. Part. 5. della nuova ediz. 



3? 



Io prego lei ( natura ) che 7 mio finir sia tostò. 

Poiché vedovo son drogai salate; 

Che morto è quel per cui allegro andava . 

Canzon piena d'affanni e di sospiri 
Nata di pianto e d acerbo dolore , 
Muoviti , piangi 9 e va disconsolata y 
E guarda che persona non ti miri 
Che non Jussi fedele a quel Signore 
Che tanta gente vedova ha lasciata . 

Quanto però ne sospirarono i Ghibellini , 
tanto più ne godettero i Guelfi e specialmen- 
te Roberto, che non indugiò a presentare le 
sue istanze al Pontefice perchè annullasse la 
sentenza d'Arrigo, come fu eseguito con la ce- 
lebre decretale Pastoralis cura (a) . Tosto che 
fu pubblicata questa pontificia sentenza in fa- 
vore di Roberto si levò gran romore nelle 
scuole dei Giureconsulti Civili, che pretesero 
d' impugnarne la validità contro la difesa dei 
COSI detti Decretalisti ^ i quali portavano per 
ragione in favore del Pontefice , e di Roberto 
che « Prceses unius territorii non potest citare 

(a) Clementin, liò, a. de Sententiis et Rejudicatis 

tit. 21. 



38 

nec realiter, nec 'ì^rbaliter cJiquem in territo- 
rio alteriuSy quia regnum SUcilioe dicitur suhje* 
ctwn Pontifici romano j non Imperatorift ^ Mess. 
Gino e come professore legista , e come affé- 
zionatissimo alla memoria d'Arrigo prese a di- 
fendere r operato- delP Imperatore , ed a nega- 
re la validità della pontificia sentenza. Vi si 
impegnò con tanto calore da averne sostenu- 
ta pubblica disputa in Siena per testimonian- 
za di Bartolo (a) ilquale , sebbene suo scola- 
re, fu poi di sentimento diverso. Quella op- 
posizione peraltro tirò addosso a Gino gran- 
dissima odiosità non;! solo finche visse , ma an- 
cor dopo morte per parte dei canonisti , tra i 
quali uno de' più fieri contro di lui fu l'abate 
Panormitano (^). Le cause generali di tale ed 
altre simili questioni cercar si debbono net 
principj già stabiliti quasi due secoli primsi 
nelle scuole dei canonisti, e dei legali, don- 
de derivarono tutte le discordie che per tanti 
secoli tennero in contrasti e gelosie continue 
i Papi e gli Imperatori . Ho detto altrove che 
fino dal 1 1 58 Federigo Barbarossa ordinò che 
quattro celebri professori bolognesi cioè Bui- 

(a) Bartolus ad legem i. ff. De Requirendis reis 
J. Prspsides. Per tot. 

(b) Ad cap, licet n. 6. V. Sed centra de Foro 
Competenti. 



39 
garo , Martino Gk>sia , Alberigo ed Ugo da Por^ 
ta Ravegnana decidessero se llmperatore aves- 
se diritto d* intitolarsi Orbis- terree dominus et 
Rex regum , Quesljì titoli venivano dall'imagi- 
nare l' Impero romano rinnuovato in loro ; 
quasi che in ciascuno Imperatore rinascesse 
un novello Augusto . È da notarsi per ^Itro 
ohe due di que'professori si dichiararono per 
la libertà naturale y specialmente Bulgaro , in 
opposizione al Gosia .che faceva un Dio del- 
l'Imperatore. Cosi li seguaci di Bulgaro apri- 
rono il sentiero a tutte le dispute su diritti 
naturali dell'uomo, sull'origine dell'autorità 
Imperiale e dei Re . Il sentimento del Gosia 
non fu senza grandissimo numero di seguaci, 
anche nei secoli posteriori . Gl'Imperatori pro- 
curavano di tenersene gelosamente in posses-» 
so; ed appunto in virtù di questo toglievano 
ed elargivano i regni , concedevano libertà e 
privilegi ^^^ ^^^ d'Italia a costo di grosse 
somme, stabilivano i Yicarj dell'Impero,, e 
sanzionavano confederazioni e leghe; sebbene 
spesso non avessero armi bastanti a guarenti- 
re gl'impegni contratti, t partigiani del Pon- 
tefice al contrario lo consideravano come il 
supremo depositario delle due autorità, ec- 
clesiastica e temporale ; e imaginavano che 
trasfondesse la seconda nell'Imporatore per 



4o 

mezzo della incoronazione , e della consacra- 
zione ; che a lui ritornasse , vacante l'Impero. 
Tutta la teoria dell'una, e dell'altra opinio- 
ne , senza star qui a rammentare i più moder- 
ni scrittori^ si puà vedere estesamente espo- 
sta nell'opere di Gino, degli altri giureconsul-. 
ti, e dei canonisti del tempo, nel trattato Z^e 
Potestate ecclesiastica del b. Egidio Colonna , 
e nel libro De monarchia scritto da Dante in 
difesa dell'autorità Imperiale . In quanto a Gi- 
no, tra i molti luoghi, merita d'esser veduto- 
ciò che scrisse nella Lettura sul Digesto vec- 
chio (a), e nel Comento sul Godice (A), dove 
si esprime cosi : Consecratio Papce operatur ut 
spirituaUa bona, sive dona SpiriUis Sancti et 
gratiam consequatur (Imperator), ut augeatur 
interius quod exterius unctio prcefigurat ..... 
non autem ut ex unctione, et consecratione ju^ 
risdictionem consequatur: et per hoc , quia an^ 

te consecratìonem rex facit legem item 

cum superiorem non habeat, executionem a 
nemine recipit, sed a Deo qui eum elegit^ . Da 
queste parole di mess. Gino , e molto più da 
altri passi riportati nelle note (ao), e che in 
maggior copia si posson vedere nel Gomento» 

(a) De Justitia et jure §• ex hoc jure gentium. 

(b) Lib. 7. tit. 37. $. Bene a Zenone . 



I 

e nella Lettura sul Digesto veéchio , resta 
smentito ciò che troppo liberamente ne scris- 
se il Protestante Cisnero nell'epistola declica- 
toria premessa alla sua edizione dell'Opere le- 
gali , dove lo presenta in un aspetto troppo 
nemico al romano Pontefice, specialmente con 
queste parole : Quie Pontifices propter prin- 
cipatum quem sibi finxerunt , constituere , illa 
Cinuspro nihilo duxit et cum aliis eorumdem 
erroribus est aspernatus : quasi che avesse ap- 
provato tutte le calunnie che dal Cisnero , e 
da' suoi venivano spacciate contro del romano 
Pontefice. Anzi, che generalmente 9on dispre- 
giasse l'autorità dei pontificj decreti si può 
ben rilevare da varie sue espressioni , e per 
esempio dalla seguente (a): De isto articulo^ 
quamquam legistce dUputent^ Canonistce ta- 
men^ quibus est standum^ diversa sentiunt . Tut- 
ta la questione si raggirava nel 'prescrivere i 
confini della ecclesiastica giurisdizione nelle 
materie civili , e non pensò mai a porne in 
dubbio i supremi gerarchici diritti che pres- 
so i Cattolici nel romano Pontefice si ricono- 
scono . 

In qual paese , ed in quali circostanze egli 

(a) Com. iib. i. ST. 3. De Episcopis et Cler. $. 
Caussa quce^ 



N» 



4^ 

sé ne restasse dòpo Y assessorato di Koma , e 
dopo la fuga di Lodovico senatore di Roma 
non posso decisamente diflo , perchè ninna 
certa memoHa ce ne rimane. A Pistoia proba- 
bilmente non ritornò, a motivo che questa 
città si reggeva per Roberto re di Napoli fino 
dair^nno i3o9 (a). Nella prima edizione 
scrissi che Gino sicuramente andò a Napoli , 
fondandomi su la canzone che incomincia 
Dèh quando ris^edrò 7 dolce poesie . Fatte poi 
nuove riflessioni ho cambiata opinione, e cre- 
do ehe ivi si parli non di Napoli , ma di Ro- 
ma (b) . Dovunque ei dimorasse è certo che 
verso Tanno i%i% per dare una luminosa pro- 
va del profitto ricavato dall' aver per tanto 
tempo studiato in Bologna , incominciò a scri- 
vere il famoso Comento sopra i primi nove 
libri del Codice, e lo terminò in due anni agli 
1 1 di luglio del i3r4. Evvi chi ha scritto che 
lo componesse mentre età professore in quel- 
la Università; lo che non si può sostenere, 
primieramente , perchè da più luoghi del Co- 
mento medesimo si vede chiaro che almeno 
una buona porzione la scrisse altrove {e) ; si 

(a) Stor. Pistol. 

(b) y. le mie note alla sud. canzone . 

(e) Com, lib. 4- -^d l^. Ne filius prò patre Tit. i3. 
Ruòr. 1 3. habita super hoc • 



43 

aggiunga poi che dal dire egli in fine del me- 
desimo essersi accinto, a quella impresa ne ' 
putat^er in vacuum totiens lustrasse Bononiamy 
tacitamente ci fa intendere che fin' allora da- 

« 

to non aveva a conoscere in altro modo lo stu- 
dio ed il profitto fatto in Bologna ; ovechè se 
tì fosse stato già professore bastar poteva ciò 
per dimostrare che non indarno avea frequeu'- 
tato per tanti anni quella Università. In se- 
condo luogo: se non fu laureato che dopo di 
aver posto fine al Comento, come dunque po- 
tè mai comporlo quand' era pn>fessore in Bo- 
logna , non dovendosi supporre che ivi legges- 
se prima d'essere laureato? D'altronde non 
sappiamo aver egli precedentemente ottenuta 
in altro Studio la dignità dottorale. Queste 
ragioni prendono anche forza maggiore da 
quanto assicuraci il Tiraboschi , cioè , che al- 
l'eruditissimo dott. Gaetano Monti, investi- 
gatore diligente di tutti i monumenti bolo- 
gnesi, niun indizio avvenne mai di ritrovare 
onde far si potesse la benché minima conget- 
tura che mess. Gino sia stato professore in 
quella Università (a), sebbene ciò venga uni- 
versalmente affermato. Gomunque peraltro 
vogliasi che la cosa stia, il certo si è che quel- 

(a) Tirab, T. 5. P, i. lib, 2. cap, 4« $• i5. 



44 

l'Opera fu, per que' tempi , una riprova chia- 
rissima del suo straordinario sapere nella 
scienza legale, non tanto per le materie, e 
per la maniera di trattarle, quanto per la sor- 
prendente celerità con cui la condusse a fine. 
Se il celebre Gottofredo ebbe a lavorare anni 
trenta a stendere i suoi comenti sul Codice 
Teodosiano, qual sorpresa far non dovette in 
quell'età, e non farebbe anche ai di nostri, 
il vedere nel breve giro di due anni compiu- 
to un faticosissimo, e voluminoso lavoro che 
perle circostanze dei tempi niente lasciava 
da desiderare su queir argomento? Erano è 
vero i giureconsulti d'allora per la maggior 
parte assai mediocremente , per non dire bar- 
baramente, instruiti nella lingua latina ; sen- 
za cognizione di greco , senza erudizione del- 
le antiche costumanze, e tutto il colmo del 
sapere collocavano nella sottigliezza degli ar- 
gomenti, nell'astuzia delle risposte e dell'in- 
terpretazioni, in distinzioni, in citazioni in- 
nuroerabili di opinioni , di glosse, di decisio- 
ni e sentenze. Ma chi poi avesse domandato 
loro da quali sorgenti derivate fossero tante 
leggi e Mvie costituzioni che gli uomini ridus- 
sero a vivere in bene ordinate repubbliche; 
chi avesse loro fatto ricerca dell' utilità' di 
tante celebri magistrature, dello spirito filo* 



45 

sofico che le dirigeva: indarno avrebbéne as- 
pettato risposta , vedendo cambiata in profon- 
do silenzio la loquacità di que' venerati mae- 
stri. Peraltro fu prima che da me osservato 
come a fronte di tutti questi difetti, compa* 
tibili quando in Europa non si conoscevan 
ancora la buona erudizione, la sana criti- 
ca , e molto meno V eleganza , e la venustà 
dello stile, fu, io dissi, osservato come quei 
primi interpreti del diritto civile , sebbene 
rozzi ed incolti ,* scrivessero ciònonpertanto 
con una certa insinuante semplicità, quale 
riscontriamo pure nei vecchj italiani cronisti, 
ed in altri autori di quegli antichi tempi; roz- 
zi si, ma ingenui, ma naturali, e per questo 
sempre piacenti . E vero che spesso interpe- 
travan male le romane leggi per li sopra in- 
dicati difetti ; ma bisogna però confessare che 
molti nei loro sbagli medesimi, facendo vede- 
re acume sommo ed ingegno non ordinario , 
contribuirono assai ad assottigliare , come 
suol dirsi, lo spirito, a dar sodezza al razioci- 
nio , a raffinare il gusto , ed in ispecie ad abo»* 
lire la barbara giurisprudenza gotica , richia- 
mando alla pratica le leggi roinane, ed, ima- 
ginandone delle nuove, ripiene di prudenza e 
di equità, quando i tempi non permettevano 
di far uso in qualche ca$o della giurispruden- 



46 

za romana . Ella è osservazione costante che 
dal ritrovamento delle pisane Pandette in poi , 
li soli giurisprudenti occuparono *per più se- 
coli il primo posto neir europea letteratura , 
mentre che le altre scienze erano di qualun- 
que attrattiva affatto spogliate; e cosi Tultimo 
ramo dell'antica letteratura , che rimase il me- 
no guasto e corrotto , fu il primo che si tra- 
mandasse al mondo moderno , come ho altro- 
ve indicato, e dal quafle a poco a poco rinver- 
zicò e riprese vital principio Y italiana lette- 
ratura (a) . Quantopiù vagliono queste osser- 
vazioni a presentare in favorevole aspetto i 
meriti di molti tra gli antichi giureconsulti , 
tanto meno applicar si possono ad alcunp di 
que' barbari Pratici che scrissero nella piena 
luce del secolo sedicesimo , e nei seguenti , 
dopo che un' Alciato, un Budeo, un Cujacio, 
e tanti altri nella eulta Europa aprirono i fon- 
ti della erudita e dotta giurisprudenza . A nes- 
sun'altro poi di quegli antichi si applicheran- 
no meglio che a raess. Gino . Egli infatti , co- 
me da bel principio del suo lavoro se ne di- 
chiara , ebbe in mira di riunire quel che di 
meglio era stato detto fino a' suoi tempi e dai 

(a) F'ed, M, Hume » Regno di Riccardo III, Robert 
St. di Carlo V, ed altri . 



4? - 

Glossatori, e dai Dottori più celebri, special? 
meate dai più moderni e contemporanei, ri- 
secando però tutto il superfluo; sicché la bre- 
vità e la nuovità congiunte all'utile assìcuras* 
sero un favorevole incontro alle sue fatiche. 
Ne «olo per questa ragione dovea il suo lavo- 
ro chiamarsi Opera nuova ^ ma specialmente 
pel metodo che egli introdusse. Infatti cura 
sua propria e specialissima fu di conciliare le 
leggi riferite nel Testo civile, e di portarle ad 
una più facile intelligenza, facendo in tal gui* 
sa conoscere la sua maravigliosa esperienza, 
e l'indefessa lettura del Testo suddetto ; sicché 
può francamente dirsi, che, a contar da Irne- 
rio, nessuno sia stato superiore a lui nei tem- 
pi precedenti per l'intelligenza, per la com- 
binazione, e per l'ermeneutica indagine del- 
le leggi romane . Discostandosi egli dall' anti- 
co sistema speculativo cominciò a far uso di 
una giudiziosa analisi al lume di esattissima 
eritica ; e procurando di rintracciare primie- 
ramenrte la ragione e lo spirito della legge (a), 
passa quindi ordinatamente all'esame , ed al- 
lo sctoglimento delle obiezioni, riferisce le 
opinioni dei professori antichi e moderni, ed 
in ispecie del suo maestro Dino; dal q^uale per 

(a) Com. super cod. Ub. i« Dejuce <t&ct. igiu;irat. 
tit, i8. « Quamvis. 



48 

altro, con le proteste della iraggior riverenia, 
qualche volta dissente . Fra i molti luoghi del 
Codice , che a maggior chiarezza furono ridot- 
ti da Gino, è specialmente, per sua stessa di- 
chiarazione , il Titolo XV. del Libro VI. Rubr. 
XV. dove si stabilisce che Cognati non succe- 
dunt nisi Iure Prc^toriOj et nemo imitus cogitar 
honorum possessionem agnoscere. In fine del 
qual titolo egli aggiunge ; Hic sii finis hujus 
tractatus , qui tam a nostris glossatoribus quam 
edam a Rofredofuit erronee traditus^ sed per 
me Cinum de Pistorio in lucem veritatis edu- 
ctus . Non vi è Statuto né Consuetudine , non 
decisione o caso di qualche singolarità dei tri- 
bunali d'Italia, di Francia e d'altre regioni, 
non che della sua propria esperienza , che egli 
opportunamente non citi. Quindi espone il 
proprio sentimento, illustrando la materia coh 
adatta tissimi^/^iipecie e con esempj d'antiche 
e moderne storie , con detti e sentenze di 
que' latini scrittori che si leggevano a tempo 
suo, come di Cicerone, di Sallustio, che di- 
stingue^ col titolo d' Historiographorum prin- 
cepsy d'Ovidio, appellandolo magistrum amo- 
ris, e del quale riferisce il verso filius ante dies 
patrios inquirit in annos (n), di Giuvenale e di 

(a) De Tmnaactionibus liò, 2. 7Va 3. X. de Que- 
stione. 



49 

Lucano . Or qui non voglio tralasciar d' osser- 
vare come egli attribuisce il principio della 
Fursalia a Seneca : Et propterea Seneca sic 
exoTdUus est in principio Lucani a Bella per 
csmathios plus quam civiUa campos etc. « (a) 
Forse per principio di Lucano intender volle i 
primi sette versi fino a questo: Quis furor ^ o 
Cives , qìjue tanta licentia ferri ? Che a Luca- 
no , specialmente nei primi sette libri , pre- 
stasse l'opera sua la moglie Polla Argentana , 
ci viene attestato da Sidonio Apollinare {h): 
Di Seneca non ce ne resta , cb' io sappia ^ me- 
moria alcuna ; né saprei a qual Seneca darne 
il merito; essendo per fino incerto a chi di 
questo nome debbansi attribuire le note tra* 
gedie; sebbene alcuni, non senza qualche pro- 
babilità, ne facciano autore Seneca il filosofo 
fratello di M. Anneo Mella padre di Luca- 
no (e). Se s'abbia riguardo alla parentela, e 
molto più alla somiglianza dello stile , potè 
Lucano esser da lui molto degnamente ajqta- 
to; ma come ho detto, non so qual fonda- 
mento aver possa quest'opinione . 

Oltre i nominati scrittori altri molti se ne 

(a) Com. Uh. 6. « De caducis tollendis tit. 5o. « Et 
nomen et materiam caducorum « . 

(b) lib. 2t. eplst. IO. Ad Hesperìtun. 

(e) Tirob. Tom. %. P, i, //*. i. cap. a. J. 34- 5. 



5o 

iocontrano citati nel corso del Comeato , tra 
i qiialì Oqiero : non sotum Atrides secundum 
Homeruni, 4iligunt Uxore^ ^^s , </7?/nQ et oHi, 
Aristotele, Cacone, Ora2;ÌQ, Valerip BfassiiiDO, 
9. GirQlfiipQ, Ppe^io, Cassiodoro, Orosio; di 
tutti più o n^enq giovandosi per ornamento ^ 
o per copfeinii£^ di ciò che gerire* Non è tsi^ 
pore la Qogniziqne che diniQStra d avere degli 
antichi scrittori legali, e dei p^pderni; molti 
dei qupli non solamente cit^ all' occasione , 
ma qe dà il giudizio , ne indica le opere con 
alcune storiche notizie che invano cercberem- 
pio altrove . Tra i molti ^ ecco i più distinti : 
Alberto d^ Caudino (a i ), A^vEone bolognese phe 
distiqgne coi titpU di suifiiUfsimus doctoredo- 
dar egregiiés; Andrej de Bi^rulo , di cui cita la 
Lettura {%i)i Az^oUno de'Savign^ni di Bologna, 
Alberico (aZ) ,. Bernardp de Barulo e ne cita il 
libro apparatUs, Barloluc^ip de Prati di Bolo- 
gna , egregùis doefor qui mQdo legens cathedram 
merito p^git , Bandiuo Pi^no qui tracta,9it ali- 
qU0fi Utiles quf^titmes {iÀ^)^Diao da Mugello, ai- 
ter Papiniafiu^i^S)^ Ubaldino dei Malevolti bQ- 
logaese, magnm doctor 0t advocatus , France- 
sco Accorsi (36), Martino Gosia, Giovanni da 
Blovosco, Giovanni Andrea bolognese decre- 
talista suo speciale amico , Jacopo da Raven- 
na (2 7), Jacopo d'Ai^na pfiirmigiaiia(a&), Gio- 



5i 

vanai monaco e oarf^ia^le, Giovanni Fagioli da 
Pisa, e citane il trattato ffe summarw cognitio^ 
nibus (99), Allertino da Fapo, qmpro ^(tpacita- 
te suas memoria^ Jiiit s^k^lis ^ poUtus doctor^ 
Niccolao M^t^relli da Mpdef^a , ^oc(or studii 
padiMìii (3p), l^ambertino liaipponi, egregius 
doctor et advoiinUis jBononùf^ (3 1) , ^ic^ardp dfi 
Siena (Su), nunc oardinaiis qui do^uit apud^eor 
polim jwa, niJ^iKH, Riwftrdo Mfilmnbr* (33) qi4i 
legit in ttifdio pa(iu4mQ 9 Jlpglerip piacenUnp, 
Odofredo (34), Roffy^do 05),PietLro BeUaperti- 
ca (36), Bartolommeo dn Qipua, magnus docior-, 
Gifidope da Susa, Ca^ciayilJUipQ qui Je^it (id- 
jectiones in BrofhardOy Riwwlo Ligppi, dQ- 
ctor ubmmontanus f Ugolipo Fontana , B^n^- 
detto di Serbia , Tancredi e Via^p^io y magni 
doctores Jum Cqnomci, Bartolom^ da Br^^cia, 
Uberto da gobbio , Ton^n^asp da Pipei^t^k bo- 
lognese, 9. Topu^aao d' Aquinp qi4i dica quod 
JDecimtip non possunt prc^criòi in (otum etQ^ Dia- 
gli autori legali passando ad altr^ not^i^i^ %%qr 
riche, egli ci ha conservato non poch^ memo- 
rie del tfmpo. suo si di costumanze legali, ph^ 
niilitari e politiche ; alcune delle quali ripor- 
to tra i docua\enti per soddÌ9far« alla curio- 
sità ed insieme alla erudizione dei leggito*» 
ri (37) . Tra le persone fuori del ceto legale, 
sono specialmente ricordati ufi tal«[ ri.Qchis^i- 



mo cittadino bolognese di nome Romeo De 
Pepoli , e Francesco da Lucca medico chirur- 
go, il quale fu certamente Francesco Borgo- 
gnoni (38). In aggiunta al vasto apparato di 
cognizioni legali e storiche erudizioni, si ma- 
nifesta pure bene istruito di molte delle dot* 
trine che oggi vanno sotto nome di gius-pub-- 
blico {a) , e che sebbene prima del celebre 
Grozio riunite non fossero in sistema , ed a 
principj universali ridotte; pure da molti de- 
gli antichi Greci e Latini, e poi anche da'no- 
stri più penetranti e dotti giureconsulti della 
vecchia scuola, o per proprio acume, o per 
lo s.tudio fatto su gli antichi , si conobbero i- 
solate ; e forse taluno di essi comprese pure 
r uso e la riunione che avrebbe potuto farse- 
ne per formarne un ramo di pubblica giuris- 
prudenza; cosa che prima di Ugone Grozio 
completamente nessuno eseguì; completamen- 
te io dico, perchè la via in certo modo gli 
preparò il nostro italiano Alberico Gentile, 
che bene spesso cita le dottrine di mess. Gi- 
no . I pregj esposti finora sembrar peravven- 
tura potranno a taluno di non gran rilievo , 
come certamente sarebbono, se mess. Gino 

(a) Lect, Sup. Dìg. F'et. De Justitia et jure L. Ei; 
hoc jure gentium . 



53 

vìssuto fosse in tempi diversi dai già sopra de* 
scritti, nei quali pochissimi , per Io più mu- 
tilati e pieni di scorrezioni e d'errori erano 
i libri dei classici scrittori antichi; cóme ben 
sa chi conosce la storia del risorgimento della 
buona letteratura incominciato dopo la mor- 
te di Gino per opera specialmente del Petrar- 
ca e del Boccaccio , che tanto s'affaticarono a 
togliere dall' oblivione e dall' ultimo immi- 
nente esterminio i monumenti più preziosi 
della greca e della latina letteratura • L'esem- 
pio loro fu poi con incredibile ardore imitato 
principalmente dai Filelfi , dai Guarini , dai 
Poggi, dagli Ambrosi camaldolesi , e dagli stes- 
si signori italiani di primo rango, tra' quali 
sopra ogn'altro si distinsero e per la profusio- 
ne d' immensi tesori, per la sollecitudine e 
per l'amore ardentissimo di raccogliere anti- 
chi monumenti d'ogni genere i tanto celebra* 
ti a ragione Cosimo e Lorenzo dei Medici. 
Non poca lode è dunque dovuta a mess. Gino 
che in mezzo a tante difficoltà d'ogni manie- 
ra per farsi strada alla buona erudizione , po- 
tesse presentare nel suo Gomento un sistema, 
in cui si vedessero accennate le prime linee 
d'un corso di giurisprudenza accoppiata con 
la filosofia , con la critica , con l' erudizione , 
non senza spargervi di tanto in tanto qualche 



> 



54 

vitacità di stile. E perchè nelle $ue circostati- 
2e tutto debbe ascriverglisi a merito, almeno 
per la parte dell' ingegno , e dell' aggiustate^- 
sa.del pensare : chi non ammirerà gli sforzi 
co' quali , sebbene non sempre con felice sue** 
eesso, tenta di rintracciare le antiche costu* 
manze^ romane (a) ^ e la ragione delle medesi*» 
me , di spiegare le intitolazioni delle leggi (b) 
e l'etimologia dei vocaboli adoprati nelle me-^ 
desime (Sg) ? Vedeva ben' egli la necessità di 
queste notizie ; nia dopo varie ingegnose con« 
getture era costretto a confessare ingenua* 
mente la sua ignoranza . Non gli mancavano 
poi tutte le altre notizie che aver si potevano 
nelle scienze a* suoi tempi: sicché conchiuder 
possiamo esser egli dovuto comparire a quei 
giorni un completo Modello del perfetto giù- 
reconsulto. A Queste prerogative aggiunger 
se ne possono altre non meno per lui onori- 
fiche, quantunque di genere diverso dalle 
topra indicate . Fu inimicissimo della dispu- 
ta (e), odiò, come ei la chiama, l'immortali- 
tà delle liti cagionata dall' avarizia e venalità 



(a) Cóm. liò. 7. Tit. 43. Qui semel lib, 9. Rub. g. 
Tu. 9. ad Legem juliam « I>e adulteriis et stupris . 

(b) Com. Ii6. 6. Tit. 6. Rub. 5. legé si ili fraudettu 
(e) Com. Lib. 2. Tit. 4. Rub. 4. 



55 

dei tribunali (a) , e nel dubbio si decise sem- 
pre per r opinione più coerente ai prineipj 
della sana morale , come vediamo là dove del- 
le usure ragiona (6) . In veduta di tutti questi 
per allora non comuni , e molti singolarissi- . 
mi e nuovi pregj j fu certamente l'oracolo del 
tempo suo ; ma non poca estimazione riscosse 
anche quando la giurisprudenza ebbe spoglia* 
to affatto l'antico e iotico aspettò per rivestir- 
M di maestose ed eleganti seiùbiatize . Ed in 
Vero là sua autorità fu nìoltissimo valutata 
nei secoli posteriori j e lo è anche al presente 
in tutti i casi y nei quali ricorret* bisogni ad 
Un giusto discernimento ed alla sagacità del- 
l' ingegno ; perlochè i più celebri giurispru- 
denti lo fecero il soggètto de' loro &tudj, e tra 
gli altri il famoso Minucci da Pi^to vecchio ne 
Hdusse in un libro tutte le più singolari opi- 
nioni ; lavoro che or più non si conosce , e 
che avea per titolo Singulatia Cini de Pistorio 
per me Antonium de Pratovetere (4o). Anche 
Pompeo Battaglini giureconsulto Napoletano 
pubblicò nel 1611 Ad Cinam Pistotiensem 
additiones (e) • 

(a) Com. Ut. 7. Tit 66. ante sententi» tempus. 

(b) Com. Lib. 4. TU. 7. 

(e) Neapoli apud Dominicum Tubaiiellum, infoi. 



56 

Dopo questo breve ed abbozzato si, ma non 
esagerato ed abbellito prospetto del merito di 
mess. Gino nella giurisprudenza, chi potrà 
negargli il primato sopra que' della sua pro- 
fessione che lo precedettero , concedutogli 
ornai dalla &ma di quattro e più secoli ? Chi 
non ne dedurrà che se vissuto fosse in tempi 
più.felici , ed in mezzo alla chiara luce che noi 
circonda , non fosse stato per diventare egua* 
le almeno a que' che ora passano per lumina- 
ri, e che hanno renduta la debita testimo- 
nianza di lode al Ck>menta di lui sul Codice , 
che gli fu nobilissima scorta per dimandare 
l'onore della laurea, ottenuta con sommo de- 
coro in Bologna ai 9 di decembre del i3i4 
Tanno 44 incirca dell'età sua (40^ 

' La Lettura sopra il Digesto vecchio (il da Ci- 
no molto probabilmente composta per uso 
de' suoi scolari nel tempo successivo . Mostra 
in essa grandissima profondità di dottrina, e 
somma acutezza d'ingegno, ma in generale 
non comparisce tanto ricca di erudizione, ed 
è scritta in uno stile più secco , e meno viva- 
ce di quello del Comento sul Codice • 



57 

/ CAPITOLO HI, 

Unwersità nelle quali insegnò mess. Cina . Mae- 
stro di Bartolo in Perugia . Non lesse mai 

. Diritto Canonico. Confuso con un^ altro Ci- 
no Tehaldi suo nipote . Lettera attribuita 
a Cino Sinibuldi appartiene a Cino Tebaldi. 
Non si prova che sia stato maestro del Pe- 

. trarca e del Boccaccio . Lettere di Cino ai 
medesimi, apocrife. 

X osto che si divulgò per le mani degli uomi- 
ni il Comento sul Codice , mess. Cino venne 
in tale e tanta estimazione da, essere solleci- 
tamente invitato a leggere in varie celebri U- 
niversità. Quella di Trevigi, quantunque na* 
scente, credette molto ben provveduto alla 
propria celebrità , se la voce di Lui avesse 
risuonato nelle sue scuole • Siamo debitori al 
Tiraboschi della notizia d', esservi stato con- 
dotto per anni tre nel 1H18 (a) . Peraltro , 
nell'anno successivo iSigai iisà di settembre 
Io trovo deputato dal Comune di Pistoia con 
altri sette concittadini a prender possesso del 

(a) Tùrab. l. e T. 5. P. i. lib. 2. cap. 6. $. i4- 
(^nota) . 

6 



58 

fortilizio di Torri nell' alta montagna pistoie- 
se, che i conti del Mangone venduto avevano 
al Comune di Pistoia (a) ; bisognerà supporre 
che sene fosse tornato in patria all'occasione 
delle generali vacanze , ò d' altra sua partico- 
lare opportunità. Nel iSai era presso del mar- 
chese di Camerino, dove gli spedirono i J>e- 
nesi neiranno suddetto Mino d'Orlando per 
invitarlo ad andare a leggere nella loro Uni- 
versità , nella quale sicuri documenti celo mo- 
strano negli anni iZ:à2 e i323 con lo stipen- 
dio di fiorini 200 d' oro , ed ebbevi per colle- 
glli Andrea da Pisa e Federigo Petrucci (4^)« 

Parimente l' Università di Perugia a quei 
giorni rinomatissima non tardò a richian^gir- 
lo presso di sé ; anzi diventò quella il vero 
teatro della sua gloria. In qual'anno propria- 
mente incominciasse a leggervi non lo trovo 
indicato da verun documento. Se s^mmettasi 
aver egli consumati a Siena i tre anni della 
Condotta, non potrà esser andato a Perugia 
che dopo il 1 324. Le memorie esistenti in 
questa città non celo mostrano ivi prima del 
novembre del iSaó (è), nel qual'anno vi ten- 

(a) « Libro di Contratti e Testam, deli* Opera di 
s, Jacopo dal 1287 al i4o3 a pag, 7. nelV Archi\^io 
Pistoiese . 

(b) AnnaL XvìratifogL a33. ann. iSaó. 






9 



59 

ne consulta con altri di que' professori (43), a 
proposito d' una risoluzione da prendersi nel 
General-consiglio della città per • V elezione 
fatta dal Papa al vescovado d' Amalfi di frate 
Monaldo perugino delF ordine dei minori (a). 
Mentre Gino tranquillamente sene viveva 
occupato della professione cattedratica, lun* 
gi dalle brighe e dai tumulti dei pubblici af» 
fari, non era imitato dal suo figliuolo Mino, 
che fu autore di novità in Pistoia signoregr 
giata dall'abate di Pacciana Ermanno Tedici; 
uomo assai feroce^ e più. atto alle sedizioni 
che al sacerdozio . Aveva egli cacciati dalla 
città tutti i seguaci della parte bianca , molti 
de' quali si ricovrarono presso il famoso Ca- 
struccio degli Antelminelli , che segli teneva 
cari per esser uomini molto pronti ed animo- 
si, e per natura inclinati all'armi. Coli' opra 
loro andava sempre infestando il palese, e le 
montagne della detta città {b\ mentre Guglio- 
ne Ulisse, e Pino della Tosa difendevano per 
Roberto . Castruccio intanto, occupate molte 
castella dei Pistoiesi , e tutti i villaggi posti 
sull'appennino, costrinse l'abate a far tregua 

(a) Pellini Stor. di Perugia P. i. lib. 6. an. 1826 
pag. 487. 

(}ì) finita Castruccii Antelm* ec, Auctore Nicolao 
Tegrii^io • Lue» i y4^ . 



6b 

ed accordo , sebbene contro voglia deTioren- 
tini , i quali avendo molta soggezione di Ca- 
struccio desideravan piuttosto di vedere Pi- 
stoia in mano del Tedici , cui facilmente a- 
vrebbero assoggettato , o indotto a favorire i 
loro disegni. Ma Gastruccio, che s'era di ciò 
ben accorto, non potè limitare le sue mire ad 
un accomodamento, comunque a lui vantag* 
gioso, con Fabate suddetto; e tutta l'atten- 
zione rivolse a farsi assoluto padrone della cit- 
tà. Proposto com'egli aveasi , di sottomettere 
i Fiorentini^ vide benissimo di qual conse- 
guenza fosse per li suoi disegni il farsi sogget- 
to un paese, che rimanendo quasi alle porte 
di Firenze ed a confine con Io stato di Lucca 
gli dava tutto il comodo di molestare conti- 
nuamente il nemico senza uscire, per così di- 
re , un palmo da casa . Eragli noto che pesava 
ai Pistoiesi il dominio d'Ermanno , i quali seb- 
bene desiderassero in cuore l'indipendenza', 
pure avrebbeijo tollerato più volentieri un 
padrone straniero, che il giogo d'un loro con- 
cittadino . Daltronde avea l' abate un partito , 
sebbene non il più numeroso , ciò non ostan- 
te jl più potente, perchè sostenuto dalla pro- 
tezione dei Fiorentini e dallo stesso Roberto. 
Castruccio adunque per. venire a capo del suo 
disegno stimò cosa più sicura d' adoprare. in- 



6r 

vece della forza aperta, la finzione e '1 maneg- 
gio.Primieramenteegli s'insinuò nell'animo del 
nipote d'Ermanno, Filippo Tedici, che entra-^ 
to in gelosia del zio mirava a torgli lo Stato, 
come poi gli riusci , fingendo d'intendersela 
co' Fiorentini , mentre che segretamente aper- 
to avea trattato con Castruccio, dal quale e- 
rangli state fatte generose promesse , e tra le 
altre, di costituirlo comandante dell'armi, e 
suo vicario in Pistoia con largo i^tipendio. Ne 
trascurò di tirar dalla sua anche gli amici di 
Filippo , e specialmente Mino Sinibuldi fi* 
gliuolo del nostro mess. Gino, Bartolomeo 
Ricciardi, ed un uomo facinoroso e pronto 
ad ogni iniquità chiamato il Cremona, a cui 
diede la segreta commissione d' avvelenare là 
moglie di Filippo per maritare con questo la 
sua figliuola Dialta (44) • Così disposte le cose 
verso di Filippo e de' suoi aderenti, tostochè 
videsi al punto di poter tentare il colpo non 
si fidò già delle buone parole e delle promes- 
se^ ma per tradiitaento della guarnigione im- 
padronitosi della Sambuca , ed avanzatosi ta- 
citamente sotto la città , non s'arrischiò ad en- 
trarvi prima che Filippo gli desse in ostaggio 
il proprio figliuolo. Ricevutolo, ed aperto- 
glisi dai congiurati pacificamente l'ingresso, 
senza contrasto alcuno occupò la città- Sue 



62 

prime cure furono di fortificarsi contro i cit-' 
tadini, e gli stranieri, e di ricompensare chi 
r avea sostenuto , come anche di porgere al 
popolo divertimenti e sollazzi . Regalò pertan- 
to cinquemila ducati al Cremona, cinquecen- 
to gli divise tra Mino Sinibuldi, e Bartolomeo 
Ricciardi, e fece priore del ricchissimo mona- 
stero di s. Frediano di Lucca frate Giorgio (45) 
Eremitano di s. Agostino, che aveagli molto 
giovato per incominciare a trattar con Filip- 
po, a cui dette iii moglie la sua figlia Dialta ; 
onde con tal matrimonio gli sembrassero vie- 
più stabilite le concepute speranze. Volle che 
in mezzo a sontuosissime feste fosse celebrato 
il banchetto nuziale a vista di tutto il popolo 
in una piazza, che secondo alcuni scrittori 
per tale avvenimento prese il nome di sala , 
e ritienlo tuttora (46) . Queste cose accadeva- 
no tra il iSaS ed il 13^6 . Davarj documenti 
esistenti nell'archivio pubblico di Pistoia ri- 
levo che Castruccio tranquillamente vi domi- 
nò dal di a8 di gennaio fino al 2 di decembre 
del 1326. Sebbene non vi abbia trovato altre 
memorie che ci mostrino la continuazione del 
suo comando , è certo però che ne fu padro- 
ne fino al gennaio del i328, epoca nella qua- 
le i Pistoiesi gli si ribellarono , colta V oppor- 
tunità d'esser egli andato a Roma con Lodo* 



63 

vico il Bavaro a preparar la guerra contro Ro-* 
berlo . Autori di questa rivolta furono i Fio- 
rentini istigati da Filippo da Sanguineto (47) 
vicario generale di Roberto in Firenze, ed in 
Toscana (a) , il quale ai 4 di febbraro del iSuS 
riformò in Pistoia il governo a nome del re , 
componendolo totalmente di cittadini Guelfi. 
Peraltro pòco tempo si ressero i Pistoiesi in 
quello stato; poiché, inteso appena il fatto, 
partì Castruccio sollecitamente da Roma , e 
prima che i Fiorentini se n'avvedessero, giun- 
to con la sua gente sotto le mura , di e notte 
battendole con macchine, che l'antica roma- 
na ballistica rinnuovarono , e travagliando a- 
spramente l'esercito fiorentino, che stava di 
fuori, la; riprese per forza ai tre d'agosto del- 
l'anno medesimo i3a8 (ò). 

Castruccio fra i molti titoli ottenuti da Fede- 
rigo, come di segretario, conte, e vicario del 
re d(^' Romani, ebbe certamente da Lodovico 
il Bavaro ; nell'anno i3a7 con la dignità di 
duca anche il dominio sulle città di Lucca, 
Pistoia , Volterra , e Luni coloro Territorj (e). 
Prima intitolav^si imperiali gratia luce pistori 

(a) Zaccharia Anecd, med. aevi Par, L Anecd. 18. 

(b) Vita Castruccp. 102. {nota). 

(e) // Diploma si l^^e nel Fioravanti Mem. Sto- 
riche di Pbtoia. 



r' 



64 

et tanè vicarius generalis et partis impefialis 
florentias dominus (48). I Fiorentini di parte 
ghibellina lo avevano eletto Signore appresso 
Signa , capi dei quali erano Matteo Guidi , Nar- 
do Scolari, Lapo liberti, e Ceffo Lamberti. 
Poco dopo d'avere riconquistata Pistoia sene 
mori per li disagj in quella guerra sofferti, la^* 
sciando immortai fama di sé; ed oggi aiicpra, 
esaminando le sue gesta , dobbiamo confessa- 
re, che egli era uno di que'genj conquistatori 
e politici, prodotti ogni tanto tempo dalla Na- 
tura per essere 1' ammirazione del mondo , 
specialmente quando vi cooperino le circo- 
stanze . 

Nel tempo di queste turbolenze e vicende 
della patria , mess. Gino di niente più era 
occupato, che delle sue lezioni in Perugia, 
dove da tutte le parti concorrevano gli stu- 
denti ad ascoltarlo . Peraltro tra' suoi scolari 
ninno uguagliò né il merito, né la fama di 
Bartolo da Sassoferrato , che incominciò a u- 
dirlo in Perugia dall'età di quattordici anni 
fiiio ai 20 con tale e tanto vantaggip d^ aver 
confessato egli stesso a Baldo che gli scritti e 
le istruzioni di mess. Gino avevano fabbrica- 
to, siccome egli diceva , il suo ingegno (a). La 

(a) Baldiis Sup, librum Feudorum Cap, Yassal. 



65 

cosa medesima in altri termini ci conferma net 
Digesto nuovo (a) . Se Bartolo nato nel 1 3 1 3 
udì mess. Gino dai i4 anni (49) fino ai ven- 
ti dell'età sua, sene raccoglie, che Gino nel 
13^7 era professore a Perugia e che continuò 
a leggervi perlomeno fino al i333; e sicco* 
me abbiamo veduto che vi era anche nel iSaG, 
perciò può stabilirsi che tenesse quella lettu- 
ra lo spazio noa minore di anni 7 . Della ce* 
lebrità a cui pervenne quell'illustre scolaro 
di Gino non occorre qui ragionare . Mi ristrin* 
gerò solamente ad un'osservazione, cioè, che 
siccome poi superò il maestro nella fama del- 
la giurisprudenza , così vollesi che lo superas- 
se nella vergogna della repulsa all'esame del 
dottorato ; giacché una sola volta dicevasi a- 
veria sofferta Gino : a Bartolo invece si attri- 
buirono quelle tanto ripetute parole BartO' 
lus ter reprobatus adswn . Ma non meno che 
di Gino , anche di Bartolo ci mancano argo- 
menti che diano una conferma qualunque di 
questi fatti; ed è probabilissimo che fossero e 
Tuno e l'altro una favola, trovata ed accredi- 
tata dai loro nemici ; giacche lo stesso Barto- 
lo aver ne dovette non pochi tra i legali del 

(a) Ub. 45. tit^ I. De verborum pt>ligat. L. Qui- 
dam cum filium . 



G6 

partito Imperiale, per non essere stato sempre 
con essi d'accordo ^ come dimostrò in propo- 
sito della celebre Clementina ^ di cui ho già 
ragionato; essendosi dipartito perfino dalFo- 
pinione del suo maestro (a) . Cominciato una 
volta a spacciarsi quel racconto , potè esser 
facilmente ricevuto come certo dalla turba , 
che quanto più le cose appariscono straordi- 
narie, tanto più le ammira e vuol crederle ve- 
re; infatti straordinarissimo sarebbe stato che 
due luminari dell'antica giurisprudenza, mae- 
stro e scolaro , avessero incominciato la loro 
strepitosa carriera da si umilianti principj : 
dall'essere, cioè, chi una e chi tre volte ^i- 
masto escluso dall' approvazione nell' esame 
del dottorato . 

Gli encomiatori più fanatici che veritieri 
di mess. Gino oltre all'averlo celebrato profes- 
sore a Bologna , hanno affermato che lo fosse 
in Firenze di Diritto canonico, e per fino di 
leggi in Parigi . In quanto a Trevigi , a Siena , 
ed a Perugia abbiamo veduto esser vero ; 
di Bologna , di Parigi e d'altre Università fuo- 
ri d'Italia , niun'argomento, benché lieve, ce- 
ne rimane , se creder non vogliamo alla nuda 

(a) jid leg. t. ff. De requii;endis rei» §. Praesides 
per tot. 



67 

affermazione di varj scrittori . Che non leg- 
gesse in Bologna F ho già mostrato parlando 
del famoso Comento sul Codice . Da Perugia 
Tanno i334 lo vediamo passato a Firenze per 
insegnarvi le leggi civili (a), ed ebbevi per 
collega a legger Diritto canonico il dottore Re- 
cupero da San-miniato, col quale s'era di già 
trovato in Perugia nel i3a6. È in errore chi 
scrive che ancora mess. Cino leggesse in Fi- 
renze Diritto canonico . Oltre all'essere cosa 
insolita a quell'età che un professore di leggi 
civili prendesse ad insegar Diritto canonico^ 
perchè i legisti facevano una specie di setta e 
di partito ai canonisti contrario; deve aggiun- 
gersi che mess. Cino era tra'suoi uno de' più 
alieni dalla giurisprudenza canonica, come se- 
guace della fazione Ghibellina . Non debbe 
peraltro credersi che egli , e gli altri legisti , a 
fronte di quest' alienazione e contrarietà, non 
conoscessero estesamente le materie canoni^ 
che , ed i canonisti le materie legali; anzi ne 
erano intendentissimi ; specialmente per le 
continue controversie che tra lor si agitavano 
e per la connessione che in quel tempo pas- 
sava tra la giurisprudenza canonica e la civi- 

(a) Scipione Ànmdrato il giovine nelFaggiunte alle 
Sl Fior, di Scip, Amm. il 'vecchio lib. 8. an. i334* 



68 

le . Io soD di parere che coloro i quali hanno* 
scritto essere stato mess. Gino professore di 
gius-canonico in Firenze, l'abbiano confuso 
con l' altro Gino Tebaldi pistoiese . Sembra 
che anche Y eruditissimo ab. Mehus , sebbene 
nella vita d' Ambrogio camaldolese distingua 
due Gini da Pistoia, sembra, dico, che in quer 
sto sbaglio cadesse nella vita di Lapo di Gasti* 
glionchio, all'occasione di riportare uno stru- 
mento del 1367, nel quale da* Fiorentini sono 
eletti Gino da Pistoia e Lapo da Gastiglionchio 
a leggere Decretali^ e nel citare un' altro stru*' 
mento in cui Gino e Lapo suddetti con Filip- 
po Corsini sottoscrivono un Gonsulto di gius- 
canonico (a) . Ma comunque la pensasse il 
Mehus, è molto facile che questi strumenti , 
veduti forse anche da altri prima che da lui , 
fossero occasione d'errore per li meno avve- 
duti . £ che Gino ivi nominato esser non po- 
tesse il nostro , è ben chiaro dal sapersi , co- 
me a suo luogo mostrerò , che mess. Gino Si- 
nibuldi venne a morte intorno al 1337. Fu 
dunque 1 altro Gino Tebaldi, nato da Diaman- 
te figliuola del nostro mess. Gino, ed a cui 
probabilmente in contemplazione dell'avo 

(a) Epistola ossia Ragionamento di Lapo da Ca^ 
.stiglionchio ec, p. i5. e 201. 



69 

materno fu posto quel nome. Del merito di 
questo secondo Gino nel gius-canonico molte 
testimonianze ci restano presso il Pancirolo , 
il Dempstero, il Dondori , il p. Zaccaria ed al- 
tri . Scrisse dei Consulti per quel tempo mol- 
to eruditi, ed in uno di Stefano di Giovanni 
de Bonaccorsi presso il Ziletti (a) si sottoscri* 
Te £go Cinus Domini Marchi . de Tebaldis d^ 
Pistorio CÀvis fiorentinus Decrétorum doctor . 
Anche la lettera che si conserva autografa nel- 
l'archivio di Pistoia (So) pubblicata già liella 
Raccolta d^ Opuscoli del Calogerà sotto nome 
di Gino Sinibuldi , credo che sia piuttosto di 
Gino Tebaldi; persuadendomelo le materie di 
gius-canonico di cui vi si discorre, e sembran- 
domi più naturale che gli Operaj.di s. Jaco- 
po , ai quali è responsiva , consultassero piut- 
tosto un professore 4i Diritto canonico, che 
uno di leggi civili in materia • puramente ca- 
nonica. La data di Firenze, che segnando il 
giorno manca però dell'anno, può conferma- 
re la mia opinione, sapendosi che il Tebaldi 
lesse Diritto canonico in quella città . Lo stile 
inoltre non ha punto il sapore che aver do- 
vettero le prose di mess. Gino , stando al giù* 
dizio che vedremo esserne stato fatto da Dante. 

^a) 71 I. Consilio i3. 



7<> 
Ma che cosa crederemo di due vanti comii- 
tiemente conceduti al Sinibuldi da chi senza 
darsi molto pensiero di richiamare ad esame 
la verità, o. falsità dei tradizionarj elogj , nien- 
te altro si propone che di riempiere i proprj 
scritti di pomposi racconti ; sulla fede al più 
di chi prima per veri gli accettò e gli scrisse? 
Io voglio dire del merito datogli dall'Arfaroli, 
dal Salvi , dal Doni, e dopo di loro da mol- 
tissimi, d'essere stato maestro del Petrarca 
nella legge, e da alcuni creduto pure maestro 
del Boccaccio nel Diritto canonico. In quanto 
al Petrarca una delle principali prove che van- 
tino i' difensori dell'affermativa opinione è 
una lettera di mess. Gino al Petrarca pubbli- 
cata già da Antonio Francesco Doni (a) , e ri- 
stampata poi dal Salvi, dal Dondori, e dal Bi- 
scioni . In* essa dunque, che ha la data dei ao 
di febbraio del 1329, duolsi amaramente il 
Sinibuldi che il suo scolaro abbia abbando- 
nato la giurisprudenza per amore della poe- 
sia ; gli rammenta e le premure e 1' affetto 
avuto per lui quando l' istruiva in Bologna 
nelle leggi, e la grande eapettazione che in 
tutti avea fatto nascere co' suoi portentosi 
progressi in quello Studio , e diffondendosi in 

(a) Prose antiche di Dante ec» p* 76» 



\ 



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k I 



71 I 



altri lamenti, con gran calore l'esorta di nuo- 
vamente applicarsi alla dimenticata giurispru- 
denza. Per molte parti questa lettera si scuo- 
pre supposta al lume di una critica spassior 
nata , ed attenta . E primieramente lasciando 
d'avvertire che vi si dà per certo che mess. 
Cino fosse professore a Bologna , del che sa- 
rebbe questo l'unico documento; l'epoca so- 
la dimostrala ragionevolmente sospetta . Ed ia 
vero se si è provato che dal i3a6 fino al i333 
fu sempre professore a Perugia , ed ebbevi Bar- 
tolo scolaro in questi anni: come dunque po- 
teva trovarsi professore a Bologna nel 13^9? 
Ma udiamo in qual maniera contro l'ab. de 
Sade, che la riceve per vera (a), argomenti 
r eruditissimo Tiraboschi . ce Io mi stupisco 
c( che questo scrittor francése , il quale tanti 
<r falli ha scoperto negl'Italiani, non abbia 
« avvertito ciò che alcuni italiani da ^i ben 
4x conosciuti avean già osservato, cioè, che 
a questa lettera ha ppiù certi caratteri di sup»* 
a posizione e d' impostura . Imperciocché ed 
« Apostolo Zeno (è), e il Padre degli Agosti- 
« ni (e) , e il Conte Mazzucchelli (d) hanno 

(a) Memorie per servire alla vita del Petrarca • 

(b) Dissertaz. Vossiane T. i. P. 2. 

(e) Scrittori f^eneziani T. i. pref.p, 19. 

(d) Scrittori Italiani T. 2. P, 4'^« i320. nota 17. 



7» 

« diinostrato , che quella raccolta di prose an* 
« tiche , donde questa lettera fu tratta, è pres* 
« sochè tutta tessuta di follie e di sogni del 
« medesimo Doni. Il che lo Zeno ha singoiar- 
« mente avvertito di questa lettera . Anzi lo 
« stesso ab. de Jiade altrove confessa che la 
a raccolta del Doni contiene molte cose apo* 
« crife (a) . Perchè dunque non ne ha egli an- 
« cor sospettato parlando di questa medesima 
« lettera ? E dovea egli stesso dubitarne per 
n più ragioni. Gino in essa rammenta al Pe- 
a trarca Y impegno , e V ardore con cui s' ap- 
« plicava allora allo studio delle leggi; e non«* 
<c dimeno l'ab. de Sade avea già scritto (b) e 
tf provato col testimonio medesimo del Pe- 
ce trarca che questi non avea mai potuto pren- 
« der genio ed amore per un tale studio . Ci- 
<c no rimprovera al Petrarca che , poiché avea 
« incominciato a frequentar le corti dei Prin- 
« cipi, avea abbandonato le leggi; e nondime- 
<c no r ab. de Sade sapea, bene che 1 Petrarca 
ce non avea l'anno 1829 veduta ancora alcuna 
«e corte . Gino lo rimprovera perchè faceva 
« versi alla corte del vescovo di Lombes; e 
« iiondimeno V ab. de Sade prova non molto 



(a) Tom, 3./?. 670. 

(b) r. i. pug^ 38. 



73 

« dopo [ivi p, 149) che il Petrarca andossene 
« a Lombes solo nel i33o, cioè un anno do- 
te pò la data di questa lettera. Finalpfiente Ci* 
a no parla in questa lettera con disprezzo del- 
« la poesia e dei poeti; e nondimeno l'ab. de 
« Sade sapeva che Gino era anche poeta; an- 
te zi aveva affermato {iv. p. 4^) ma senza re- 
« carne prova, che egli era stato in questo 
«e studio guida e maestro al Petrarca . Come 
dunque 1' abate de Sade ha potuto ricono- 
scere per legittima una tal lettera ? Finquì il 
Tiraboschi , il quale mentre convince di con- 
tradizione r ab. de Sade , aggiunge insieme 
forti ragioni per istabilire la supposizione di 
quella lettera , che per alcuni era la spada di 
Achille contro chi avesse pur dubitato essere 
stato il Petrarca scolare di mess. Cino nella 
giurisprudenza civile. A queste dotte, non 
meno che vere osservazioni aggiunger si può 
la diversità dello stile di quella lettera dallo 
stile che dovrebbe presentare se veramente 
fosse scritta da mess* Cino ; giacché vi si ri- 
conosce chiaramente lo stile del secolo XVI . 
Dimostrato essendo che ninna fede prestar 
debbasi a quel documento : vediamo se ne re- 
stino dei più concludenti . Tale creder potreb- 
besi riscrizione scolpita sotto un antichissimo 
ritratto di m. Cino, che da tempo immemora- 



. 74 
bile si conservava nella canonica della parròc- 
chia di s. Ilario di Pistoia, nel circondario della 
quale (^) era po^ta la casa d'abitazione dì the&s. 
Ciao. Di lì passò in mano del dottissimo cav. 
Cesare TaviaAi-Franchini , ed ora lo possedo- 
nò i cul^is^imi figli di lui sigg. Giulio e Giam- 
maria . L'ìscHziohe è del seguente tenore : 

fl)c ille est Cinus tato cèlebratus in orbe , 
Hic PatriùejùriSy Pieridumque decus. 

Èartolùìs hocfàlget^fulgetpariterque Petratx^ha; 
Aiiàrnen hic totofulget in òrbe magis , 

Quest'epigramma potrebbe fare qualche au- 
torità se fòsse contemporaneo del Sinibuldi , 
ò altnehò d' un tempo a lui vicino . Comun- 
que si Voglia giudicare del ritratto , egli ha si- 
curamente tutti i caratteri delle pitture di 
cjueir età ; ma Fiscrizione vi fu certamente ag- 
giunta dopo, e ne è una prò Va il vederla so- 
prapposta ad una parte del busto , ed anche 
presentemente sotto la medesima trasparisce 
il colore corrispondente al resto del vestimen- 
to. Oltredicfaè un certo stile piuttosto netto, 
à que'tempi non solito, e la forma delle lette- 
re la scuoprotio per assai più moderna . 

(a) Testam. di mess. Cino . V. Documenti infine 
di queste Mèrhòrie ec. 






Altro argomentò che il Petrarca liòh dia tnai 
stato scolare di mess. Gino nella giurispru- 
denza ce lo somministra parimente quest' al- 
tra iscrizione che leggesi sotto del cenotafio 
cretto l'anno iSSy. 

ClirO EXIMIO JURIS IlfTKRPRET^ 

BARTOLIQUE PRAEGEPTORI DIOICISSIMO 

POP. PIST. GIVI Suo B. M. FECIT 

OBIIT. A. D. MGCCXXXVI. 

Infatti o ella è contemporanea al monu- 
mento, ed in tal caso, rammentando che mess. 
Gino fu maestro di Bartolo , e tacendo poi che 
lo fosse ancor del Petrarca, dà sufficiente mo- 
tivo di sospettare , che se veramente stato lo 
fosse , non Vi si passerebbe sotto silenzio , e 
sarebbesi aggiunta questa lode alla gloria di 
lui . Se poi è molto posteriore , come n'hanno 
fatto nascere il sospetto e la forma nitida del- 
le lettere, somiglianti a quelle del buon tem- 
po, e una certa eleganza di stile: potrà per le 
medesime ragioni dedursene, che quando vi 
fu posta , p non si dava per sicuro che mess. 
Gino fosse stato maestro del Petrarca , o nep- 
pure esisteva quest'opinione. Ma là credo an- 
che molto posteriore perchè quando nel i337 
fu eretto il cenotafio , era Bartolo tuttor gio- 



76 

vinetto, e ne' primi anni della sua carriera, 
cioè in età d'anni ventiquattro; onide non po- 
teva perancora esser giunto a tal grado di ce- 
lebrità da accrescere un particolar decorò alla 
memoria del suo precettore, il quale avea la- 
sciato tanta fama di se . Questo potè bensì 
avvenire dopo un corso di anni, quando la 
celebrità di Bartolo non solamente uguagliò , 
ma superò nella giurisprudènza quella pure 
del suo maestro. Si conchiuda pertanto che 
se non è un'assoluta contradizione che mess. 
Gino abbia avuto scolare nella legge il Petrar- 
ca, non abbiamo neppure argomenti da pò* 
terlo plausibilmente provare . 

Molto meno dimostreremo che sia stato pre- 
cettore nel Diritto canonico a Giovanni Boc- 
caccio. I fautori di questa opinione portano 
per conferma un'altra lettera scritta dal Boc- 
caccio a mess. Gino , la quale trovasi parimen- 
te tra le prose antiche del Doni . E che que- 
sta pure aver debbasi per supposta , l' ha già 
mostrato il Mazzucchelli , presso di cui sene 
posson veder le ragioni (a) , Ma per convince- 
re brevemente chiunque che quand'anche fos- 
se genuina , non potè certo esser diretta a 
mess. Gino. Basta il sapere che vi si dice aver- 

(a) Artic. Boccaccio {nota 37.) 



77 
la scritta il Boccaccio dopo la morte del pa- 
dre, avvenuta tra gli anni i348 e i349? ^po- 
ca in cui già da molto tempo non viveva più 
il Sinibuldi . Anche il eh. sig. Baldelli non è 
di sentimento che questi gli fosse maestro (a); 
e veramente si può mostrare che non s'incon- 
trarono mai a far dimora nel medesimp luo- 
go (5i)- 

L'amore della verità , piuttosto che la pre- 
mura di tessere elogj mendicati al mìo prota- 
gonista, mi ha fatto discendere ad un critico 
esame degli encomj generalmente conceduti- 
gli : sicuro che le vere lodi di lui niente si sa- 
rebbero oscurate, se, tra le tante tributategli, 
qualcuna non avesse potuto sostenersi davan- 
ti ad un'imparziale ricerea del vero . 



(a) F'ita di Giovanni Boccaccio lib. i. pag..6. 
{nota I.) 



78 

CAPITOLO IV. 

Come contribuisse mess. Cino al perfezionamen- 
to della lincia , e della lirica poesia volga- 
re . Quanto abbia gioitalo al Petrarca . lo- 
dato da questo , e da Dante . Ultime memo- 
rie della sua vita . Muore in Pistoia . Sua se- 
poltura nella Chiesa cattedrale . Suo cenota- 
fio . È smentito un racconto del Panciroh , 
Si rammentano altri Cini. Estinzione della 
famiglia de* Sinibuldi . Sommario cronolo- 
gico. 

i^ebbene provar non si possa che il Petrar- 
ca , ed il Boccaccio sieno stati scolari di mess. 
Cino : non fu indegno per altro d' esser loro 
precettore, ne dal Petrarca fu meno stimato 
ed encomiato di quello che avesse potuto es- 
serlo, se realmente gli fosse stato maestro. 
E come leggere quel tenero sonetto con cui 
ne deplorò la morte senza sentirsi intimamene 
te invaso l'animo dall'idea della somma esti- 
mazione che n' ebbe ? Chi non esperimenta 
una parte almeno del dispiacere che egli mo- 
stra d' aver provato quando mess. Cino lascia- 
ta di se vedova la terra rallegrar fece il cielo 
che lo raccolse? Non contento di tributargli 



79 
il smq pfanto, a lacrimare invita tutte le gen- 
tili dpnqe, delle quali tanto soavemente iu 
Selvaggia avea cantato le grafie, gli amori, 
gli sdegni, e le paci; vuol che ne piangano 
amor^ stesso e la poesia ; in una parol? , al 
pianto richian^a chiunque il conobbe arporo- 
so e caro. Quantunque tutte queste espressio- 
ni del Petrarca sieno ben chiare testimonian- 
ze della grande stims^ che egli n^ ebbe per 
reGcellep7a nella lirica pd erotica poesia : ve- 
diamo un poco di rintracciare indipendente- 
mente dagli elogj altrui , quale in realtà si^ 
statq }l suo merito , e come per lui tanto mi- 
gliorasse la poesia volgare . Onde poter ciò più 
facilmente eseguire, dar bisogna uno sguardo 
alla nostra poesia prima di Dante e di Gino ; 
quando, ammiratori dei Provenzali i nostri 
Toscani non meno che la rimanente Italia, e 
quasi tutta la di que'tempi 9ulta Europa , alla 
poesia di quelli era data la preferenza non so- 
lo nelle corti dei Grandi , ma in ogni luogo 
dove gusto e gentilezza fossero in prfgio; di 
modp chj& né le lodi d'amore onesto, né Ta^ 
meniti, e la semplicità della vita campestre, 
né, in breve, altro argomento qualunque can- 
ta vasi con tanto applauso e con tanta avve- 
nenza, come dai Provenzali si usava. L'emu- 
lazióne, per non dire un^ specie d'invidia, 



8o 

aveva già risvegliati ancor altri popoli ad en- 
trare in gara con i medesimi, e gli ultimi non 
furon tra quelli i nostri italiani . Ma non a- 
vendo essi in allora un lii^uaggio uniforme 
e pulito, e sebbene dai Provenzali togliessero 
i metri, le rime, gli argomenti, e certe idee 
avvenenti e graziose , dovendo poi spiegarle 
con una lingua ineguale , imperfetta e rozza , 
componevano piuttosto dei gerghi, che delle 
poesie neppur mediocri; perlochè invece di e- 
mulare i maestri, e di contrastar a loro il con- 
seguito vanto, ne facevano sempre più risal- 
tare il pregio col meschino confronto di ru- 
stici versi . Di qui è che sebbene i Napoleta- 
ni, i Romani, i Toscani, i Lombardi e gli al- 
tri popoli nostri avesser tutti de' proprj poe- 
ti: ponchi salirono, non dico in rinominanza, 
ma in grado tale da esser conosciuti fuori del- 
le patrie loro . Questa sorte ebbe la poesia ita- 
liana quasi fino alla metà del i3oo; epoca in 
cui avendo preso la lingua una maggiore re- 
golarità , ed accresciutosi il numero dei rima- 
tori, qualcuno tra essi più tollerabile si ren- 
dette, come Gùittone d'Arezzo, al quale è da 
alcuni attribuita l'invenzione del sonetto (a), 
ed altri pochi , che veramente fondatori pos- 

(a^ Quadrio VoL *>., P, 2. Particel, i. cap. i. 



8r 

son chiamarsi della volgar poesia . Così la li- 
rica nostra avendo principiato dal cantare 
rozzamente cose d'amore, e poi sollevatasi 
pian piano, era giunta, al tempo di Dante e 
di Gino, al segno, che il primo, giudicandola 
già capace di ricevere regole, scrisse il tratta- 
to della Volgare eloquenza ^ dove molti pre- 
cetti e molte saggie osservazioni raccolse per 
lo miglioramento della lingua e della poesia 
volgare : il secondo , rilasciando a Dante la 
poesia epica , per così chiamare lo stile grave, 
sentenzioso e forte di quel gran maestro, tut- 
to si applicò allo stile facile , schietto e pate- 
tico di liriche amorose canzoni . Si Tuno che 
r altro s' accorsero di non poter ben riuscire 
nell'impresa, se prima non avessero nobili- 
tata , dirozzata ed arricchita la lingua che ado- 
prare nei loix> versi dovevano . Di qui è che a 
ninno degli italiani dialetti data la preferen- 
za, ma da tutti il meglio scegliendo , e spe- 
cialmente dal parlar cortigiano, cioè dal lin- 
guaggio usato dalle eulte persone nelle corti 
dei Grandi , recarono alle rime loro in tal mo- 
do e grazia, e forza , ed espressione, che tut- 
ti a quelle piegando le orecchie maravigliati , 
non più fu conceduto il primato a Guittone di 
Arezzo ed agli altri di quella classe, ma a Dan- 
te bensì ed a mess. Gino . E che a questo sia 



dovuta la gloria di emendatore , anzi di per* 
feziooalore della lingua e della poem volgare 
chiaramente l'afferma Dante ipedesimo in più 
luoghi (^el trattato della Folgare eloquen- 
za (a) , dove intitolandolo cantar damare gli 
dà spf cialmente lode di avere con magistero 
inalzato il vogare , spogliandolo di tanti rozzi 
vocaboli j di tante perplesse costruzioni^ di tan- 
te difettive pronunzie , di tan,ti contadineschi 
accenti; cofì egregio e districato f coù perfetto^ 
così civile riducendolo come le sue canzoni e 
deir amico suo ( intende di se stesso ) dimostra- 
no; ed in altro luogo dell'opera stessa (b): co- 
me quasi tutti i Toscani sieno nel loro brutto 
parlare c^ft^si^ nondimeno ho veduto alcuni 
aver conosciuto V ^ccellenzic^ d^l volgare : cioè 
Guido Lapo , ^d un' altro ( intendeva di sé ) 
Fiorentini, ^ Cina pistoiese (Si). In tal dolce 
favella adunque trasportò egli i migliori liri- 
ci metri provenzali, che sebl^ei^e gi^ fossero 
anche di prima in gran parte trapiantata in I* 
talia , come ho indicato di sopra ; pure niuno, 
avanti di mess. Cino , av^y^ saputo toglier dal- 
l'italiane rimis liriche la rozzezza, l'asprezza e 
r oscuriti^ , sostituendovi la dolce^z^ dei voca- 

(a) Ub. I. eap. 17. lib. 2à cap. a. 

(b) Uh. I • cap, 1 3. 



83 

boli , le metafore quanto leggiadre e vezzose, 
tanto faeili e naturali , senza intralciamenti 
di versi e di periodi , senza troppo ricercate 
figure del favellare , mostrandosi sempre faci- 
le, amabile e chiaro. Forse molto contribuì 
al perfezionamento del suo poetare la dimora 
che probabilmente fece in Tolosa , dove ebbe 
campo di studiare ^ conoscere più da vicino 
r artificio ed i pregj della provenzai poesia . 
Ma fosse che egli nella disposizione dei metri 
delle canzoni s'attenesse con scrupolo ai pro- 
venzali esemplari , fosse che molte volte si fa- 
cesse lecito di usar dell' arbitrio permesso a 
chi cercava il primo di ridurre a regolarità e 
foibitezza una poesia che tuttora potea dirsi 
neir infanzia : la metrica disposizione data da 
lui alle canzoni ed ai sonetti fu risguardata 
quasi sempre come canone dai poeti posterio- 
ri , e da chi dell'arte metrica ragionò , e scris- 
se precetti . Io non parlo di Dante che spesso 
i versi di mess. Gino produce per modello 
di ben poetare; ma anche più modernamen- 
te il Bembo , il Casa , il Quadrio ed altri mol- 
ti rhanno riconosciuto per ottimo maestro di 
lingua e di poesia . Per tutti vaglia il Petrar- 
ca , al quale con questa scorta fu meno diffi- 
cile di ridurre col suo quasi divino ingegno 
l'italiana lirica poesia a tanta pulitezza e bel- 



84 

tà , che non pufe i predecessori oscurò , ma 
tolse a'posteri la speranza di superarlo . Chiun- 
que legga le rime di mess. Gino e di lui, s'ac- 
corgerà bene quanto siasene giovato; e sebbe- 
ne anche egli molto dovesse al suo soggiorno 
in Provenza per le idee, per li concetti e pei* 
la grazia dei metri ; pure non debbe negarsi 
che da roess. Gino molto apprendesse per la 
naturalezza e leggiadria dello stile, e per la 
semplicità del linguaggio volgare ; se non che, 
oltre ad aver perfezionati i pregj che come in 
primo maestro apparivano in quello, vi ag- 
giunse ornamenti di figure d' ogni maniera , 
ricchezza di pensieri tratti dal seno d' ogni 
dottrina, e specialmente dalla considerazione 
delle cose naturali, dalle storie, dal conosci- 
mento del cuore umano; tutto esprimendo 
con più ricco, e più esatto linguaggio . Lun- 
ga impresa certamente sarebbe il confronto 
di molti luoghi delle sue rime con altri di 
quelle di mess. Gino per dimostrare ad eviden- 
za quanto spesso n'apparisca imitatóre; aven- 
done anche presi interi versi ed emistichj\ co» 
me fra i molti , dalla canzone che principia 

La dolce vista e 7 bel guardo soave ^ 



85 
ne trasportò questo primo verso nella sua che 
iucomincia:' 

Che parlo? dove sono? o chi m' inganna ? 

e quegli altri della canzone agli occhi di ma- 
donna Selvaggia : 

Poiché veder voi stessi non potete 
ledete in akrì almen quel che voi sete 

così feceli suoi nella canzone agli occhi di 
madonna Laura : 

Luci òeate e liete. 

Se non che 'l veder voi stesse v'è tolto: 
Ma quante volte a me vi rivolgete 
Conoscete in altrui quel che voi sete . 

' Ad c^ni passo, per dir così, nelle rime di mess. 
Cioo avviene di riscontrare le mosse petrar- 
chesche; come nel sonetto 17 della parte pri- 
ma (a) 

Fedete donne bella creatura ec. 



(a) Hìtova Edizione . 



86 

può riconoscersi Tinsieme dell'idea di quel 
bel sonetto del Petrarca 

Chi vuoi védeir quantunque può natura . 
Dal sonetto 9. P. i. 

Occhi miei deh/uggite ogni persona ec. 
ne nàcque Verosimilmente quello del Petrarca 

Occhi piangete y accompagnate il core ec. 

Da Gino imparò anche le allusioni fatte al no- 
me della sua donna ògtiiqt^ialirolla sotto i 
nomi di lauro y o di axira èc. Taiilata Laura 
sua simboleggiava; come Gino nell'uso vario 
dell'aggettivo selvaggio -y volle che la sua cara 
Selvaggia si riconoscesse. 

Filialmente chi noti scorge il maestro del 
Petratta , fra mólti altri luòghi, in questi ter- 
zétti e quaderni : 

Sonetto 3 P. I . 

Io son sì vago della bella luce 

Degli occhi traditor che rn hanno ucciso. 



87 

Che ià dovio san Dinto , e son deriso 
La gran vaghezza pur mi riconduce ec. 

Sonetto 7 P. I . 

Sta nel piacer della mia donna amore 
Come in Sol raggio ^ e in del lucida stella, 
Che nel muover degli occhi poggia al core 
Sì che ogni spirto si smarrisce in quella . 

Sonetto i3 P. i. 

Quando va fuori adoma, par che il mondo 
Sia tutto pien di spiriti d* amore , 
Sì che ogni gentil cor divien giocondo , 

Sonetto 4o P. i . 

Gli atti vostri y gli sguardi e Y bel diporto, 
Il fin piacere j e la nuova beàate 
Fanno sentire al cor dolce conforto 
Aliar che per la mente mi pastoie ec. 

Sonetto 60 P. I . 

Bella , gentile , amica dipietate 

Vaiente donna, voi degna d^ amore.. 



88 

Feggiano gli occhi vostri e 7 dolce core 
Il pietoso che vien pien d' umUtate ec. 

Ed ecco chiaramente mostrato quanto a ra- 
gione collocar debbasi mess. Gino nel mede- 
simo scanno con Dante e con Petrarca , ai qua- 
li può anche agg:iungersi il Cavalcanti , quat- 
tro fondatori e maestri del nostro bel poeta- 
re ; con la differenza che Dante è ne'suoi pen- 
samenti robusto , fantastico e forte , il Caval- 
canti in luogo delle materiali idee, le spiri- 
tuali usando, filosofeggia in sentimenti mara- 
vigliosi , e ne' suoi concetti è sempre elevato . 
Cino è soave e naturale; il Petrarca è mara- 
vigliosamente affettuoso e gentile (a) . 

Quantunque di molta gloria sieno per mess» 
Cino le lodi che gli vengono dal Petrarca , si 
per averne pianta la morte , quanto per appa- 
rirne imitatore nel poetare : non è certamente 
minore il suo vanto per essere stato lodato da 
Dante; da Dante, dissi, parco dispensator di 
elogj . Differenti d'indole e di carattere, que- 
sti cioè robusto, fantastico e forte ; quegli te- 
nero naturale e soave, s avvicinarono per im- 
pegno di fazione, seguitando ambedue il Ghi- 

(a) Quadfio Star, della rag. aT ogni poesia T. a. 
P. a. lib. 2. dis%, I. cap, i. 



89 
beIlinìsmo,e per la sorte uguale di star lonta- 
ni dalla patria; quantunque a mess. Ciao co- 
moda e indipendente sussistenza porgesse là 
professione di legista , mentre che la sola poe- 
sia lasciava l'altro nella neòessità di ricovrar- 
si all' ombra dei mecenati . Molti sonetti ab- 
biamo a stampa ed inediti di Dante a Gino, e 
di questo a quello , ed una canzone di Gino 
in morte dell' amico Dante che fu per la prì- 
ina yolta , credo , da me pubblicata nella pri- 
ma edizione di queste memorie . Ma sebbene 
stretta amicizia passasse tra questi due mae- 
stri della volgar poesia , non ho potuto trova- 
re alcun documento, onde venire in cognizio- 
ne che eglino si trovassero insieme a dimora- 
re in alcun luogo. È molto verosimile, che si 
conoscessero da prima in Firenze, ritrovan- 
dosi poi in Lombardia dopo la cacciata loro 
dalla patria. Scrisse il Pancirolo che Dante ^ 
Guido Cavalcanti, il Petrarca e il Boccaccio viag- 
giarono con mess. Gino a Udine , dove accol- 
tigli onorevolmente quel Patriarca d'Aquileja 
gli fece ritrarre nella Cappella di s. Niccolò 
della sua chiesa cattedrale nella circostanza di 
farvi dipingere un certo miracolo attribuito 
a s. Niccolò , col quale dicevasi essere stato da 
quel santo convinto un' ebreo , che in faccia 
del giudice affermava bugiardamente d' avere 



9^ 
restituito ad uA contadino il denaro che que- 
sti gli avea prestato . Nel giudice fu espresso 
il Sinibuldi , nel notaro il Petrarca , nel con- 
tadino il Boccaccio , ed il Cavalcanti nell' e<- 
breo; con la seguente iscrizione in lode di 
mess. Gino . 

Ore lepos , cerebro Pallas , spectator ocellis 
Lcetus amor^ Cine, gloria magna toga:. 

Per poter dubitare d'una tal narrazione del 
Pancirolo basta il riflettere che Guido Cavai* 
canti morì poco dopo il i3oo, infermatosi a 
Serezziana, dove era stato relegato da'Fioren^ 
tini per le turbolenze insorte tra i Bianchi ed 
i Neri , donde fu poi cagionato V esiglio di 
Dante {a) . A quel tempo nati non erano il 
Petrarca ed il Boccaccio ; come mai poteron 
dunque trovarsi in Udine col Cavalcanti ? 01- 
tredichè, alla morte di Dante accaduta nel 1 32 1 
esser doveva il Boccaccio tuttor fanciullo. Ma 
se per queste ragioni possiamo avere a sospet- 
to il racconto del Pancirolo , ed in conseguen- 
za dubitare che mess. Cino veramente fosse 
ritratto da quell'ignoto pittore d'ordine del 
Patriarca d'Aquileja: gli fu bensì tributato 

(a) Leonardo Aret. Vita di Dante. 



9' i 



quest' onore molto dopo con maggior gloria 
di lui, non solo nel palazzo del Comune di Pi- 
stoia, ma anche dal Vasari, che lo dipinse in- 
sieme con Dante, col Petrarca, con Guido Ca- 
valcanti , col Boccaccio , e con Guittone d' A.* 
rezzo in un quadro cascato dalle teste loro an* 
tiche accuratamente , del quale ne sono state 
fatte poi molte copie per testimonianza dello 
stesso Vasari (a) (53) . 

Oltre all'amicizia che mess. Cino ebbe con 
Dante, e col Petrarca fu in relazione con mol- 
ti letterati di quel tempo, ed in ispecie con 
Agatone Drusi da Pisa (54) , con Ce^o d'Asco- 
li (^), con mess. Onesto ^ e mess. Andrea, Bo- 
lognesi ambedue, <con Lemmo o Guglielmo da 
Pistoia , anch' egli poeta , ed oltre a molti al- 
tri, col celebre medico (Jentile da Fuligno, il 
quale a richiesta di lui compose l' opera Dé^ 
temporibus partus f e gliela indirizzò con que- 
ste parole : Suo Cino de Pistorio suus Gentilis 
de Fulgineo Peripatheticus salutem . Ecce^ cha- 
rissime y quod quceris de temporibus partus etc. 
Abbiamo tutta la ragione di credere che que- 
st'amicizia avesse principalmente origine nel 
tempo che l'uno e l'altro erano a leggere nel- 

(a) f^ita di Giorgio F asari. 

(b) Tirab. L e. T. 5. P. i . lib. a. cap. a. $. 1 5. « seg. 



9^ 
le loro rcspettive Facoltà in Perugia (55) . Ta-* 
luno ha pure affermato, ma senza recarne al- 
cuna prova , che grandemente lo amasse il Vi- 
sconti Signore di Milano , e che dal medesimo 
ne ricevesse in dono una medaglia d'oro con 
il ritratto di quel principe da tenerla al collo 
in pubblica dimostrazione della stima che gli 
professava (a) . 

V ultima memoria die ho trovato di mess. 
Gino nei libri delle Riformagioni della nostra 
città è dell'anno i334 » nel quale , estratto 
Gonfaloniere , non accettò (b) per essere a leg- 
gere Diritto civile in Firenze, come ho già in- 
dicato; ma non mi è noto quanto tempo vi si 
trattenesse . Abbiamo dal Salvi che in questo 
anno egli fu autore che dal Comune di Pisto- 
ia si rifacesse il palazzo per la residenza del 
Gonfaloniere e degli Anziani, e che si edifi- 
casse un'ampia loggia , dove le magistrature 
ogni due mesi giurassero i loro ufizj ; ma di 
tuttociànon ne ho trovato altra memoria che 
presso del Salvi . Il certo si è. che nel i336.era 
in patria . Non so poi se ivi tornato fosse per 

(a) ^. Genealog. della Famiglia Cini di s. Mar'- 
cello nella montagna pistoiese . 

(b) Nota d* Anziani e Gonfalonieri dal l'ittg al 
iSyS nel libro delle Riforme ec. dal iSap al iSSg 
neir Archiu. di Pistoia. 



^ 93 

viversene in riposo, o per altra qualunque oc- 
casione . Nell'anno suddetto vi fu sorpreso da 
gravissima infermità , per cui fece testamento 
ai a3 di decerabre , chiamando erede univer- 
sale il nipote Francesco, figliuolo di Mino suo, 
che gli era premorto . Aggiunse altre disposi- 
zioni in favore della moglie e delle figliuole^ 
come si vede nella copia del detto testamento 
da me riportata tra i documenti (56). Fu que- 
stionato intorno all'anno della sua morte, ed 
al luogo dove accadesse. Il Tiraboschi pensò 
che morisse nel i34i {à)y e non già nel i336, 
come indica Y iscrizione posta sopra il ceno- 
tafio . Le ragioni alle quali si appoggia sono 
più ingegnose che convincenti (67). La più 
valutabile è il sospetto che Tiscrizione sia po- 
steriore al cenotafio ; lo che volentieri conce- 
derò per le ragioni in altra parte di queste 
Memorie indicate ..Ma ciò nonostante si pro- 
verà sempre con altri argomenti che mess. Gi- 
no morisse nel i336, o al più suU' incomin- 
ciare del 1337 . Io non porrò a calcolo che do- 
po quest' epoca non se ne trova più alcun do- 
cumento, che ce l'indichi in vita; e nemmeno 
darò gran peso al testamento fatto in Pisto- 
ia per cagione di pro$simo pericolo di morte 

(a) Tirab. l. e. 



94 

Tanno i336 ai ^3 di decembre. Molto più de^ 
cisivi argomenti sono la nota delle spese per 
la malattia, morte, e sepoltura nella Chiesa 
cattedrale di Pistoia , l'inventario dell'eredi- 
tacela costruzione del cenotafio; i quali do- 
cumenti hanno la data , parte del a8 di gen- 
naio, parte dell' ii di febbraio del i337, cioè 
poco più d' un mese dopo la data del testa- 
mento (58) . 

Che poi sia stato sepolto nella chiesa cat- 
tedrale di Pistoia, e non già nel chiostro di 
s. Domenico in Bologna, si conferma non so- 
lamente dai medesimi documenti, e dal suo 
testamento, ma anche dall'espressa dichiara- 
zione che sene legge nel testamento della sua 
figliuola Beatrice, esistente nell'archivio della 
Comunità di Pistoia (59) . 

Ecco le più interessanti memorie che ho 
potuto raccogliere. di quest'uomo a'suoi gior- 
ni singolarissimo, e che al confronto d'esatta 
critica non temono d'esser convinte d'errore 
in mezzo iall' oscurità dei tempi, nei quali fu 
necessario di rintracciarle . La sua discenden- 
za si propagò in Pistoia fino all'anno i497,es- 
sendosi estinta in Francesco di Cino Sinibul- 
di, come è palese dall' annessa Genealogìa au- 
tenticamente trasmessami dal eultissimo sig. 
d. Giosuè Matteini archivista della Comunità 



di Pistoia (60) . Il Genealogista della famiglia 
Cini di San-marcello pretende di provare che 
quella casata dei Cini discenda dal medesimo 
stipite della casata dei Sinibuldi, o Sigisbul-^ 
di, come ei la chiama; volendo che quella da^ 
questa si separasse nel i3a3, lasciato il nome 
della famiglia Sinibuldi per prender quello 
dei Cini in memoria del nostro giureconsul- 
to . A tal fine egli prende la discendenza dei 
moderni sigg. Cini di San-marcello da Giovan- 
ni di Gino , secondo cugino del nostro , e vi- 
vente nel i347 . Qualunque sforzo egli faccia 
per provarlo, nulla più mette in essere che 
congetture, le quali poi si distruggono, come 
veder si può nell'albero da me prodotto, dal 
quale apparisce che quel Giovanpi di Gino 
non ebbe successione veruna . A taluno forse 
potrà fare illusione il chiamarsi la detta fa- 
miglia dei Cini; quasi che non si trovassero 
uomini di tal nome fuori della casata de'Sini^ 
buldi . In que' tempi in ispecie, ma ancora 
nei posteriori fu comunissimo il nome di Gi- 
no . Io non porterò per esempio Gino Tebal- 
di , perchè questi fu probabilmente così chia- 
mato a contemplazione dell'avo . Nel i333 un 
Gino di Sinibaldo è eletto in Pistoia alla cu- 
stodia degli atti pubblici (a), e si sottoscrive 
(a) Riforme ec, dal i33n al i335. 



96 

Gnus quondam SinibaUli (a) , in un' atto del 
i335 {b) . Che fosse diverso dal nostro può ar- 
gomentarsi dallesser certo che questi fu quon- 
dam Francisci, 

Il Tiraboschi ci dà notizia d'un' altro Gino 
da Castiglione Aretino che viveva nel i35à e 
nel i356 (e). Il Crescimbehi , ed il Quadrio 
rammentano un ser Cino dal Borgo a San-sci 
polcro anch' egli poeta, che fioriva intorno al 
i4io {d) . Le rime di lui si dicono dal Qua- 
drio medesimo esistenti nella Ghisiana , ed il 
Crescimbeni ne riporta una canzone. Frequen- 
tissimo poi è questo nome nelle antiche car- 
te e genealogie di molte famiglie. Che più? 
tra le già estinte illustri casate pisane è notis- 
sima la famiglia Cini, della quale certamente 
ninno ha mai pensato di ripeterne la deriva- 
zione dalla famiglia del nostro mess, Cino . 
Dalla moltiplicìtà pertanto delle persone di 
questo nome rendesi probabilissima non solo 
la disqeqdenza della detta famiglia Cini da un 



(a) Esisteifa in Pistoia la famiglia Sinibaldi divcr* 
sa dalla Sinìbuldi o Sigisbuldi. 

(b) Libro di (Contratti e Testamenti ec, detto Nic* 
chio Rosso dal 1287 al i4o3 Arch, Pist. 

(e) Tirab, Tom. 3. jP. i. cap. 6. $. 18. not, (a). 
(d) Quad, T a. Lio. i, dist, i. cap, 8. 



97 
Cino che nulla avesse che fare con il Sinibul- 
di, ma $i vede ancora come facilmente pote- 
Ton' essere riferite al nostro giureconsulto va- 
rie circostanze e varj fatti , che senza fonda- 
mento gli si attribuiscono ; e perciò ^ se |ion 
voglia nsi chiamar sogni ed invenzioni , appar- 
tener poterono a qualcun'altro, come in pro- 
posito di Cino Tebaldi ho mostrato. 

Per comodo dei lettori e per maggior chia- 
rezza , riunirò Y epoche primarie della vita di 
mess. Cino nel seguente 

PROSPETTO CRONOLOGICO 

Mess. Cino dei Sinibuldi nasce in Pistoia 
Fanno i^'jò 

Fa i primi studj sotto Francesco da Col- 
le e va scolaro di Dino da Mugello a 
Bologqa, ove si trova anche Tanno . i3oo 

Ottiene il grado di Baccalauro . 

Assessore delle cause civili in Pistoia . i3o7 

Part^ da Pistoia, passa in Lombardia e 
probabilmente anche in Francia. Muo- 
re Selvaggia. 

Torna di passaggio in Toscana , e visita 
il sepolcro della morta amica . Passa 
a Roma Assessore di Lodovico di Sa- 
voja i3io 



0^ 

Incomincia a scrivere il Cemento sul 
Codice i3i2 

Piange la morte d'Arrigo settimo . . i3i3 

Termina il Comento e si laurea in Bo- 
logna i3i4 

E condotto a leggere per anni tre in 
Trevigj i3i8 

£ deputato dal Comune di Pistoia a pren- 
der possesso del Fortilizio di Torri . i3i9 

E presso del marchése di Camerino • " • t o 

£ invitato a leggere in Siena . . . . | 

Legge m Siena l 3^3 

So/» 

Legge in Perugia e vi ha scolaro Bartolo* ( ^o o 

Legge in Firenze • f 334 

Estratto Gonfaloniere nel suddetto an- 
no in Pistoia , ma non risiede 

Fa testamento in Pistoia ai !ì3 di Decem- 
bre i336 

Muore in Pistoia o dopo li a3 di Decem- 

bre del suddetto anno 

O prima del dì 28 di Gennaio del . . i337 

M. Gino nasce nel. 1270 muore nell'anno . i336 

o alli primi del . • ii3j 
Dante nasce nel . . i265 muore nel . . . • i32i 
Petrarca nasce nel . 1 3o4 muore nel .... 1874 
Boccaccio nasce n«l. i3i 3 muore nel .... iSyS 



ANNOTAZIONI 

E 

DOCUMENTI 

PER LA VITA DI 

MESSER GINO 



ANNOTAZIONI 



(i) JLi epoca della nascita di mess. Gino ce l'ha 
conservata l'Arfaroli. Il nome dèi genitore e deliba* 
To è indicato dal testamento di lui, da quelli di Gio* 
▼anni Arrighettì, e della figlia di Gino, Beatrice; e- 
flistente quest'ultimo nell'Archivio di Pistoia nel li- 
bro intit. Registrum Operce s, Zenonis a e. 38 - 89. 
Guittoncino de^ S^hibuldi nel I225 Tà ad parla" 
mentum in Castro Carmignani (lib. Gensuum pag. 
24' • tergo nelFArchiv^Pistoiese), Francesco q. Guit* 
toncini Sindaco del Comune di Pistoia alluoga beni 
in nome del detto Comune ad un certo Arrigo Tan- 
no 1270 [lib. di Contrat. e Test, delFOperadi s. Ja- 
copo di Pistoia dal 11 85 al i343. Ghe poi la ma- 
dre fosse Diamante di Bonaventura di Tonello è no- 
to dallo stesso Arfaroli. Faostino Tasso nelle pochis- 
sime ed altrettanto inesatte notizie di (Uno che pre- 
mette all'edizione delle rime, afferma che la madre 
fu Isabella degli Ughi, e stabilisce la nascita del me- 
desimo nel 128^. Ma possiamo francamente ricusar- 
gli fede; perchè oltre al non portarne verun docu- 
mento, comparisce mendace e privo di critica in- 
torno a molte altre cose che scrive di mess. Gino . 

Gran varietà si trova tra gli scrittori nel determi- 
narne il vero casato . L' Arfai^li lo chiama dei Sigi» 
baldi j altri dei Sinibaldi^ dei Sigisbi^ldi^ dei Sini'- 
buldi^ ed il Vasari nella vita d'Andrea pisano lo di- 
ce ò!Angibolgi, dove pretendendo di correggerlo il 
Gomentatore dell'edizione romana sostituisce in no- 
ta: dei Singibuldi. In una pittura, probabilmente 
del secolo 16, nel cortile del palazzo della città in 
Pistoia rappresentante me^s. Gino si legge Cinus de 
Sigkibuldis . 



In mezzo a tanta discordia ho creduto di dovere 
ricorrere alle memorie del tempo « Nel Codice di Ri- 
forme ec. dal i3a9 al iSSg nelF Archivio Pistoiese 
le^go in un Catalogo ìT Anziani j e di Gonfalonieri 
ivi inserito :z: dominus cinus de sinibuldis vexil" 
///^r. anche nel libro di contratti e testamenti delUO» 
pera di s. Jacopo dal 1287 al i4o3 detto il Nicchio 
Rosso, si legge sotto dì a a Settembre del 1 3 19 do^ 
minus cinus de sinibuldis. Nel citato testamento di 
Beatrice sua figlia fatto nel iSSi^ ai ai d'Aprile si 
trova chiamata ^ nobilis domina biatricefilia quon^ 
dam bone memorie egregi legum doctoris domini ci" 
ni olim serjraneisci domini guittoncini de sinibuldis 
de civitate pistori etc. e così più volte è ripetuto ia 
detto testamento • Finalmente anche nel testamento 
di mess. Gino è, chiamato de Sinibuldis . A tutti que- 
sti documenti, i quali pare che non ammettano re» 
plica , si potrebbe opporre che in fondo al Comento 
sul Codice, tanto a stampa, quanto nel mss. che si 
conserva nella pubblica libreria di Turino, segnato 
n. 32a (e non a3a come si legge nel Zaccaria Bibl. 
Pist.pp. Saa) Gino sì chiama da sé stesso non de 5i- 
nibuldis ma deSigisbuldis'Szet hic sit finis non solum 
hujus libriy sed et totius operis lecturce hujus Ubri quod 
ego Cinus de Sigisbuldis, posteri forsitan illius Si- 
gisbuldi viri consularis etc. rr nel Diploma del Dot- 
torato che a suo luogo riporto, leggesi de Sigibuldis 
(forse dovrebbe dire de Sigisbuldis) , E veramente 
un Sigibuldo y o Sigisbuldo padre à!ìxn Guittoncino, 
e proavo del nostro Gino nel 1195 unitamente alla 
moglie Angioina, e col consenso del figlio Guitton^ 
cino vendè beni ad un tale Saraceno di Dono • Que» 
sta scrittura esisteva tra i fogli della famiglia Sinibul- 
di nell'Archivio diplomatico di Firenze. Dopo tutte 
queste autorevoli testimonianze, concluderei che il 
casato di mess. Gino fosse stato comunemente de5//u- 
buldi.MiL egli che sapeva o pretendeva di discende- 
re dal Console Sigisbuldo , si fece chiamare de Sigi* 



io3 

sbuldi. Tn pfltrìa peraltro andò sempre avanti il ca- 
sato de* Sinibuldi ; e questo come quello che trovo 
costantemente usato nei pubblici documenti di quel 
tempo , ho creduto di dovere adottare . 

(a) Che il vero nome fosse Guittoncino e non Am- 
brogino come vogliono il Quadrio T. a. lib,i, dist. 
I. cap, 8., ed il Zaccaria; rilevasi dal testamento di 
Giovanni Arrighetti sotto dì i5 Giugno del 1284 ro- 
gato da Deotajuti di Giunta^ ed esistente nelPAr^ 
cliiv. di s. Jacopo dove si legge zz "voluit domum 
suam deifenire ad cinwn seiiguittcfncinumfiliumfraii" 
cisci notari quondam donuni guittoncini zz: . Que^^ 
sto Guittoncino padre di Francesco è forse quel me* 
desimo che si trova nominato in un istrumento del 
i2i5 presso del Zaccaria Anecd. medii cei^i p. 'Ì6g • 
Troncamento di Ambrogino fu bensì Gino e non 
Ciao . Or qui notisi lo sbaglio comunemente fatto , 
tanto dagli antichi che dai moderni, di scrivere in 
latino Cjrnusy quasi che fosse un derivato del greco 
Kv»tf . Invece deve scriversi Cinusy come tronca men* 
to di Guittoncinus . Furano forse indotti a crederlo 
nome primitivo dall' aver letto ohe uno dei Gover- 
natori delle Provincie deirimpero d'Alessandro M. 
6Ì chiamava Cynua. F, Giust. Lio. XIIL 

(3) A questo proposito riporterò un'articolo del« 
l' estratto che l' eruditissimo e dotto signor Galeoni 
Napione nella Biblioteca Oltramontana fece dell'O- 
pera del sig. ab. Denina intitolata La P russe littérai" 
re sous Fredéric IL ec. « Curiosa , dice il sig. Napio- 
•• ne, è la difesa che il sig. ab. Denina fa in questo 
« Supplemento perciò che riguarda gli Antenati del 
« Gran-Cancelliere Coccejo • Assicura egli che il 
<« padre di questo famoso Magistrato fu professore 
« in due o tre Università della Germania, quindi 
« creato Barone nel 17 13 dall' Impera tor Carlo VI, 
« e che era uscito dalla famiglia medesima di quel 



io4 

« Giovanni Coccejo rii cui parla Joocher nel snodi* 
« zìonarìo «lei Letterati ; asserzione che non piacque 
« ad alcuno dei discendenti del Gran -Cancelliere. 
« In un'età che si vanta di ragionare, nel 17919 e- 
« sclama il IV. A. (Denina), i sigg. Coccej amereb- 
K bono forse meglio d'esser nipoti d'un Ciàmberla- 
« no sconosciuto due leglie lungi dalla sua residen- 
« za, che di un celebre e dotto giureconsulto, ed 
« attinenti d' un ecclesiastico parimente famoso ? 
« Questo dimostra peraltro quanto i pregiudizj go- 
« tici, massime rispetto alla vera origine della no- 
« biltà , sieno ancora altamente radicati nelle Nazio- 
« ni germaniche. Lo stesso Ei neccio non sapeva per* 
« suadersi , che il £imoso Pancirolo fosse un uo- 
« bile Reggiano, perchè giureconsulto, e figlio di 
« giureconsulto (a) «. Che poi le più distinte Baimi* 
glie italiane si credessero onoratissime per la laurea 
dottorale, è cosa che non ha bisogno d'essere con- 
fermata e dimostrata con molti eseinpj ; giacché tut- 
tora siamo testi monj del residuo di questa maniera 
di pensare; dico del residuo, perchè inoggi , sebbe* 
ne la nobiltà non si rechi a disonore la laurea dot- 
torale, pure beu pochi son quelli che seue preval- 
gono , se non sieno costretti dalla necessità dì farne 
un guadagno. Il più insolito per li nostri costumi 
presenti è, che i militari si credessero onorati col* 
r unire la laurea dottorale agli allori di Marte . Ci 
assicura il Giustiniani nella storia di Genova lib, 3. 
an. 1 2S4 pug' 108. 9 che fra li prigionieri dell'ar- 
mate pisane presero i Genovesi diciassette dottori . 
Molte conferme poi veder si possono di quest' uso 
nella Dissertazione sull'origine delFUnii^ersita di Pi^ 
sa di Flaminio dal Borgo {Pisa ij&^p, 111. e sé^ 
guenti). Presso gli antichi Romani non fu straordi- 
nario il veder passare i magistrati dalla tribuna del 
Foro I alla testa delle armate , ed all'opposto . La sto- 

(a) Tirab. BibUot. Modaneso Anic. PauciriAo Guido . 



io5 

ria del Piemonte intorno al secolo i4 più esempj 
ci somministra di nobili personaggi che la laurea 
dottorale intrecciarono con gli allori di Marte. {Ked. 
Biografia piemontese di Carlo Teniuelli, Decade a. 
Torino 178Ì5) . 

(4) Anno MCCLXXIX die XI exeunt. Mart. Dn. 
Dinas de Musello promisit Dn. Amadorio Guidalo- 
sti Syndico Comunis Pistoriì ire et stare continue 
in dieta Civitate Pistorii et in ea exercere omnia 
que in instruroento Acarixii continentur. Et hoc 
quìa dictus Dn. Syndicus- promisit dare et solvere 
eidem Dn. Dino ec. libras Pisanorum hinc ad quin» 
que annos proxime futuros prò quolibet anno. Et 
insuper promisit dictus ^yndicus dare eidem unam 
domum decentem , et convenientem ad habitandum 
hinc ad dictum terminum, ex instrumento dicti 
Acarixii hodie facto in domoDn. Fulci Pacis doctor. 
leg. present. dicto Dn. Fulco . Sarti ex Mem. Com. 
Bonon. nell' Opera de Claris Archigymnasii Bonon^ 
Professoribus T. i,p. n^. nota (f). 

(5) In quanto al tempo più antico in cui si trovi 
memoria certa di scuola di Lettere-umane in Pi- 
stoia a spese del Comune, non m*è riuscito di ri- 
salire più in su del i3i5. Un tal Consiglio maestro 
di grammatica nel i345 supplica il Comune per 
un aumento di stipendio a titolo d'aver servito più 
di 3o anni. Or sottraendo questi anni 3o dai i345 
rimangono i3f5; e perciò stabilisco quest'epoca 
come la più remota in cui abbia trovato memoria 
della detta scuola in Pistoia. Sotto l'anno mede- 
simo un certo Lucchese da Seravalie chiede un'al« 
tro aumento. Per dare un'idea della barbara elo- 
quenza ed ampollosità di que' grammatici che si 
vantavano d'insegnare il fiore delle grazie, ed il 
buono stile, ne riporterò qui la sua domandai 
« Lucchese a seravalie exponit quod Jam sunt septem 



io6 

« anni elapsi .... conductu^ extitit ad regendum 
« studium grammatice, notarum,, dictaminis^ at- 
« qiie scriptiire cum salario a5 librarum in anno 
«( et sic postea extitit continue coniìrmatus ,et quud 
« dictarn studium rexit, et intendit regere cum 
« quolibet membro sui, et quod ipse solvit per 
« pensionem in domi bus olim domini vannis de 
« yamboctis quolibet anno florenos duodecim auri 
« et quod tenet et tenturus est . ... unum repetito« 
« rem, cui datnrus est salarium florenos sex auri, 
« ut dicto studio raelius possit attendere^ et ut 
« scholaribus melias studeatur, et quod conside* 
te rato onere tam diete peosionis quam dicti salarii 
ft repetitoris^ et paryo lucro quod percipitur ex 
« Studio prelibato, esse in dieta civitate non posset 
« nìsi p^ vos ordinetur sibi in aliquo provideri ec. « 
[Dal libro di riformeie provvisioni dal 1 345 al 1 348 
sotto Panno i34S a pag, 17 a tergo )« Dello stato 
delle scuole in Pistoia da quest* epoca fino al 1400. 
ho parlato nelle Memorie di Scipione Carteromaco 
p<ig. DO e seg. Pisa presso Ran. Prosperi 181 1. 

(6) Fu la città di Pistoia una delle prime che de:»- 
sero saggio d'un Codice di legislazione civile. Soi4. 
celebri i suoi Statufti del 1107, che poi servironc» 
di modello a tant' altre città d'Italia. Gli pubblicò 
il Muratori Fanno 1741 con le Osservazioni di Pie* 
tro Benvoglienti nel t«mio 4 delle Antichità italiane . 
Egli pensa che debbano dividersi in due tempi \ 
cioè , che fino alla rubrica 24 appartengano al 1107, 
ed il resto al 11 77. E che una parte creder si debba 
posteriore al 11 07, pare anche a me che possa con» 
getturarsi dalla seguente osservazione : nello Statuto 
25 si legge zz Statuimus ut potestas intra 4^ dies 
proximos ex quo sibi fuerit reclamatum y cogatjilios 
olim tignosi j burnetti , et sabarini stare ad contan* 
damerUum consulum età. Un tìglio di Tignoso era 
Operajo di S. Audiea di Pi&toia nei 11 66, coma 



I07 

leggiamo nelU archi trave sulla porta della detta chie- 
sa, zz Tunc erant operarii "villanus y et bartholo" 
ìneitsfilius tignosi a D. ii 66 = quivi non s'indica, 
che Tignoso fosse peranche morto , come apparisce 
dallo Statuto. Il V, Zaccaria fece una nuova edi- 
zione di questi Statuti sopra un esemplare del Ca- 
pitolo della Cattedrale di Pistoia, con l'aggiunta 
delle sue osservazioni vìegXì Anecdoti del Medio-evo. 
Turino 1755. Un'altro Codice di Statuti del 1270 
si conserva inedito nell'Archivio di Pistoia. Tra le 
persone che quivi sì distinguevano nelle lettere 
d'allora, e specialmente nel coltivare la poesia vol- 
gare intorno ai tempi di Cino, si trova Meo Aòbrac-' 
ciavacca ^ dall' Allacci de.tto Braccio fiacca ^ con- 
temporaneo ed amico à\ fra Guittone aretino. Tra 
le lettere e le poesie di Guittone pubblicate in Roma 
nel 1745 dal Bottari si leggono 4 sonetti di Meo 
con altrettante prose dirette due a fra Guittone , 
una a £zWo, ed un'altra a messer Dotto Reali da 
Lucca. L' argomento sì dei sonetti, come delle pro« 
se è morale. Guittone fu cavalier Gaudente. Non 
si sa se lo fosse anche Meo. La storia di quest'Or- 
dine cavalleresco è stata scritta dal Padre Federici 
Domenicano, e fu stampata in Venezia dal Coletti 
l'anno 1787 . Dal Creseimbeni e dal Zaccaria si cita 
un testo a penna delle rime di Meo posseduto dal 
Bargiacchi Fiorentino, ed un sonetto presso del Ba- 
lì Redi. Di Meo Abbracciavacca può leggersii pure il 
Mazzucchelli Tom, i.pag.11. Varie rime di Meo 
si trovano tra quelle di f. Guittone in un Mano- 
scritto posseduto dal Chiaris.sig. Cesare Lucchesini, 
ed in un'altro di Rime antiche presso il medesimo 
esistono cinque sonetti con quattro canzoni delle 
quali una che comincia « Considerando Patterà va* 
lenza « si avverte essere nel codice Redi attribuita a 
f. Guittone . Abbracciavacca di GuidottQ è ricordato 
in un libro di Contratti e Testamenti dell'Opera di 
S. Iacopo dal 1186 al i343 segnato num. 1. dove 



io8 

air anno 1237 Abbracciavacca di Guidotto e Schiat-- 
ta di CognoscèfUe sono chiamati Consoli di Pistoia , 
e nel i3ii Abbracciavaccaè detto Operaio di S. la- 
copo. Il Console probabilmente fu padre di Meo; 
e r Operaio esser potè lo stesso Meo. 

Due Sonetti di Meo Abbracciavacca da Pistoia ^ 
estratti dal Codice Lucchesiniy del quale già diedi 
conto nel Giornale enciclopedico di Firenze tomo 
^,num. 21 p. 252. 

Sonetto moralb, forse aFra Guittonb 

A scuro loco conven lume clero (i) 
E saver vero nel sentir (2) dubbioso 
Perciò come si guardi dall osterò (3) 
Ch*è tutto fero dolor periglioso . 

Donqua chi non per sé vede lumero 
Veneli chero (4) fare al poderoso; (5) 
linde dimando a Voi , che siete spero , (6) 
Palese, altero d'onni tenebroso. 

Io son pensoso , dico : V alma vene 
Dal sommo bene , donqua ven compita ; 
Chi mai fallita pò far sua natura? 

S'è per fattura de vasel , che tene , (7) 
Perchè poi pene paté, ed è schernita, 
Da che sua vita posa 'n altrui cura ? 

Dialogo fra il Poeta e Amore 

P, Amore amaro a morte m*ai feruto 

Tuo servo son non ti fi' onor sM* pero (8). 
A.Yer è, ma vedi ben ch*eir ha voluto 
Quella y da cui son nato, e per cui fero. 



(t) Dal Francese clair, chiaro, (a) Ne' sentimenti dabbf; ma 
forse ha da leggersi meglio seniìer, (3) Per sapere coinè si stia in 
guardia dall' ostiero, cioè, dall'albergo, o albergatore periglioso . 
(4) AyWengli di far ricerca, dimanda ec. (5) A chi può. (6) Spera, 
specchio. (7) Se ciò le succede per la fattura, cioè per U costila- 
sione del corpo che ritiene . (8) Fia onor a' i' pero. 



lo9 

Or ella è di valor pregio compiuto 

E di beltà sovr^ ogne viso clero ; 

E però guarda non gli aggi falluto 

Di vista ) o dì parlare , o di penserò. 
/'.Merzede, Amor, non dir: tu lei m'ai dato 

E sai più di me, che non sacc'eo (i) 

Falle sentir per certo ciò ch'io sento. 
Forse eh* avrà pietate del mio stato 

Al colpo periglioso del cor nieo ; 

Darali cura, già (2) non vi sie lento. 

r 

Anche Vanni Facci bastardo della nobile famiglia 
ioleì Lazzari partigiano dei Neri e ladro alla sagre* 
stia de^ belli arredi poetava al tempo di Cino; non 
ineno che Paolo Lanfranchiy rammentati ambedue 
dall' j^llaccio , dal Crescimbeni > e dal Quadrio ( Cre" 
scimb. voi, 4* ^^^' I* ^^^^* !• z^* 89. Quadrio voL 2. 
p, i68,). Di Vanni Facci sì parla molto nelle Storie 
pistoiesi. Un saggio delle sue rime è riferito dal Cre^ 
scimbeni , Tutti i cementatori di Dante ne fanno 
menzione, e specialmente il Volpi nell'indice 3.° in 
fondo alla sua edizione dì Dante Tom, i, pag, iSy. 
Non dispiacerà ai lettori che io qui trascriva le circo- 
stanze della sua condanna da me ritrovate in un MS. 
dal 1293 fino al iSyG nell'archivio di Pistoia , dove 
sono registrati varj miracoli della Madonna detta 
delle Porrincy e fra gli altri vi è quello d'essere 
stato scoperto il ladro della sacrestia di S. Jacopo 
nella persona di Vanni Fucci . « vannes fucci della 
« dolce, vannes della mona, et vannes mironne pi* 
« storienses cìves nephandi et homines male conver- 
« sationis (et vite contrada verunt inter se delibera- 
« tione habìta instigatione diabolica tehsaurum be- 
« ati iacobi derubare . quibus de caussis et enormi* 
« tatibus fuerunt multi et alii male infamati et in- 



(1) Saccio io. 
(a) Purché. 



ÌIO 

« culpati intér quòs erant rampinus fìlius domini 
« ran nuoci de forensibus porte guidonis et sanna co- 
ti, regìa rum et puccitis grassius . . fuerunt vexati et 
« gravati per multa genera tormentorum . unde do- 
« minus rampinus filius domini rannucri a mortem 
« (sic) dicebatur dapnari et item ad caudam equi 
« muli et ad furcas suspendi et vannes della nonna 
« particeps ex delieto predicto fiiit captus in ter se- 
» pta majoris ecclesie quadam die prima quadragesi- 
« me tunc temporis et in fortia potestatis videlicet 
« giani della bella de florentia et comunis pistori qui 
« nominavit malefactores qui ad dictum furtum con- 
« senserunt et facere intendebant excepto filio dicti 
« domini ranucci excusando eumdem quod iucul pa- 
ti bilisfuerat. de perìculis dictis unus gratia df^i et 
N virglnis extìterat liberatus an. 1295. t3 marzo «. 
Da questo racconto s'intende meglio ciò che scris- 
se il Macchiavello , che Giano della Bella stato autore 
della nuova ri forma fatta in FirenzeTan.i 295 (stil. F.) 
delibero dipartirsi^ e dar luogo a IP invidia e libera'- 
re i cittadini dal timore che eglino avevamU lui j e 
sedesse volontario esiglio ( Macchia vel. St. La.), 
cioè si ritirò a Pistoia ad esercitare Tu fizio di Potè» 
sta , come lo conferma anche lo storico Salvi Tom, 
i.par. 2. lib» 4- Z'- aSo. Ved. anche \e mie Notizie 
inedite della Sagrestia pistoiese p. 60. Dal surrife- 
rito documento si vede di chi volle parlare il poeta 
in quel verso : E falsamente Jii apposto altrui y cioè 
a Rampino di Rannuccio, e non a Vanni della Non- 
na , come scrisse il Padre Venturi a questo luogo di , 
Dante, Bensì Vanni della Nonna complice disvelò 
gli altri, e scusò Rampino, dichiarando che era in- 
giustamente accusato . 

Di fra Leonardo v. Zaccaria Bibliot. Pist. , Tirabo* 
«chi T, ^. P. 1, lib. 2. cap, 2. J. 9. 

Di fra Bonaventura Bopaccorsi v. Zaccaria /. e. 
Don dori Pietà di Pist. 

Yarj sono stati gli Uomini letterati della Famiglia 



Il I 

Benvoluti , e celebri ai loro tempi per la professione 
deir arte salutare. Di Michelangiolo parla il d. Bic- 
chierai nella sua Opera sii* Bagni di Montecatini al- 
la nota Q. 66. In alcune roeinorie del secolo 1 4 pres- 
so il eh. sig. d. Vi toni si fa ricordanza in quel tem- 
po del celebre medico Giovanni di Favolo Benvoluti, 
e di questo intendo di parlare nel testcì. Ba esso nac* 
quero due figli, Michele e Favolo, che parimente 
esercitarono la medicina • 

(7) Magistro Braccino , ser Orlandi da Fisiorio 
Medico Fisico in Civitate Senarum xxx. florenos au* 
reos ad rationem quinquaginta quatuor soldorum 
sex denarioruro aureorum prò quolibet prò suo sa- 
lario quatuor mensium fin ientium in Kalendis lulii 
proxime futuri ad rationem nonaginta flórenorum 
prò suo quolibet anno de quibua est quietantia ma- 
nu Andrea Ser Fucci Notarli. Da ^ndocum. di Bi^- 
cherna num, loi. F, 60 5. 

(8) Dell'autore delle «Sfow Pistoiesi non ci è noto 
il nome. 11 Dondori pretende che sieno scritte dal 
Zanobino canonico Fistoiese; al quale altri attribui- 
scono una storia De bello civili Pistoriensium , e di- 
cono che questo MS. si conservò nella Cancelleria di 
Fistola fino al i5oo. Che le Storie Fistolesi appar- 
tengano al preteso csìDonico Zanobino, è un'opi- 
nione dal Dondori non appoggiata con verun'argo- 
niento , ne da altri , ch'io sappia , è seguitato . Inol- 
^re-io credo che quel canonico Zanobino sia stato 
confuso col canonico Zambino^ o Sozzomeno , scrit- 
tore d'una cronaca dal principio del mondo fino ai 
tempi suoi , in parte pubblicata dal Muratori negli 
scrittori Rerum Italicarum , ed un' altra porzione 
neW Aggiunte al Muratori dal Tartini inserirà . Del- 
la probabilità di questo sbaglio ne bo parlato nelle 
Memorie del Sozzomeno , pag. 3o. 



Ila 

(9) Quello che appartiene ad Albertano giudice di 
Brescia si può vedere nel Mazzucchelli , e nei Tira- 
boschi . Peraltro fra i varj codici che essi raiìimen** 
tano della traduzione italiana nulla dicono d* uno da 
me ritrovato ; sebbene imperfetto, nelP archivio co- 
munitativo di Pistoia, che sfuggì anche al P. Zacca* 
ria, E questo Codice in inembruna, scritto a colon- 
nette, con rubriche, e dei carattere che si vede nel 
saggio che qui ne presento . 




nfiLbél^S-cbaltoce^ lattoni 

^irabotbrfcindst a^otaYlel .5P» 
(AiptJ J^ltìfic^e^i^ScciiiW eftf Or 

foctato% latino inuofgVezre j^tyiot 
...-oVi fonTo ^wolo . cfcrictop^ 
Tt3taroV>piftoia fotte l«» à-^* 

Il primo Trattato è de la doctrina del dire e del 
torcere . Il secondo del vero consiglio e del consola* 
mento . Il terzo de lo amore e de la dilezione di dio e 
del proximo ec. Quest'ultimo è mancante, non re- 
standone che soli tre colonnini, lo non ho il como- 
do di conl'rontare questo Codice con altri inediti del 



ii3 

volgarizzamento. Mi limiterò dunque al solo con- 
ironto di quello stampato in Firenze dai Giunti nel 
1610 per opera di Bastiano de Rossi, e ristanipato 
in Mantova nel tyi%. L'esemplare a stampa dìcesi 
dal Rossi cavato da un Codice scritto nel 1273. Il 
trattato del dire e del tacere , secondo la memoria 
che si legge nel Cod.pisL fu composto da Albertano 
nel M GcxLV del mese di dicembre e stralactato di la^ 
tino in volghare per mano diserSoffredi del grathia 
^. . . . , di santo Ajuolo e scritto per Lanfrancho *fe- 
riaxiopi del bene notaio di pistola socto li a. d. 
MccLxxviii del mese d^abrile. Se le due proposizioni 
relative al traduttore ed allo scrittore prendansi col- 
lettivamente , potrà dirsi tradotto e scritto questo 
trattato del Cod. Pist, nell' Aprile del medesimo 
anno 1278. Se disgiungansi: resterà sempre fermo 
che in quell'anno sia stata scritta questa porzione 
del Codice. Il Trattato poi del vero consiglio, e del 
eonsolamento ivi si dice che Albertano lo compuosc 
ne li A. D. HCGXLVi del mese d^abrile ed immagone^ 
gato in su questo volghare ne li a. o. hgclxxv. Qua- 
lora per le parole imagonegato in su questo volgha* 
re intendasi tradotto dovrà in detto anno fissarsene 
la traduzione . Se poi voglia intendersi scritto , quella 
sarà l'epoca della scrittura. Io peraltro inclinerei 
ad intendere tradotto; primieramente perchè il pre« 
cedente Trattato del dire e del tacere si dice essere 
stato scritto in quel Codice nel 1278, laonde non 
par probabile che il susseguente del vero consiglio^ 
e del eonsolamento scritto fosse sul medesimo Co- 
dice tre anni prima , cioè nel i ajS \ molto più che il 
Codice apparisce scritto continuatamente , e da una 
medesima mano. In secondo luogo le parole ima^ 
gonegato su questo volgare sembrano voler piutto- 
sto indicare che l'imagine dell'originale fu espres- 
sa, trasportata ec. in lingua volgare. Nello stabilire 
il tempo in cui Albertano compose questi Trattati 
s'accordano ambedue i Codici in quanto ai Trat- 



n4 

tati del dire e deliacere, e del vero consiglio e del 
consolamento , Circa alT altro deW amore e della di* 
lezione non può farsene il confronto , perchè , come 
ho indicato, è molto mancante. 

Ciò che distingue singolarmente il Codice pisto* 
iese si è Tesservi notati i nomi del traduttore e. 
dello scrittore. Il primo fu, come abbiamo veduto , 
ser Soffredi dsl grathia ... di santo Aiuolo . Dove 
ho messo i punti il trarattere è consunto . Non sem-» 
bra però da porsi in dubbio che il detto ser Soffredi 
fosse di Aiuolo che è il nome d'un popolo con chie* 
sa parrocchiale nella diocesi di Pistoia, anche in 
oggi chiamato Aiuolo. Inoltre vi s'incontrano molte 
voci d'antico dialetto pistoiese udite tuttora in 
bocca di quei contadini . Lo scrittore fu Lanfran^ 
cho Seriaeopi del Bene notaio pistoiese. La £vniglia 
Seriacopi è ricordata nelle storie Pistoiesi, Finora 
s' è ignorato, o almeno è stato molto incerto, il no* 
me del volgarizzatore d' Albertano; quantunque aU 
cuni abbiano detto che lo fosse Albertano stesso, o 
un tale Andrea da Grosseto dimorante in Parigi 
( Mazzucchelli Le). Nel Codice Pistoiese vi è chia- 
ramente indicato: ma fu quegli l'autore del volga- 
rizzamento a stampa? Ovvero: son' eglino i mede* 
simi questi due volgarizzamenti.' Confrontandoli si 
riscontra molta differenza tra essi, e nella disposi- 
zione e integrità dei Trattati, e nella dicitura mede- 
sima . Primieramente nel Codice pistoiese l' ordine 
dei trattati è il seguente 

Primo : del dire e del tacere. 2° del vero consiglia 
e del consolamento . 3.° delP amore e della dilezione 
di dio e del prossimo , ed altre cose della forma della 
vita ec. 

In quello a stampa.* i.^ delF amore e della dile^ 
zione di Dio e del prossimo e delC altre cose^ e della 
forma delU onesta vita . 2.** Della consolazione e del 
consiglio . 3. « Delle sei maniere del parlare . 

Il trattato Delle sei maniere del parlare j o del 



ii5 

dire e del tacere in ambedue i Codici è divìdo in sei 
capitoli , se non che nel Codice pistoiese non sono 
le intitolazioni ai capitoli, fuori che al cap. 5, il 
quale nel Codice a stampa è divisò in due; come pu- 
re il cap. ultimo di' questo è un'accozzamento ed un 
breve ristretto, degli ultimi due capitoli del Codice 
pistoiese . Il Trattato del i^ero consiglio e del conso^ 
lamento nel Cod. pist. è diviso in 58 capitoli , ed in 
quello a stampa in soli 5o, poiché il capitolo io di 
questo, intitolato del consiglio è diviso nel Cod. pist. 
in 4* capitoli, nei quali però non si comprende tut- 
tociò che è nel suddetto cap. io. a stampa . Al con- 
trario il cap. .44 SI stampa intitolato della mendicità 
è molto più breve che nel Cod. pist. , dove ne viene 
di segnito un'altro capitolo iiei mali della guerra y 
che manca nel Codice a stampa. Il Trattato delP 
amore e della dilezione nel Cod. pist. essendo im- 
perfetto non può farsene il confronto. Al termine 
degli altri due trattati evvi il finale dell'amanuen- 
se , ma con espressioni diverse in ambedue i Codici • 
Oltre a queste differenze spesso riscontrasi nota- 
bile diversità di vocaboli e di periodi; lo che fa 
molto più sospettare che l'autore dell' una sia di* 
verso da quello dell' altra. Anzi se quella del Cod. 
pist. vogliasi fatta e copiata tra il 1 27$ e il 1 278 sareb^ 
be certamente diversa dall' altra che fu tratta da un 
Codice del 1272 secondo il Rossi. Se poi non am~ 
mettasi che l'una sia dell'altra posteriore, ed in 
origine si vogliano le medesime, la cagione della 
osservata diversità potè forse nascere talora dall'in- 
curia , o dalla sollecitudine di compendiare dei co- 
pisti medesimi, talora dalla premura di emendare 
senza il testo sotto gli occhi , o seppure lo usarono , 
potè essere una copia molto variante da quella che 
servì perla traduzione ; sicché in parte la negligen- 
za dei copisti , ed il capriccio di dire ciò che più 
tornava in acconcio per raggiustare qualche senso 
rotto e guasto , in parte la varietà degli slessi Codici 



i 



ii6 

latini poterono talmente travisane la primitiva tracia-* 
zione da farne sparire quasi ogni idea nelle molte 
copie che sene fecero da ignoranti copisti, o da 
quelli che avranno preteso di emendarne i difetti. 
Quanto guasti e varianti fossero glit stessi latini 
ed originali esemplari ben si potrà vedére dal sag- 
gio che qui ne trascrivo dai codici delF Imperiale 
Biblioteca di Turino, dove non uno, come il Ti* 
raboschi accenna, ma due se ne conservano; l'uno 
in pergamena, e l'altro cartaceo, scritti da poco 
esatti amanuensi. Quello io pergamena ha in primo 
luogo il Trattato de amore et dilectione . 2.*" consp- 
lationis et consilii. 3.° de doctrina diceruU et taceìi'^ 
di. In ciò corrisponde all'ordine tenuto in quello a 
stampa* Nel cartaceo, prima è il trattato de doctrina 
dicendi et tacendiy poi conso lationis et consilii. In 
ultimo de amore et dilectione j e così è disposto il 
Codice pistoiese . 

Io trascriverò pertanto dal Codice Membranaceo 
turinese l' ultimo capitolo del dire e del tacere con 
le varianti del medesimo, capitolo contenuto nel 
Codice turinese cartaceo (i); quindi vi unirò le ver- 
sioni del detto capitolo contenuto nel Cod. pist. , 
ed in quello a stampa, onde ciascuno &cendone da 
per sé il confronto, meglio far possa quel giudìzio 
che più gli piacerà intorno alla somiglianza o diver- 
sità delle suddette versioni. 

Dei Trattati latini d'Albertano da Brescia, il di 
cui volgarizzamento stampato è testo di lingua, due 
codici ha V imperiale Biblioteca di Turino {Catal. 
II. 4^- 25o.); l'uno. in pergamena; l'altro in carta; 
scritti amendue da poco avveduti copisti . 



(t) Io debbo tutto ciò che riferisco Al questi Codici alia genti- 
lezza delCfaiaris. Sig. C. Naptone a cui fu communicaro dal dotila. 
Sig. B. Yernaza di Frepey ; soggetto che aUa Tasta erudizione unisce 
un' indefessa premura di compiacere ai dosider) dei letterati che a 
ui fatino ricorso . 



i 



117 

La distribuzione dell'opera non è in amendue la 
medesin^a . 

Nel Membranaceo , il primo Trattato è de amore 
€t dilectiòne . Il secondo è consolationis et consilii . 
Il terzo è de doctrina dicendi et tacendi . La divi- 
sione dei capi non è numerata: ed essi hanno titoli 
diversi da quelli dell'altro Codice. 

Nel Cartaceo , prima è de doctrina dicendi et ta^ 
cendi: poi consolationis et consilii: che sono inti- 
tolati libro primo, e libro secondo. Succede l'altro 
Trattato, diviso in quattro parti: la prima delle 
quali ha il titolo di libro terzo \ e cosi successiva* 
mente fino al sesto. 

Un'altra divisione è in questo Codice , vale a di- 
re in capitoli numerati ; che in tutti sono 1 14* Cosic- 
ché il libro secondo comincia con un prologo, do- 
po il quale è il capitolo 8. Il terzo libro comincia 
col capitolo 48, le cui prime parole, dopo la invo- 
cazione, sono queste: Quanto amore quantaque di' 
lectione etc. Il libro quarto comincia col capitolo 
56. de amore -et dilectione proximi , Il quinto co- 
mincia col capitolo 79 de amore et dilectione àlia^ 
rum rerum. Il sesto comincia col capitolo 94. de 
amore et dilectione rerum incorporalium . 

Con ameqdue i testi di Albertano son cucite altre 
composizioni idi varj autori ; le quali nei catalogo ^ 
Stampato sono descritte senz' alcuna diligenza. 



ii8 

Capitolo uhimo del Codice Membranaceo 
Torinese E, i. io. 

Expoàitia super i. hoc aduerbio quando a. 

SupeiiBst 3. deniqueuìAeteie intelligenzia eX^^eac' 
positione huiusaduerbii quando. Et certe ìstud quan- 
do tempus 5. re^oiriir. Requirasergodiligentertempus 
dicendi 6. simul et ordinem. Ait enim iesus syrach. 
7. Homo sapiens tacebit usque ad tempus • Lasciuus 
autem et impruden» non seruabit tempus . Seruan- 
do ìgitur tempus 8. sequerìs uerbum Salomonis dt-* 
centis. Tempus g» loquendi et tempus tacendi . Ma- 
gna enim res io. est uocis et scilentii temperamen- 
tum , ut fi. Seneca dixit Sema itaque scilencium 
donec 1 2. loquendi/Uerit necessarium . Et non sulum 
1 3. tìim scilentium^ serua|sed 1 4* ^^ aliorum scilentiun» 
expecta . Erpectare ergo debes dicendi tempus do- 
nec tibi prebeatur auditus. Ait enim iesus sjrach. 
Ubi non est auditus non efFundas sermonem i5. tu* 
um et importune noli extoUi 16. sapientia 17. tua. 
Importuna 18. est enim narratio tua quando tibi non 
prebetur auditus. et est quasi musica in luctu. Nam 
ut idem ait. Musica in luctu importuna narratio- 19. 
et qui ao. narrat uerbum non attendenti ai. fualis 
qui excitat dormientem a graui a a. somno» Et non 
a3. solum in dicendo aliis sed etiam in responden- 



Varianti del medesimo capitolo delP altro Ciodice 
r cartaceo turinese E. lY.L 

I. ilio a. capitulum VII, 3. demum 4* expoxi» 
tione 5. causajn requirit et tempus 6. et ordinem 
simul 7. tacebit homo sapiens 8. sequitur g. dicendi 
IO. manca 11. ait Seneca la. loqui fuerit tibi 
i3. scilentium tuum i4* etiam i5. manca i6. in 
sapientia 17. manca 18. enim est 19. tua ao. enar* 
rat uerba ài. est quasi a a. sompno a 3. manca. 



11^ 

do tempus expectare debes. i, Nam scriptum est ^ 
Ne properes respondere donec 2. fuerit finis inter^ 
rogationis 3. Nam ut ait Salomon. Qui prius les- 
pondet 4- quam audiat stultum se esse demonstrat 
et 5. cot^usione dignum. Simìliter qui prius loqui'^ 
tur quam 6. adiscat ad contemptum et irrisiònem 
properat. linde iesus sirach dixit. Ante 7. iudictiun^ 
para 8. iusticiam et antequam loquaris dìsce. SinguU 
9. ergo suo loco et tempore dicenda sunt. io. pre^^ 
postero ordine penitus 1 1. omisso. Nam si de predi* 
catione loqui desideras tempore congruo 12. prius 
ystoriam dicas. vZ. postea i4* uero allegoriam . i5. 
Tertio tropologiam. Si vero de epistolis tractes pri- 
mo loco et tempore salutationem ponas. Secundo 
exordium . 16. TVmc» narra tionem . Quarto peti«> 
tionem . Quinto conclusionem. Siautem de 17. con* 
clonando et ambaxiatis studeas faciendis. Primo 
loco et tempore salutationem 18. dicas . Secundario 
uero commendationem tam illorum ad quos 19. 
ambaxiata dirigitur quam 20. sociorum tecum ai. 
gjnhaxiatam portantium. 221. Tercio ambaxiatam 
siue narrationem eius 23 quod tibi impositum fuerit. 
Quarto uero 24* exortationem dicendo 26. per sua" 
sorta uerba ad consequendum id quod postulatur. 
Quinto modi expositionem allegando modula quo 
id quod postulatur fieri 26. ualet* Sextd 27. espoéi" 



I. manca 7., finis fuerit interrogationi 3. manca 
4. antequam 5. dignum, confusione 6. discat 7. in^ 
ditium 8. iustitiam 9. uero io. propoxito 11. ob* 
misso \7,. loqid debes iZ. deinde 1 4* manca 1^, de* 
inde 16. tertio 17. concinando et ambaciatis fa* 
ciendis studeas 18. dici consueuit « secundo uero 
19. ambàsiata 20. sotiorum 21. ambasiatam 22. ter* 
tio ambasiatam 23. quare impositam 24. exorna* 
tionem 2^. suassoria a6, pò test Sij, exempliponi* 
tionem . 



tionem in dicendo exempla de rebas in similibus ne- 
gocìis factis et i. obseruandis. Septinio denique as- 
signabis a. sufficientem rationem ad 3. predicta . 
Et hoc facies ad exemplum gabrielis 4* archangeli 
qui cum missus esset a deo ad beatacn uirginem 
mariam primo posuit salutationem diceos Aue ma- 
ria. Secundo' commenda tionem ^, dicens 6. gracia 
piena • dominus tecum . benedicta 7. et cetera . Ter- 
ciò 8. confirnuUionem siue exortationem 9. dicendo 
ne timeas maria et cetera. quam exQrtationem pre- 
posuit IO. archangelus denunciationi . ideoque beata 
II. uirgo maria turbata fuerat in salutatione 12. or» 
changelli. Quarto i3. uero i4> posuit anunciatio* 
nem dicens. Ecce concipies et paries i^.JiUum et 
cetera. Quinto posuit modi expressionem cum 
16. dixit Spiritus sancti superueniet in te et uir- 
tus altissimi 17. obumbrahit tihi , et cetera. Sexto 
posuit exemplum cum 18. dixit. Nam ig. et ecce 
20. helisabeth cognata tua 21. pariet filium in se- 
nectute. sua 22. Septimo assignauit 23. efficientem 
rationem ad predicta cum ^4. dixit, quia non 
25. erit impossibile apud deum omne uerbum • Si 
autem de legibus vel decretalibus tractare uolueris. 
Primo loco et tempore litteram 26. ponas. Secun- 
do casum . 27. Tercio littere expositionem . Quarto 
similia . Quinto contraria. Sexto solutiones. Et sic 
de qualibet scientia que ad eam 28. pertineant se- 
cundum prius etposterius sunt dicenda. Hec denì- 



i. obseruatis 2. rationem sufftcientem 3. omnia 
4» arcliangelli 5. manca 6. gratia y, tu 8. con^ 
Jortationem 9. dicens 10. arcliangellus 11. manca 
12. archangelli i3. manca i^> ponit i^ Jillium 
16. dicit 17. manca 18. dicit 19. manca 20. Hel» 
lisabet 21. ipsa concepit 22. et cetera 23. sufflciefi^ 
tem 24. dicit 25. est 26. pones 27. tertio littere 
28. pertineat sed* 



121 



que exefmpla super hoc adnerbìo quando tibi i. ad 
presens dieta sufiicìant . Tu autem et ìngenìo a. tibi 
a deo prestito multa super hoc et super quelibet 
nerbo hujus uersicnli prò tue uoluntatis arbitrio 
poteris excogitare. Nani sicut super 3. ab accedert" 
Zia scripture omnes 4* uoluuntur. Ita super hoc uer* 
siculo quicquid dici uel taceri debet fere 5. posset 
inflecti . Hanc ìgitur doctrinam super dicendo 6. uel 
tacendo breuiter 7. comprehensam tibi et aliis tuis 
fratribus litteratis 8. tradere curaui. Quia 9. uita 
IO. litteratorum potius in dicendo quam in faciendo 
consistit. Seneca hoc testante qui 11. alt Stulta est 
et minime conueniens litterato 12. uiro oocupatio 
exercendi i3. lacertos et dilàtandi 14. uirtutem . Si 
autem super faciendo uolueris habere doctrinam de- 
trahe de hoc uersiculo istud verbum dicas et loco 
iliius ponas hoc uerbum facias. Ut dicatur. Quis 
quid cui facias cur quomodo quando requiras. Et 
i5. ita 16. facere omnia que dieta sunt supra et 
17. muUa alia poterunt ad hoc verbum facias uti- 
liter adaptari. His denique auditis 18. et circa pre- 
dieta 19. exercenda intentissima et usu ao. adi 
exerceas.Nam exercitatio ingenmm et naturam s^pe 
ùincit . et usus omnium 21 precepta superat . 22. Me- 
moria enim nichil perdit nisi ad^ quod non sepe re- 
spexit, linde versus, Usus cuncta docet usus abesse 
nocet, EtPamphilus dixit . Cunctarum rerum sapien- 
tia discitur usus . Usus et ars docuit quod sapit omnis 
hom/), Item experientia docet artem. Et sic poteris 



I. manca 2. tuo 3. abecedario 4- uoluntur 5. posse 
6. et 7. comprehensa 8. scribere 9. manca io. li- 
ter atorum II. dicit 12. homini i3. latteres i4« tem- 
pus vel i5. manca \6./ere 17. allia multa 18. te 
circha 19. exercitatione 20. manca 21. magistrorum 
22. manca 



IO 



I2A 



I . doctrinam, dicendi acfaciendi in promptu hahere . 
Deuiii insuper exora qui michi donauit predice» 2. 
narrare y ut ad eterna gaudìa nos Saicìat periienire 
Amen . 3. Explicit libar de doctrina dicendi et ta^cen-- 
di ab Albertano causidico brixiensi de hora sancte 
agathe compositus et compilatus sub milesimo ce. qua^ 
dragesimo quinto de men^ decembris . 

Questo capitolo trascrissi io di mia roano , per 
compiacere all' illustre mio amico Giovanni France- 
sco Napione Galeani di Cocconato . 

Torino i3 di Febbraio x8o8. 

Giuseppe Vernazza diFreney. 



I * habere impromptu doctrinam dicendi a^ifacien'- 
di 2. enarrare Z.per cristum iesumdominum nostrum 
qui tecum uiuit et regnai deus per omnia secula secu* 
lorum amen chiriellejrson christelleyson . Explicit li» 
ber de doctrina dicendi et tacendi siue loquendi su^ 
per istum uersiculum quis quid cui dicas cur quomo» 
do quando requiras . et cetera • 



Capitolo ultimo del Capitolo ultimo del 
Trattato del dire e del Trattato del dire e del 



tacere secondo il Co- 
dice pistoiese . 



Or doLiamo vedere so- 
pra la paraula tempo, e 
perciò richiedi diligente- 
meote tempo di dire. Ge- 
sù Saraca disse: ruomo 
savio tacerae 6ne cb'arae 
tempo; lo macto non giiar- 
derae tempo. E Salaroooe 
disse: temp*è da tacerei 
e tempo è da dire. E Se- 
iiaca disse: abie silenzio 
fine che ti fae mestieri di 
parlare , e non solamente 
lo tuo ma l'altrui aspe-> 
età ; e Gesù Saraca disse : 
là u'non s'è udito non 
spargere le tuoi (a) pa^ 
raule (b) ; e molto è in- 
portuno lo tuo dire quan* 
do non se' udito; e chi di- 
ce le paraule a colui che 
Bo' r ode sì k come chi 



tacere secondo F e- 
semplare a stampa . 

Ora diremo sopra '(juc^l^ altra 
parola che dice. Quando . 

Dicoti che questo Quan* 
do ti chiede tempo . Duri/' 
que dei tu guardare tent" 
pò di parlare > Giesìi Si^ 
rac dice. U huamo savio 
si tace inJinattarUo y che 
egli ha tempo y ma P huo^ 
ma "vano e/olle non guar^ 
da mai tempo: pero dei 
osservare lo detto di Sai a» 
mone y che dice. Tempo e 
di parlare y e tempo e di 
tacere. Onde ti dico, che 
grande cosa e ad OA^ere 
temperarriervto di bocca y 
che Seneca dice . Tienti di 
parlare irifintanto y che ti 
sia mestieri: che non sO" 
lamente ti dei guardare 
di parlare y ma dei a^pet^ 
tarcy che Fhuomo ti para- 
li imprima. Dunque dei 



(a) Nelle storie pistoiesi a pag. 949 ed. del 1700 S tà era moU 
lo bel dicitor di tuoi paróle. E' frequente presso ali antichi to-> 
scani un simile idiotismo, caduto pure dalla penna d'alcuni buoni 
scrittori; come anche mia e mie per miei . Ordinariamente u:xìyrt' 
Tasi Stto'y mio, luD'eTappiccaTan alla parola seguente acni si rifa- 
riTa, come tuoparoU. 

(h) Paraula e parabola sono d' antichissimo uso dalla voce pa^^ 
rahola. I buoni scrittori piA moderni non l'hanno adottata, usa- 
rono bensì parabolano per ciarliero . 



ia4 



sveglia Tuomo che dor- 
me, dal grave sonno. E 
scripio è: non t' afFrecta- 
re a rispondere fine che 
non se' addi man dato, è 
secondo che dice Salamo* 
ne, chi prima risponde 
che oda, dimostra essere 
macto. Simigliantemente: 
chi prima parla che appa- 
re è da dispregiare. Unde 
Gesù Saraca disse : inanzi 
al giudicare apparechia la 
giusti tia, e anzi che parli 
appara ; e perciò ciascuna 
<c^sa è da dire al tempo e 
al luogo. E se vuoli ap- 
parare ad ari n gare e a 
propore Tambascìate, pri- 
ma dei dire salute, apres- 
so dei comendare e loda- 
re coloro a cui l'amba- 
sciata è mandala, come 
coloro che sono teco a 
portar'ella . A presso l'am- 
basciata el dicto di questo 
che teni imposto: a pres- 
so confortare , dicendo 
belle paraule per avere 
quello che dimande. A- 
p resse dei alegare lo mo- 
do come quello che di- 
mande se puote fare; A- 
presso mostrando per as- 
S4^mpri (a) (sic) simili 
^ose facte. Ne la septima 



tu aspettar tempo dipar^ 
lare , infintanto , che ti 
sia presto lo dire ^ che 
Giesu Sirac dice . Cola 
dove tu non se^ udito non 
vi spander le tue parole , 
che spander le sue parole 
in luogo y la dove non e 
udito y si e altrettale , co* 
me gittare lo suo avere 
nel fango: e chi dice la 
parola a colui y che non 
r ode , si e altrettale y co-^ 
me svegliare huotno di 
grave sonno , e non sola^ 
mente dei aspettar tempo 
di parlare altrui y ma dei 
aspettar tempo di rispon* 
dere ad altrui^ che la 
Scrittura dicCy che tu dei 
aspettar tempo di rispon^ 
dere infinattanto y che tu 
avrai udito tutta V altrui 
addomanday o l* altrui 
detto; infino alla fine . E 
Sai amo ne dice . Chi ri- 
spondera infinattanto , 
che egli ode altrui parla" 
re y si /ara tener folle , e 
degno d^ aver disinorCy e 
similmente huomo anzi y 
ch^ apprenda y si ha a»o- 
lonta d^ esser gabbato . 
Onde Giesìi Sirac dice , 
che r huomo , che ha be^ 
ne appreso y puote ben 



(a) Esempi « 



I2t} 



parte assegnerai sofBcien- 
te pascione; e tucte le pre- 
dìcte cose farai al assem- 
pro del Gabriello archan- 
gello ; quale quando man- 
dato da Dio a la beata 
vergine Maria prima puo- 
se la salute, dicendo léwe 
maria . Apresso lo coman- 
do , dicendo \ gratta piena 
e che apresso puose la con- 
fortazione, quando disse: 
ne titn^as Maria ; e que- 
sto conforto propuose 1' 
A rcha ugello; imperocché 
la beata vergine era tur- 
bata . 

Ne la salute che l'ar- 
changello fecie a lei apres- 
so puose TanonciamentO) 
quando disse: ecco che 
ingraviderai, e farai fil- 
liuolo. Apresso puose lo 
modo ; come cioè potrà 
essere, e quando Spirito 
Sancto sopravenne in te, 
e la vertudie de PAItissi- 
mo ti prenderà . Ne la sex- 
ta parte puose l'assempro, 
quando disse che Isabecta 
tua chugnata parturirà fil- 
li nolo ne la sua vechieza. 
Ne la septima parte a se- 
gnò sofIBciente rascione a 
le predicte cose, quan- 
do disse imperciochè non 
serae apo Dio imposevi- 



parlare innanzi a Re^ e 
a giudice di legge . Pero 
anzi che parli ^ sì appren^ 
diy perocché tutte le oose 
deono essere fatte , e det^ 
te ordinatamente . Quan^ 
do tu vieni a parlare fa j 
cileni cominciameato sii 
buono , e che risponda al 
mezzo y e 7 nieza>o rispon^ 
da alfine , e così ordina 
tu per ordine li tuo f atti ^ 
e li tuoi detti . 



Questo che f abbo det" 
to sopra questa parola^ 
che dice Quando ti basti 
Con lo *ngegno j ecol sen* 
no che Dio nC ha dato , 
il quale a te y figliuol 
mioy hoe qui di sopra mo» 
strato molte cose potrai 
pensare sopra alle sei pa- 
role y onde potrai trar 
frutto in questa mortai 
vita . E 'Veramente ti di" 
co , che così come nella 
Bibbia si contengono tut» 
te le scritture y così sopra 
le dette sei parole y che si 
convengono di dircy o di 
tacere , e sopra V parlare 
perche lo imprendi , e- 
altri n* abbia alcuna buod 



1^6 

le (a) ogni paratila. Ma se na memoria , cioè sopra 
de la lege di DicretaU e queste sei parole y che di" 
Dicreto voerae traetare: in cono chi tu se , Che a Cui^ 
prima poni la lectora (b) ; Perchè y Comcy Quando. 
apresso Io caso la sposi- Cosi potrai molte buone 
tione de la lectora . Apres- cose da utilitade dire^ on^ 
so la similitudine. Apres- de potrai mólto bene ave^ 
so lo contrario. Ne la se*- re^ usandole . Prega Id" 
xta parte la solu tione; e dio , che m'ha dato gra^^ 
^osi di ciascuna scienza; zia di dire queste parole y 
e questi assempri sopra Jigliuolo mio , che me e te 
la paraula tempo présen- conduca alla sua gloria 
te mente ti siano asai^e perpetuale . Amen . 
tuo (e) per lo 'nsegno che 
Dio ti darae sopra questa 
e sopra ciascun^ paraula 
del vero, potrai asoctì- 
liare a pensare a questa 
doctrina sopra dire e tace* 
re breve mente compi esa 
a te e alli altri tuoi fra- » 
telli lettorati, ho curato 
di scrivere per ciò che la 
vita dei lectorati è piuo 
nel dire che nel fare . E 
le predicte cose odite a* 
deaerati a quelle studio- 
samente ; perciò che lo 
studio vince la natura e 
lo 'ngegno; e spesse volte 
e per uso si vince tueto; 
e cosi potrai la doctrina 

(a) Residuo dell'antica pronunzia, per )a quale VE si scambiava 
con la I; essendo queste due lettere spesso reciproche ancbe presso 
i latini: e la B con la V . ( Qnint. Ist. Orai. Hb. i. csp. 4. ) 

(b) Voce rimasta sempre tra i contadini pistoiesi*, coma anche 
Xtliorato . 

(c> tu. 



i 



127 

del dire e del /are avere 
in pronto, et ancora pre- 
ga Dio, lo quale mi donò 
le predicte cose così dire 
che ci conduca al eterna- 
le allegrezza . Amen . 

Quie finiscie lo libro Finito e*lo libro dello 
de la doctrina del dire e ammaestramento di dire, 
del taciere facto d^Alber^ e di tacere, da Albertano 
tana giudice di Brescia giudice di Brescia della^ 
de la contrada di Sancta Contrada di Santa Ago» 
Agata nel mgcxly del me- ta, composto e ordinalo 
se di dicembre, e strala- sotto anni Domini i245. 
ctato di latino' in vol&are del mese di Dicembre. 
per mano di ser Sojfredi 

del gratia di sancto 

A juolo, e scricto per Lan» - Estratto dalV edizione 
franco SerioÀ^opi del Bene del 1737. Firenze ed in 
notaio di Pistoia socto li Mantova n^lla stamperia 
A. D. MCCLXxviii del mese diS, Benedetto per Albert 
d'abrile ne la sexta indi- to Pazzoni stampatore Ar* 
elione (a) . ciducale . 

(a) Dft qaesto saggio ben si comprenile qua) fosse la lingua rol- 
gare biasimata da Dante, il quale dà merito a Gino d'aterla spogliata 
ai tanti rozzi uocaboli , di tanti Contadineschi accenti ec. r. 
pag, 8a. 

(io) Che Gino fosse in Bologna Tanno i3oo lo 
rileviamo da un luogo del Commento (lib. 7. tit. 
47 Rubr. 47- £=: Cum prò eo ec. ) dove ci fa sapere 
d*avere udito ripetere in quello Studio Jacopo daRa» 
venna, allorché questo professore passò di Bologna 
Tanno del Giubileo conceduto da Bonifazio otta\^o^ 
che tu appunto nel i3oo. 

(li) Questo Assessorato sì è conservato in Pistoia 
fino a gli ultimi giorni del passato Governo Reale 
sotto nome di Assessore dei Collegi . 



128 

(la) Il fatto è narrato da Gino nel Cbm. lib. i. 
tit. 19. :r Quotiens, Che poi debba riferirsi al 1807 
lo sappiamo dalle Storie pistoiesi che in quest^ anno 
fissano la presa di Pistoia fatta dai Fiorentini e Luc- 
chesi di parte Nera . 

(i3) V. le Osservazioni sulla Cavalleria Amorosa 
in fine di queste note . 

(t4) In alcune edizioni delle Opere poetiche di 
Dante' questa canzone è attribuita a lui e non a Gi- 
no. Ma tutto il contesto e lo stile medesimo per- 
suadono che è veramente di Gino. 

(i5) II Quadrio ed altri hanno chiamato l'amica 
di Gino non Sel'va^ia de* f^ergiolesi , ma Ricciarda 
dei Seli^aggi. V errore è manifesto da quanto dico 
nel testo, e dalla testimonianza del Petrarca: 
Ecco Dante e Beatrice , ecco Selvaggia 
Ecco Gin da Pistoia , Guitton d'Arezzo ec. 

Trionfo d* Amore. Cap, 4. 
In alcune edizioni del Boccaccio è detta quella fa- 
miglia de' Vergellesi. Fu propriamente à^ Vergiole^ 
sij cosi nominata da P^ergiuole antico castello della 
bassa montagna Pistoiese, e di cui tuttora sussiste il 
nome . Nelle Storie Pistoiesi si dice che una 6glia di 
Lippo Yergiolesi fu maritata al Focaccia grande 
aderente dei Bianchì e figlio di M. Ranieri dei Can- 
cellieri, dai quali ebbe origine la parte Bianca; ma 
non può determinarsi se questa fu madonna Selvag- 
gia , o altra sorella di lei . 

(16) Con luminoso esempio di giustizia vediamo 
confermati questi vanti all'Italia dai moderni letteiati 
Francesi ; tra i quali si distinguono i Chiariss. Sigg. 
Ginguené nella sua Storia letteraria d^ Italia ; l' eru- 
ditiss. Sig. Gav. Millin in varie delle sue opere; e sin- 
golarmente poi rendette questo tributo all'Italia il dot- 






129 

tìssimo Sig. Cav. Cuvìer Gonsiglìer titolare dell' Im- 
periale Università nel fare il seguente discorso pro- 
nunziato al colepo dei Professori dell'Accademia di 
Pisa l'anno 1809. 

MESSIEURS LES PROFESSEURS 

DE Iì'aCADEMIE db PISE 

Dès les premiers pas que notre auguste 
MONARQUE a fait en Italie, il a donne despreu- 
ves éclatantes de Testi me que lui inspirent les ser- 
Tice9 rendus par cette belle Contrée à la civilisa- 
tion du genre humain : et aujourd'hui que quinze 
années de prodiges l'ont rendu l'arbitre de l'Euro- 
pe, aujourd'hui que les Italiens sont appellés a par- 
tager la gioire de ses armes , et les bienfaits de son 
gouyernement , il a proclamé de nouveau ces ser- 
vices du haut de son Throne . En vous unissant aux 
Francais , il leur a rappeilé que deux fois yos ancé- 
tres ont porte dans l'Occident les lumieres des Let- 
tres , et des Aris . 

L'Italie moderne n'éprouvera donc point le sort 
de l'ancienne; les semences qu'elles a repanduQs, 
fecondées par une religion univers^lle, ont porte 
des fruits plus heureux; elle trouve dans les Fran- 
cais des éièves dignes d'elle, et non des barbares 
préts à la dechirer; ils ne la traiteront pas comma 
dans un moment de delire ils se sont traités eux* 
mémes; le silence n'attristerà point ces temples de 
rinstruction ; les maitres ne seront point dispersés : 
en un mot, une chaine non interrompue liera le 
Règne de NAPOLEON a celui des Medicis^ et votre 
Siècle k celui du Dante, de Miche-Ange, et de 
Galìlée . 

C'est cette hònorable succession que l'EMPE- 
REUR veut vous garantir; et que ne puis je vous 
exprimer , Messieurs , le bonheur que nous eprou- 



i3o 

• 

Tons, d'avoir été chargés par le Chef illustre de 
rUniversité Imperiale de préparer l'accomplisse- 
nient des yues bieniabantes du Monarque, et de 
pouvoir laisser quelque souvenir sur ct^lte terre 
classique , où nous n'avons marche qu^avec un saint 
respect, et qui nous a presente à chaque pas l'ou- 
vrage ou le monument d'uu grand homme. 

Au reste notre mission a été bien facile à remplir. 
Yous le saveZf Messieurs; tous les depositaires du 
fouvoir ont été animés é^e l'esprit de leur Maitre ; 
tous ont dejà concours'à rendre votre sort assuré. 
Cette Phincbsse que rfiAlPEREUR à cbargée de le 
faire aimer des Toscans > et que sa grace, et soq 
esprit supérieur semblent avoir destinée à ce noble 
emploi , a vu. vos besoins d'un coup d'oeil ; Elle y 
a pourvu d'un mot. 

Avec une telle protection, avec des talens, et un 
lèle tels que les vòtres, que nous restait-il à jfaire si 
non d'aller redire au Grand- Maitre ce dont nous 
avons été les témoins? 

Oui, Messieurs ! votre réunion à l'Uni versité Im- 
periale s'opererà sans aucune difficulté. Le bien* 
étre d'aucun de vous n*en souffrira; celui de piu- 
sieurs augmentei^a immédiatement, et celui de tous 
dans un avenir prochain; vos moyens materiels se- 
ront bientót proportionnés a la juste celebrile de 
votre Academie; l'établissement de notile discipline 
affranchi ra votre bonne volonté des- entraves dont 
l'embarassaient encore quelques fo/mes antiques : 
en6n votre association aux Ecoles Fran^ aises dou- 
blera vos succès et les nòtres, en rendant plus active 
nòtre émulation mutuelle. 

Tel est l'espoir que nous avons concu; espoir 
Irop flatteur pour que nous n'ayons pas dù saisir la 
première occasion solemnelle, qui s'est présentée, 
de vous en faire part. Nous vous invitons à com- 
mencer l'exercice , pour le quel nous sommes ras- 
semblés . 



i3i 

(17) V. le mie Memorie del Cardinal Niccolò 
Forteguerri • 

(18) Se col vocabolo alpi usato in questo luogo 
da Cirio intender si dovessero le alpi che oggi sono 
così propriamente dette , sarebbe più sicuro che egli 
fosse uscito d'Italia, e passato in Francia. Ma gli 
Antichi, come accennano gli etimologi, chiamarono 
Alpi , cioè Albi tutti i monti che si cuoprivano di 
molta neve; onde le alpi Cozie, Greche, Somme, 
Leponzie, Rezie, Trentine, Noriche, Giulie, Car- 
nie. Penine, che poi furon dette apennini , cioè 
Alpes pcenince ^secondo alcuni, dal passaggio d'An- 
nibale; della qnal catena di monti alcune parti tut- 
tora si chiamano alpi, come le Alpi di S, Pellegri^ 
no ec. Ciao dunque potè intendere d'aver passata 
VAlpe cioè VApennino alle falde di cui rimane IH- 
stoia ; ed in questo caso nient' altro c'indicherebbe' 
se non d'essere sceso in Lombardia; di dove potè 
quindi passare anche in Francia. 

(19) ,, Henricus Ludovicum Sabaudiensem Amoe* 
dei filium cum 5oo Romgjn prcemisit ^ qui apud Ste^ 
phanum Columnam prope Lateranum Palatium 
recepii , Ursini suspicati sunt, Henricus per tres Car» 
dinales a Clemente missos konorifice Romoe corona^ 
tus est . Con^^ivio celebrato oravity et juramento ab 
omnibus, exceptis Ursinis^ recepita Cum pecuniam a 
multitudine exigere Dellet facta est Romoe seditiOy 
et ope Joannis Roberti regisfratris populum juvantis 
coactus est Henricus Tibur jfugere . . . jussu cardina^ 
lium recedens pacificam urbem reliquit , 

É questa una delle postille al Biondo fatte di pro- 
prio pugno dal celebre Felino Sandeo nell'esemplare 
che esiste nella libreria dei Sigg. Canonici di Lue* 
ca, insieme con altri molti codici e libri^ a stdmpa 
dal Sandeo lasciati a quella libreria. L'abate An- 
tonio Vitale nella storia dei Senatori di Aonia T. i. 



i3a 

pag. tf6. scrive che Lodovico, sebbene assente , 
ritenne il senatorato fino al i3i3, avendo lasciato 
in posto due suoi Vicarj , i quali poi gli si ribella- 
rono; ma egli ritornò in possesso ajrniatamente. È 
probabile che Gino passasse il tempo dell'assenza di 
Lodovico in Roma stessa, e forse anche a Napoli, 
e poi si riunisse a Lodovico tornato che fu al suo 
posto . 

(ao) Papa in sui electioné jura sui PontificaUkS 
omnia nanciscitur et est bona argumentatio unius 
ad reliquum: cum Imperator superiore careat y sicuti 
Papa, Gom, lib, 7. tit. 87. „ bene a Zenone. 

A Deo procedit Imperium et Sacerdotium, Ergo 
temporaliter sub Imperio omnes populij omnesque 
reges sunt, sicut sub Papa sunt spiritualiter . Gomm. 
lib. I. tit. I. $. cunctos populos. 

(21) Di questo autore cita il libro de Maleficiis. 
Fiorì nel 1-^84; fu Assessore e Giudice in Bologna 
nel 1284^ ^^.^9) '^9^- ed anche in Siena, in Luc- 
ca, in Firenze, V. Tiraboscki stor, della letterata 
ItaL T. 5. P. 2. lib. a. cap, 4* $• 4* Contento sul 
Cod.pag. 56 1. 

Azzone Bolognese fiorì sul fine del secolo XIL Ti" 
rab. L e. cap, 4* $• i5. Com, pag. aa8. 

(aa) Andrea de Barulo è forse lo stesso che An- 
drea da Barletta. Tirab. T. 4- P- 2* Hb. a. cap. 4* 
§. 29 . Com. p. 1 7. 

(aS) Forse Alberigo di Rosata che comentò an* 
che Dante • 

(a4) F'. Memorie istorie/te di più uomini illustri 
pisani dove è chiamato Bandino Familiati T. 3. pag. 
73. ed ivi è citato questo luogo di Gino. Com. pag. 
36 fi. 



i33 

(a5) V.tTirab. 1. e. To. 4. P. a. lib. 2. cap. 4. J aS. 

(26) Ci no racconta d'avere udito magnam controi^er' 
Siam inter Franciscum Accursium et Dinum de Mugel- 
lo Doctoresy quoe totum Studium Bononice movit injur" 
gium, Accursius ; dum legeret hanc legem ( cum prò 
eo Rub. 47- T. 47- 'ib. 7.) ultra montesy dumfuit 
cum rege Angliae, et Jacobus proedictus (de Ras/ennd) 
in forma discipuU poneret ; nimirum non erat in 
muìido adversarius durior^ nec suhtilior. 



(27) Detto Martino Gosiano quia fuit de Gosiis r 
de Bononia . V. Tirab. L e. T. 3. A 2* lib. 4» ^^/?« 7- ^ 
J. 22. Joannes Andreas Bononiensis Decretalista 
amicusm^us. Com.p. aSS. Jacobus eie Ravenna, cuius 
doctorfuit nomine Biccardus^ L e, 

(28) V. Tirab. 1. e. T. 4. P. 2. cap. 4. $• a8. Cora. 
pag. 235. Sios!iervi che anche Gino lo dice parmigia- 
no contro il dubbio del Diplovataccio che fa que- 
stione se fosse parmigiano o pavese . Mori V anno 
i3oo* V. Gravina de Ortu et Progres, juris Cii^, lib. 
1. cap. i5g. 

(29) Cujus tractatum de Verbo ad Verbum tran-' 
scripsit Speculator in speculo suo, Gom. pag. 1 29. Sot- 
to il nome di Speculator Gino intende di Guglielmo 
Durante. V. Tirab. l. e. T. 4./?. 2. ca^. 4. $• 3o. e 
cap. 5. §. 19. Memorie di più uomini illustri pisani 
T. 2, p. i65. Notisi che Gino dice avere scritto il 
Fagiuoli di quel trattato bene et optime. Notisi an- 
cora che il Tiraboschi sulla fede di Flammìnio dal 
Borgo nella dissertaz. su P origine della Università 
di Pisa scrive che il sepolcro di Giovanni Fagiuoli 
lo mostra scolpito sedente in cattedra e circondato 
da' suoi scolari. Di presente il ritratto in cattedra 
del Fagiuoli ec. non più- si vede, e non resta che 
r iscrizione nella parte che serviva di base al sarco- 



i34 

fago dove era sepolto il corpo di lui . Anche il sar-- 
cofago è stato tolto da questa base^ ed era quello 
che tuttora vedesi nel campo santo rappresentante 
la caccia di Meleagro. Perchè fosse demolito e di* 
sperso il gruppo che doveva star sopra , cioè il ri- 
tratto del Fagiuoli con i suoi scol&ri , è parimente 
ignoto . Al tempo del Martini tuttora vi si vedeva- 
no .( f'. Theatnun Bas, Pis. cap. 1 8. /y. 117. coL i . ) 
11 dal Borgo ne parla su la fede del Martini copian* 
done le stesse parole . 

(3o) Lo stesso che Martino Solimano . y. Tirab. 
L e. T, 4' P' 2* A!(. a. cap. 4- $• i9* Com. pag. a 5 3. 
Di Niccolao Mattarelli da Modena /^. Tirab. L e. 
T, 5. P. I. lib, a. cap. 4 $• 18. Com. p. Sij. e 460. 

(3i) r. Tirab. L e. T. 5. P. i. llb. 2. cap. 4. $. li. 
Com» p. i52. 



le di S. 



'3 a) Fu Riccardo Petroni senese, diacono cardina- 
Eustazio , Creatura di Bonifazio V IIL f^. Ti* 
rab: L e. T. 4- P^ a. lib. a. cap. 4- $• ^9* Com. pag. 
145. 



(33) K Tirab. L e. T. 5. P. 1. lib. a. e. 4. $. 6. 
Com. p. 434* 

(34) Ego vidi scripta quoedam Roglerii Piacentini 
antiquissimi Doctoris nastri. Com. pag. 4^i. Odo- 
fredo morì nel 1 a6o. Grav. de Ortu et progressu 
Juris ci{filis . Com. pag. 45i. 

(35) Roffredo fiori circa la metà del secolo XIII. 
F. Tirab. l. e. T. 4. P. 2. lib. a. cap. 4. $. 18, 

(36) Pietro Bella-pertica scolare di Loteringo fu 
professore ad Orleans, maestro d'Andrea da Pisa 
e Vescovo d'Auverre nel i3o7. e morì non prima 



i35 

del iSoy. V.Sammartano „ Gallia Cristiana. Oltr© 
ai ricordati, sono anche citati nel Contento , e nella 
Lettura sul Digesto vecchio Giovanni Bazzani^ £/- 
baldino de Maleùoltij Lanfranco e Colombo , Simo^ 
ne f^incenzo; e di Giovanni Andrea dice che dispu^ 
tuifit Bononice utrum requiratur in Prorogationum gè- 
neribus consensus judicis cujus Jurisdictio prorogatur. 

(37) Nel Contento a pag. 557. tergo. 
Quidfaciunt Civitates vel Barones qui monetam'cu" 
dunt sine licentia principisi ut videmus per totam 
Italiani? Dicunt quidam quod possunty quia non 
Jaciunt ad similitudinem monetae principis , sed prò-» 
prias pecunias^ et proprias fomtas cudunt. . . . dico 
malefaciunt , nisi a consuetudine longissima excu" 
sentur.Lib.g. ad L. lui. Repetundarum , Tit. 27. si 
quis nummas. 

Pag. 507. 
Est questio inter Episcopum Bononiensem et Pisto^ 
riensem de DioecesL Producuntur instrumenta antiqua 
in quibus cas^etur s Actum in terra de Casi, "vel 
actum in terra de Sai^ignano Dicecesis Pistoriensis . 

Pag. 3i4. é 
De Beginis etc. Status earum fuit nuper damnatus 
in concilio avinionensi^ et facta constitutio contra 
eaSy cujus verba sunt haec. s Cum de quibusdam 
mulieribus Beginis Dulgariter nuncupatisy quce cum 
nulli promittant obedientiam y nec profiteantur ali» 
quam Regulam approbatam, y nec propriis renuncient 
religione neqwtquam exis^nty quamquam habitum 
deferant Beginarum y et adhoerent religiosis aliqua^ 
libus y ad quos specialiter trhaitur affectio earum* 
dem etc. 

De Beginis V. Du^-Cange Glossarium T. \.pag. 875. 
576. editionis Francoforti ad Moenum 17 io. 

Pag. 29. tergo De privilegiis militum etc. 
Quid de militibus nostri temporis ?..... 5/ enim sunt 
milites qui vacant armis, et qui parati stant prò 



i36 

defensione MpubUeee-, vet Civitatis, vel Regù, vel 
Domini sui, sioàt sunt milites qui stani inApulw., 
videntur posse dloi qttòd privilegi» militarla dicun- 
turhabere. Quod raro de nostris militibus dici po- 
test qui vacant mereaturis et negotiis privatorian, 
•et multi rejteràmtw qui nescirerU se armare, «t qui 
vilissimas artts exercuerunt, et demum. cinguntur en- 
se,,balneantur aqua, et antecedunt in potu, et m 
konorepellis varii, et deauratorim calcanum cunt 
quadam prcerogatìva rjsverentìae salutantur, et satts 
in hoc privilegio gaudenX, de aliis prìvilegus nuli- 
taribus non sunt digni. {Cod. lib.i. de Iure et facti 
ignorat. Tit. 18. Rub 18. Quamis.) 

Pag. 317. 
Manfredum quesierunt inter cadavera mortìiorum a 
Carolo et sua gente -devictum in campis Benedenti ^ 
et non potuerunt invenire , 
Pelagna Cardinalis contra Civitatem Ferrance. 

a Platina lo chiama il Cardinale Pelagura cl)e 
da Clemente V. fii spedito con le truppe Francesi 
alla liberazione di Ferrara dal dominio veneto nel 
i3o9. Il suo vero nome era Arnaldo di Pelagura 
Cardinal Diacono e parente dello stesso Papa. 
Ludooicus Rex Francice qui modo canomzzatus est 
in^ Sanctos . 

Pag. 74. tei^o. 
Cedens bonis Mediolani nudus cum pudenda mem^ 
bris percutit lapidem ter. Paducefacit idemputsatis 
campanisi et Roma: ter ascendit leonem marmoreum 
qui est in scalis eampitolii.de foro . 

Pag. 476- tergo • , . 

Ih quibusdam Partibus de consuetudine veljure mu- 
nicipali percutitur {cedens bonis) in posteriori parte. 
Alibi cum posterioribus percutit unum lapidem aa 
hoc ordinatum . . . sed credo quod tales consuetudi-^ 
nes, et statata sint corOra bonos mores . 

Pag. 71. . - 

Lucrum non est pneferendum f anice, immojama et 



honor débervt proeferri lucro . . • quod non servant Lu^ 
cani . f^idi enim quemdam luoa,num Capitaneum po^ 
pulì in digitate Pistori qui in medio palati comunis , 
'veluti meretrixin medio lupdnaris , se s^endebat^ et 
, prò pudori quod apudLucanos talis reputatur sapiens. 

Pag. 2. 
Consueìudo est in Anglia quod major natu omnia 
bona habeat^ in Italia est quod equaliter omnes sue* 
ceduntfilii. 

Pag. 179. tergo. 
Dominus Romeus de Pepolis de Bononiay licet abundet. 
disfitOs super omnes cives italicos ^filiis suis concessit 
possessiones tantum ad eorum substentationem , vo^ 
lens ifidere sicut sciunt se genere ec. 

Pag. 433* 
Consuetudo est in Ecclesia Aureliana quod sede va^ 
cante capitulum faciat suos Jructus rerum spiritual 
lium, sed temporalium non. 

Pag. 364. 
Fiorentini ob pudorem aeris alieni se interficiuni. 

(38) Francesco medico chirurgo da Lucca delJa 
famiglia fiorgognoni • V, il P. Sarti de claris Archy^ 
gimnasii Bononiensis Pro/ess. P. i, pag.4^y, 458. 
Secondo questo scrittore morì prima del i3oi. 
Un* altro Francesco Borgognoni da Lucca , egli pure 
medico-chirurgo, viveva tuttora nel iSgp, e di 
questo non fa parola il P. Sarti. A schiarimento di 
ciò che scrive il P. Sarti su questo proposito erco 
quanto mi aggiunge il cbiurlss. sig. Cesare Lucche- 
sini in una pregiatissima sua dei 9. marzo i8ia. ,, Ugo 
Borgognoni illustre medico andò a Bologna nel iai4 
chiamato da quel Comune per medico condotto. 
Di lui nàcquero Teodorico, Veltro, Francesco, 
Uberto frate Gaudente , e Jacopo. L'^ultimo di que- 
sti è ignoto al P. Sarti , ma io lo trovo nominato in 
un libro di contratti appartenente una volta a que- 
sta cattedrale, ora unito alla libreria pubblica. Ivi 



IX 

t 



i38 

pure troTO nomioati Francesco ed Orlando suoi fi- 
gli che vivevano nel i28a. Teodorico dell' ordine 
dei Predicatori, penitenziero d'Innocenzo IV Papa, 
Vescovo di Bitonto, e poi di Cervia, fu medica ce- 
lebre, scrittore di medicina, di chirurgia, di vete* 
rinaria. Francesco, secondo il P. Sarti, mori prima 
del i3oi. Egli ebbe cinque figli, de' quali il solo 
Veltro lasciò successione. Da Veltro nacquero Gio* 
vanni, fra Ugo, e Paolo. Da Giovanni nacquero 
Francesco II. ed Antonio. Giovanni fece testamento 
nel 1 399 , ed allora erano vivi i suoi figliuoli Fran- 
cesco II. ed Antonio. Ma quando nascessero questi 
non si sa ; anzi neppure dei loro antenati il P. Sarti 
accenna gli anni della nascita e della morte , fuor- 
ché di Teodorìco Vescovo, del quale sappiamo che 
morì nel 1298 di 93 anni. Restarono in Lucca altri 
della famiglia , come Jacopo nominato di sopra. Non 
so se da lui o da altri discendesse Thomasius seu" 
Frederieus Celusicus qiiondam Thomasii Borgogna 
nis de brachio Z). Curradini de porta 5. Gervasii y 
che trovo nominato con Agnese sua moglie agli an* 
ni i3a3. e i333. in alcune pergamene dell'Archivio 
dell'Opera di S. Croce, ora della Libreria pubblica. 
=3 Com. pag. 336. tergo. 

(39) zr Vos debetis $cire quod Julius Cessar fuit 
primus IniperaXor et fuit trinomus . Kocatus enimju* 
it C, JuL Cessar. Octavlanus imperator fuit ejus ne^ 
pos et fuit dictus Augustus , sub quo ruUus est Ckri- 
stus et a quo descriptus est universus orbis . Quare 
ergo DocaXa est lex Julia ? . . . dicunt quidam quod 
denominatur a primo auctore^ licet eam perfecerit 
et sic peìfectam tulerit Augustus . f^el eam inpenit et 
tulit Augustus. $ed voluit eam nominare nomine 
avunculi sui C, JuL Coesaris. Alii dicunt quod Octa- 
"vianus non tulit eam aliquo mx>do , sed Cassar tan^ 
tum . . . Quidam alU dicunt quod lata fuit ab Octa» 
uiano Augusto , sed in desuetudinem ahiit et postea 



fuit reparata per quemdam qui vocatus fuit liilius , 
Ego credo quod fuit composita per Julium Coesa'- 
rem zz. Coniai, ad lib. 9. ad 1. JuU Majest. tit. 8. 
I\ubr. 9. 

(4o) Di questo Minucci famoso giureconsulto del 
sècolo i5. ha raccolto le memorie ed illustrato gli 
scritti il signor Professore Mìgliorotto Maccioni 
nelle sue Osseivazioni sul gius feudale. In Livor- 
no 1764» 

(4i) Diploma della Laurea di mes, Cino esistentCr 
in un Codice MS, segnato lett, G, col tit, di Memorie 
isloriche della Città di Firenze , a pag, ^Z: già prés* 
so il Sig, Pier^ Antonio Guadagni y e dal Sig, Avs^, 
Moscioni pubblicato nelle Ossen^azioni sopra il Di" 
ritto Feudale. Livorno 1764./?. 64» 

Universis praesentem inspecturìs Prior , et Colle- 
gium Doctoruni legum oivitatis Bononiae cum reve- 
rentia , et felicitate successum obsequil^ilem pronita- 
tem . 

Dura legum gloriosa cognitio Divinalium tenenda 
interpetratio sanctionum summum culmen honoris 
et praeconiosa laudis excelleptia promoveatur ut ad 
inagistratus apicem et doctoratus elati ab aliis discer- 
natitur, proponantur, conspicuitate prseniteant, et 
generi prospiciatur huraano , ne de aspectu tantorum 
possit errari, dum quae sapientissimus et eloquentis- 
simus vir Dominus Cinus quondam Francisci de Si* 
gibuldis de Pistorio cujus studia , Titaque omnis in 
legum cognitione versata est talem se effici studuit 
per exercitia et labores qualis Doctorum cetui digne 
mereatur adscribi . De mandato Venerabilis viri Do- 
mini Guidonis de Guisis ( per correzione del Tirabo- 
schi e non de Ligis ) {*) Decretorum doctoris Vicarii 
Reverendi patris magistri GuUielmi de Brixia Archi- 

C) T. 5. P, 1. Ub. a. cap. 4. \. 14. in jiota . 



i4o 

diaconi Bononiensis secundom Papalia , et Imperia- 
lia privilegia et antiquam consiietudinem observatirn 
per tempora longiora, ad publìcam et privatam exa- 
minationem admissus solerti examine tam legeniio , 
quam qiiaestionìbus a singulis nostrum demiim prò- 
positis sic sapienter, sic fìicunde respondìt, sic per^ 
spicaciter, sic venuste, sic per omnia probe se ha* 
buit ut Doctorum cetui digne mereatur adscribi uni- 
formi nostrorum judicio, et unanimi adsensu, cele- 
britate scrutinei, conveniéntìbus votis nostris illum 
ad prsedìcta ut idoneum ^ sufficientem et dignum 
censuimus, et. duximusadmittendum, ac in iiU ap- 
probatum et in summis legum apicibus enitere coni- 
pertum ut chatedralis honoris ìUi jure promotio de- 
beretur . Extendimus ergo tandem et merito ad Cha- 
tedrale fastigium et insigna doctoratus a praefato Vi- 
carioauctoritatequa fungitur bac parte dignum cen- 
situm , et de omnimoda sufficientia approbatum, et 
honorifice licentiatum , quatenus ubique terrarum 
sanctissiinas leges, et ducalia Cesarea ìnstituta ex 
nunc sibi liceat edocere, in quorum omnium evi- 
dens testimonium et notitiam clariorem per subscri- 
ptum notarium praesentes confici jussimus, sigilli no- 
stri Collegj appentione munitas. Factum et datum 
Bononiae in majori Ecclesia S. Petri die lunae nono 
mensis Decembris, Ann. Nativ. Doni. i3i4 Indi» 
Gtione XII. 

Et ego Joannes Petri de Casola auctoritate Impe- 
riali nota rius, et nunc Collegj precitati, his omni- 
bus prsesens de ipsius Prioris, et Doctorum Colleg] 
mandato pubblice subscripsi ec. 

(4a) Da due partite del libro di Bicherna comu-' 
nicatemi dopo la prima edizione dal chiariss. sig. 
Ab. Luigi de Angelis vedesi che Cino lesse certa- 
mente in Siena nel i323. con lo stipendio di fiorini 
aoo d' oro sr Anco a M. Federico Petrucci ec. anco 
a M. Cino da Pistoia dottore in leggie per suo sa-- 



i4f 

laro della prima paga d* un^ anno per lo leggiere il 
quale ha facto e die fare per uno anno cominciando 
il detto tempo per S. Michele Arcangiolo del mese 
di settembre prossimo passato a ragione di fiorini 
aoo e questi sono per metà d^ essa paga. Sono per 
fiorini cento d^ oro pub, da ix. libre ( B. lay. anno 
i323. num, 53.) Antecedentemente stava aCameri* 
no ed eccone il documento estrattb pure dalP Ar- 
chivio dì Bicherna n.° 122. anno i32i. a Mino di 
Nino notaro già Ambasciatore alla Citta di Came^' 
rìno a M, Cino da Pistoia dottore di leggi il quale 
era col Marchese ec. Anche Baldo ci fa sapere che 
Andrea da Pisa e M. Cino lessero in Siena nel mede* 
simo tempo. Y. Consiglio 447* tra quelli che fisa- 
mente vanno sotto nome di Lodovico Fontano. 



(43) Negli Annali Decemvirali perugini non si 
trova Tanno preciso in cui Cino incominciò a leg* 
gere in quello Studio. 1 professori consulenti furono 
Dominus Paulus de Actaris , ( o Aetaris ) 
Dominus Recuperus de S^ Miniato . 
Dominus Cinus de Pistorio doctor legum; 
e tutti e tre diconsi nunc regentes in Studio perusino. 
Nello stesso Annale all'anno medesimo i5a6 al fo- 
glio 233 sono nuovamente rammentati in altro Con- 
sulto ss dom. Cinus de pistorio ss dom, Ricobardus 
;= dom^ Leoriardus :=: dom, Paulus de Azaris ;s 
(forse è quegli stesso rammentato di sopra, sebbene 
nell'uno o nell'altro luogo sia scorretta la lezione 
del casato ) ss dom, Recoverus de S. Miniato j:s . 
Non è possibile rilevare da questi Annali ulteriori 
memorie di Cino, perchè fra le altre lagune ven'è 
una dal 1327 al i35i; ed in qualche frammento del 

i334 niuna memoria sene incontra. 

* 

(44) Nelle Storie Pistoiesi è detta Rialta . 

(45) Nelle Storie Pistoiesi è chiamato Grigorio . 



(46) Così scrivono gli storia Pistoiesi ; ma negli 
statuti dell'opera di S. Iacopo ordinati e scritti nel 
i3i3. e per ciò varj anni prima di questo avveni- 
mento , trovo che alla detta piazza era dato il mede- 
simo nome di Sala, Forse dall' aver avuto già un tal 
nome venne idea a Filippo Tedici di celebrarvi il 
banchetto di nozze pubblicamente . 

(47) Notisi che nel citato Aneddoto della Parte 
prima p. 40 è chiamato Phylippus de Sangioneto ec. 
in altro strumento di pace tra li Fiorentini , Pratesi 
e Pistoiesi Panno i329 presso il medesimo Zaccaria 
pag, 393. e seg. si dice de Sanginetto, L'autore della 
vita di Castruccio lo chiama Filippo Sanguineto . 

(48) In uno strumento del iSsìGindiz. 9 ai 28 di 
Gennaro esistente nelP archivio di Pistoia in un libro 
di Contratti e testamenti dell'Opera di S. Jacopo 
dal II 85 al i343 segnato lib. 1. si legge, Bocchetus 
de Mutina Vicevicarius magnifici Domini Domini 
Castrucci de Antelminellis imperiali gratia lucey pi^ 
stori et lune Vicarius generalis etc. 

In altro Strumento nel medesimo libro a pag. 
ik^ko a tergo s=: Nos Castruccius de Antelminellis Im-- 
periali gratia luce^ pistori y et lune Vicarius Gene* 
ralis y et partis Imperialis Florentie Dominus conce-- 
dimus auctoritate presentium , et plenam licentiam 
damus ec. Datum Pistori anno D, 1Ì26 indict. x, 
die a Decembris : Ego Petrus Balbani de Luca No" 
tarius Cancellarius Pistoriensis . 

In altri strumenti nel medesimo libro contenuti 
e sotto il medesimo anno è notato il i5 di Settem* 
óre, ed il di 2; d* Ottobre . 

In una lettera del Comune di Lucca al Comune di 
Pistoia presso il Zaccaria ( Anecd. M. M\i p. gS. ), 
ed in un'altra del medesimo Castruccio ai Pistoiesi 
( /. c.p, 96. ) ambedue del iSiy. Castruccio s'inti- 



i43 

tola ed è chiamato Cwitatis lucane Capitaneus Ge^ 
tieralis et f^icecomes Lunensis . 

(49) Neil* edizione dell'opere di Bartolo fetta da 
Giovanni di Colonia ( in Venezia ) l'anno i488 in- 
vece dell'anno 147 come nelle edizioni comuni , si 
legge Tanno i3. Al mio proposito ciò non (a diffe- 
renza ; avendo mostrato con altro documento che 
Gino leggeva a Perugia anche nel i326. 

(50) Copia di lettera creduta originale di m. Gino 
agli Operaj di S. Jacopo dei di i3 Luglio in data di 
Firenze, senz'anno. 

f^enerabilibus "viiis operariis capette B* Ja^obi de 
J^istorio majoribus suis . 

Amici carissimi • Siate certi che dubbi che scrive- 
te sono di ragione per me dichiariti . et avete ragio- 
ne . et io son presto di consigliare e porrò lo suggel* 
io mio. Ma perchè non, v'habbia a mandar tante 
volte et acciò che insieme si scriva sopra tucti li ca- 
pitoli di che si dubbiano . parmi che adoperiate di 
concordia di messer lo Vescovo e vostra, in su un 
foglio poniate li decti capitoli-, senza scrivervi quo 
altro, et io di presente consiglierò col suggello mio. 
et non dubitate che quello eh' io v'ho scripto proce- 
de di ragione e più farò chel decto consiglio vada in 
r audienza del papa che tenerlo costà . et per certo 
forte mi maraviglio come ciò non è bastato , peroc- 
ché veggendo i libbra troverassi quello eh' io scrivo , 
è vero , quello che ora si dice che la badessa non è 
vergine non è ancora tocho e bene che tucto dì si 
vega similemente fare non dimeno ancho sopra ciò 
alleggerò si che collo aiuto di dio vi torrò faticha . 
vuole messere che meco suggelli un altro doctore et 
lo vescovo suo dice ancho molte cose . et a tutti si 
soddisfarà et di ragione che per. la loro bontà spe- 
rarò rimarranno percontenti . et io sono presto, al- 
tro per questa non scrivo aparechiato a vostri piace* 



ri. In firenze. die i3 di luglio. Gino da pisloia yo* 
irò vi si rachomanda • 

(5i) In&tti dal i3a6 fino al i333 fu ni. Gino prò* 
fessore di leggi a Perugia , e quindi a Firenze nel 
i334« Prima del i3a6. il Boccaccio non potè udirne 
le lezioni, perchè nato nel i3i3 non s'applicò al dì- 
ritto Ganonico che neir anno iSag. 16.» dell' età 
sua . Da questo tempo in poi messer Gino dimorò a 
Perugia, il più; ed il resto tra Firenze « Pistoja, 
dove mori circa il 1337. Ninna memoria ci resta che 
il Boccaccio lo seguitasse in questi luoghi; come 
avrebbe dovuto fare se dal i326. udito V avesse p^ 
anni sei , cioè fino al i333. 

(Sa) È chiaro che Dante non si dole;ra già di quel- 
la lingua toscana che allora dìcevasi volgare illustre 
o lingua cortigiana^ e che poi si chiamò lingua to- 
scana perchè fu molto arricchita e ringentilita da 
Dante stesso, da Gino, dal Petrarca, dal Boccaccio, 
e da altri culti toscani , e passò anche nella bocca del 
popolo nostro per la continua lettura ch'egli faceva 
dell' Opere di quelli scrittori che aveano colto il più 
bel fiore da tutti i dialetti italiani e dai toscani mas- 
simamente. Il lamento di Dante era bensì diretto 
contro la rusticità dei dialetti che si parlavano in 
Toscana prima che il volgare illustre tì prendesse 
piede , come si dolse egualmente degli altri allora 
dominanti in Italia prima che il parlare cortigiano 
vi si rendesse più generale. 

(53) Quantunque io abbia messo in opra varie di* 
ligenze per sapere se più esista l'originale, o alme- 
no qualcuna di quelle copie, non ho potuto racco* 
glierne alcuna notizia. Certamente pare strano che 
essendosene allora tirate tante copie, oggi non sene 
veda pur una . Ciò peraltro non debbe far dubitare 
della verità di quanto afferma il Vasari » Non man* 



i45 

cano esempj di simili iivvenimenti nella storia delle 
arti . Anche Cicerone afferma che tutti i caw . Roma- 
ni avevano scolpito in gemma il ritratto di Epicuro: 
eppure rarissimamente incontriamo questo soggetto 
nelle grandi Dattilioteche. 

(54) Di questo Agatone Brusi parlasi a lungo nel- 
la vita di Lucio Drusi scritta dalF A. C. M. nelle Me- 
morie isteriche di più Uomini illustri Pisani . Tom. 
2. Pisa 1791. dove sene prova l'esistenza contro la 
opinione del Tiraboschi, che mostrò di dubitarne. 
Peraltro in una nota aggiunta alla storia di lui nel 
T. 4- P- 3- lib. 3. cap. 3. 5- 3- si conferma Tesisten* 
za di Agatone con l' autorità del eh. sig. dot. Jacopo 
Morelli , il quale oltre ai sonetti pubblicati dal Pil- 
li, ne ha dato alla luce un'altro dai Codici MSS. del* 
la lib. Nani . p. iSg. Di quel m. Onesto fa elogio an* 
che Dante nel trattato della volgare eloquenza . De- 
gli altri parlasi dal medesimo Tiraboschi , e special- 
mente di Cecco d* Ascoli y come pure dal P. Sarti* 
s; De CLprof. Archyg. Bonon. 

(55) Gentile da Foligno lesse in Perugia, ed ivi 
morì Tanno i348, come si prova dal Tiraboschi 
nella St. della Lett, ItaL Tom. 5. P. i. lib. 2. cap. 
III. J. i4- Ci lasciò una collezione di Consulti me- 
dici, ed un libro intorno alle dosi ed alle propor- 
zioni dei medicamenti. Egli fu uno de' più insigni 
medici del suo iftecolo, e nel i34o insegnò la me^ 
dicina nell'Università di Padova , chiamatovi da li- 
bertino di Carrara. Passò di poi a Perugia, dove 
mori per la peste che afflisse quella città. Tra le 
opere di lui rammentate nella Storia prammatica 
della medicina del Sig. Curzio Sprengel T. 4* ^^^ 
si fa menzione di questa De temporibus partus . 

(56) Testamento di m. Cino de Sinibuldi . Lo tra^ 
scrivo dalla copia che ci ha conservata C Arfaruoli. 



i46 

!n Xpti nomine Amen. Sapientissimus vir do* 
min US Cynus q. ser Francisci domìni Guictoncini 
de Sinibuldis de Pistorio, elegantissimus juris pro- 
fessor, sanus mente et intellectu , licet corpore lan- 
guens, nolens intesta tus decedere, suarum rerum, 
et honorum disposi tìonem per hoc suum nuncupa- 
tivum testa mentum sine scriptis in hunc modum 
tacere procuravit, atque disposuit. In primis qui«- 
dem commendavit animam suam Omnipotenti Deo , 
et fieatae Marise Virgini matri ejus et omnibus san- 
ctis Curi» coelestis. Item sui oorporis sepuliuram 
elegit et esse voluit a pud Ecclesiam majorem civi- 
tatis Pistoni . Item reliquit de honis suis prò ejus 
anima , fratrihus etc. Item de honis suis reliquit et 
legavit Lamharducciae filiae suab prò dotihus suis , et 
se dotanda florenos quingentos de auro , in quibus 
eam sibi haeredem iostituit . Item reliquit dofiijnas 
Margarita uxori su» et fili» quondam domini Lan- 
franchi dotes suas, et zonas, et cincturas suas, et 
omnes pannos ipsius domine Margaritae et ipsius 
domini Cynì,et omnia arnesiaet fornimenta quae ipse 
dominus Cynus habet et lectum, et cameram suam 
fornitam omnibus rebus existentibus in ipsa, exceptis 
librìs ipsius domìni Cyni. Item reliquit jure legati 
dominie Beatrici uxori Arrighi domini Gherii, et 
Lambarduccise filiabus suis unam domum cum mu* 
ro in medio, positam, ut dixit, in Cappella S. Ilarii 
de Pistorio, confinatur ut dixit a trihus partibus 
▼ia, a 4*^ iofrascrìpta domus suprascriptae Margari- 
tae. Item reliquit jure legati d. domin» Margarita 
uxori suae aedificium totum factum per eum, seu 
quod ipse fieri fecit super domo ipsius domin» 
Margarìtse , posila in Cappella S. Mari» Majoris Pi- 
storivnsis confinatur ut dixit a i. via, a a. d. domus 
supra proximè confinatur et relieta dd. dominis Bea» 
trici, etLambarducciae, a 3. via seu classus, et a 4- 
ser Jacopi q. ser Predi de Ughis . Item unum hor- 
tuni positum Pistorii in territorio Port» Guidonis 



i47 

QonfinaUir , ut dixìt, a primo via, et alio latere Puc- 
cini Fortini, a i. ser Johannis magistri Lcntii, a 4* 
domus dominae Màrgaritae^ quam ipsa emit per char* 
tam factam manu ser Soldi ser Omodini , seu ser 
Bonitii notarii. Item reliquit jure legati de bonis 
suis Banchinae ec. Item dominam Johannam uxo- 
rem Schiattae Lanfrancbi et dominam Mantem uxo- 
rem domini Marchi, et dominam Beatricem uxorem 
Arrigi domini Ghorìi filias suas sibi haeredes insti- 
tuit in dotibus suis datis viris earum , seu per yiros 
earum habitis, scilicet quamlibet earum in sua do- 
te. Voluit tamen, et mandavit et disposuit, quod si 
contigerit eas, vel aliquam earum, vel aliquam fi« 
liaruni suarum viduari vel viduas remanere, quod 
d. su» (iliae, quas sic viduari contigerit et qiieelibet 
earum tempore sui viduatus, seu quo vidua esset^ 
irei fuerit, possint et possit reverti, et redire in do- 
qiibus, seu domo infrascripti Francisci hseredis sui 
infrascripti, et in ea, et eis morari toto tempore sui 
viduatus sine contradictione d. Francisci hasredis sui 
infrascripti, et cujuslibet alterius personae. Item 
ipse testator jussit , voluit, et mandavit, quod di- 
ctus Franciscus haeres suus infrascriptus exbriget et 
conservet indemnem, et indemnia Arrigum q. Do- 
mini Gherii, et suos haeredes, et bona a domina 
Fiorina quondam Machaccìi et a qualibet persona , 
et loco de centum quadraginta libris denariorum 
florentinorum parvorum, in quibus idem Arrigus 
obligatus est d. dominae Fiorinae quocumque modo 
sit obligatus per chartam factam manu ser Soldi 
Omodini not. vel alterius notarii . Gum revera idem 
Arrigus ut idem Dominus Gynus praesente d. do- 
mino Arrigo, et ad ejus petitionem confessus fuit, 
se obligaverit d. dominae Fiorioae prò ipso domino 
Cjno, et ad eius preces tantum et de ipsius man- 
dato, et quod ipse dominus Cynus solvere debet 
d. pecuniam CXL. librarum secundum tenorem d. 
Instrumenti , et non ipse Arrigus . Item d. dominus 



i48 

C^nus dixit, asséruit, et coniéssus fuit praesente in* 
frascripto Schiatta Lanfranchi, et Arrigo suprascri- 
pto, et Calci ejus famulo, et ad eorum petitionein 
quod ipse dominus Cynus tenetur dare, et solvere 
d. Schiattae ex causa mutui florenos etc. et dicto Ar- 
rigo ex d. causa florenos vigiliti tres de auro, et d. 
Calci ec. volens et jubens, et mandans eis, et cui- 
libet eorum solvi, ec satisfieri de bonis snis de ipsis 
florenorum auri qtiantitatìbus, et qualibet earum 
per infrascriptum suum haeredero. In omnibus ver6 
bonis suis mobilibus, et immobilibus, juribus et 
actionibus, ubicumque sunt, et poterunt inveniri , 
Franciscum nepotem suum filium quondam Mini 
olim sui fili! ^sibi universalem haeredem idem testa* 
torinstituit. Salvis semper legatis, et relictìs supra* 
scriptis, et per ipsum testatorem supra dispositis 
cam hac conditione quod non possit idem Fran- 
ciflcus hasres praed. bona ec. Si vero d. Franciscum 
quandocumque si ne filiis legitimis et naturalibus 
ipsius mori contigerit, voluit, et mandavit quod 
heereditas sua praed. et bona d. suae basreditatis im- 
niobilia deveniant, et perveniant, et devenire, et 
pervenire debent ad Pierum quondam Masii olim 
ser Francisci , vel eo praemortuo ad filios suos ma- 
sculos dicti Pieri , cum bis conditionibus quod in d. 
casu suprascriptae dominae Jobanna, domina Mante, 
domina Beatrice et Lambarduccia filiae suae habèant ^ 
et habere de d. haereditate et bonis d. suae haeredi- 
tatis florenos centum de auro prò qualibet earum et 
in d. casu voluit, et disposuit, et mandavit quod 
de bonis d. suae hereditatis fiat, et fieri debeat una 
Cappella ec. Et hanc suam ultimam voluntatem esse 
asseruit quam valere voluit jure testamenti, et si 
jure testamenti non valeret vel non valebit , voluit 
eam valere jure codicillorum et jure cujuslibet al* 
terius ultimae voluntatis , quo, et quae melius de jure 
valere, et tenere potest. Cassans, et irritans omne 
aliud testameqtum, codicillos ^ et ukimam volunta* 



i49 

teon j conditum , condìtos ; et conditam nune retro 
ab eo, etiam si in eis, vel aiiquo eorum continean- 
tur aliquae solemnitates , Tei verba derogatoria de 
quibus expressa mentio facienda esset in praesenti te« 
stamento et istud praesens testamentum Toiuit omni* 
bus atiis suis testamentis, et ultimis voluntatibus 
praevalere, et derogatum esse. Actum Pistoni in do- 
mo habitationis d. domini Cyni sita in Cappella S* 
liarii supra relieta domins Beatrici , et Lambarduccias 
suprascriptis.Coram Domino Johanne Carlini de Si- 
nibuldis judice, Arrigo quondam domini Gherii ,ser 
Guillelmo, et ser Guidone fratribus et filiis q.ser Pri« 
mide Sinibuldis, Corrado q. Nenti Corradi, G uccio 
Finuccii Cappellae s. Mariae in turre, ser Jacobo ser 
Fredi, Ciapettino, et Cialdo domini Azolini de U- 
ghis et ser Ghetto serGherii, et aliis pluribtis te- 
stibus Tocatis , et rogatis- ad haec sub anno Domini- 
cae nativitatis millesimo trecentesimo trigesimo sex* 
to Indict. quinta die vigesimo tertio niensìs De* 
cembris . 

Ego Berlingherius q. Arrighetti de Pistorio Impe- 
riali auctoritate judex ordina rìus et Notarius predi- 
ctis actibus interfui et ea rogatus scripsi et pcfolica- 
^i fideliter. 

(57) Contro la verità della data contenuta nell* i- 
scrizibne, il Tìraboschi produce un'osservazione dal 
sig. D. Gaetano Monti fatta sul sonetto del Petrarca 
in morte di Gino, che è il 71 della prima parte, se* 
condo r edizione fiorentina. « Le poesìe del Petrar- 
« ca, dice, sono comunemente disposte colf ordine 
« stesso del tempo con cui le compone , e appena si 
« potrà trovare un sonetto di cui si possa accertare 
« che sia fuor di luogo . Ciò presupposto si osservi;^ 
« che questo sonetto è preceduto e seguito non moU 
« to da lungi da due altri cioè dal Sq e dalPSo , nei 
« quali il Petrarca nomina il^iiv anno del huo amo* 
• re don Laura che è il i34i* Dunque sembra prò- 



i5o 

« babile ohe in quell'anno medesimo fosse compo* 
« sto il sonetto della morte di Gino, e che in quel« 
Tanno questi morisse «• Tirab, St, Lett. T. 5. P, i, 
lib. 2. $. i6. Quest* igneguosa congettura resta di 
niun valore dopo le da me addotte ragioni e confer- 
me. Anzi, (qualunque possa essere la disposizione 
dei sonetti ) che quello per la morte di Gino fos^e 
composto dal Petrarca nel i336 si rende probabw 
lissimo dal^ sapersi che in quell* anno egli tornò di 
Francia in Italia, e che sul principio di febbrajo 
deiranno seguente passò a Roma. Tirai, /. e. T. 5» 
p. 2. lib, 3. j. 26. Gino morì appunto intorno a que- 
sti tempi come in seguito proverò . 

Nella descrizione delF incoronazione del Petrar- 
ca, attribuita a Sennuccio del Bene, dicesi che Gino 
aveva preso a celebrarla co'suoi versi, e ciò vori^eb- 
be dire che nel i34i egli vivesse. Madie quella de- 
scrizione sia apocrifa é ormai fuor di dubbio, come 
si può vedere nel Giornale dei Letterati italiani T. 
8. p, igo. dove si dimostra che ne fu autore un cer« 
to Girolamo Marcatello canonico di Padova che la 
pubblicò per la prima volta nel i549* 

(58) Memorie che F Arfaroli copio da un libro di 
ricordi appartenenti a niess, Gino scritto nelU anno 
1 337, dove pure si conteneva il Chirografo delF al* 
logamento del Cenotqfio , e che io qui trascrivo dal'- 
r autografo deir ArfaLToìì conservato presso del più 
volte citato fu sig. D. Bernardino Vitoni di Pistoia^ 

Nota di spese fatte da Prete Buto curato di 5. Ilari 
nel mortorio di mess. Cino . 

Per libre una di candele . . . . L. — 7. — 

Per due casse per lo corpo di mr. Gino « 5. io. 

A Bartromeo di montra legnaiuolo, a mae- 
stro Michele muratore e compagni per 
la fossa e per muraq^ T avello, che vi 
stettero la notte co' manuali. . . « a. — — 



> 
i5i 

A Benedetto per prestatura di stuoja. « i. — — 
Al cherico di s. Ilari per suonare a mor- 
to « f. — — 

Al banditore e quelli che portarono le 
panche in duomo e legname, e ai fan-* 
ciuUi che tennero il pallio . , . « a. i4« — 
Per sei aste per lo pallio e per un paio di 

guanti ....«— i4- "" 

A quei che nettarono la chiesa , portaro- 
rono la terra fuori cavata dalla sepol- 
tura • ••••' «6. 6, — 

Per un pajo di scarpe a Francesco . « — io. — 
Agii opera] di mess. Santo Jacopo per un 
pallio che stette sulla cassa di mess. Ci* 
no e per un altro pallio che stette pri- 
ma sulla cassa * 7* ^9* "^ 

A Lapo di Salvi per tendetti con Tarme di ' 

mess. Gino « — i6. io 

Per cinque braccia di cupa , del qual pan- 
no si vestiron le donne di Marco , quel- 
la di Piero, e quella di mr. Schiatta « 55. i3. •— 
Per braccia ao di tentilano sanguigno per 

vestire le donne « 29. — — 

Per cimatura di detti panni • . . « 4* ^^*"~ 
Per un fodero di vajo per m. Margherita 

moglie di mess. Gino « i5. io. — 

A Meo speziale per libre 200 onc. 3 di 

cera . ^ . . « 80. 12.— 

A Stuccio speziale per libre 6 candele « 2. 14* --* 
A' Preti per la vigilia settima, e sepol- 
tura • 17. 16.— 

A maestro Beltedesco medico fior. 6. 6. — • 

A maestro Piero medico fior. . 4- *~ i^* 

Allo speziale in due volte .... « 5. g. 6 

A ser Ghieri (Berlinghieri) per rogito del 

Testamento « i5. i5. — 

A ser Jacopo per codicillo . ., . « 6- 6. — 



■/AJ/^^^Jlionaldi infitte delle 

f^^éP ^^y^% Co^^^"^ Padre della Pa- 
Jif/f ^^^e ^l^'^m da monsig. Fabbroni 

y^^ memoria dello inventario cWio 

^^^cho ^ '^^'^^ ^'^^ nepote elio decto ^m^enta^ 
/^f^^lg ser lopo dipieró dìscoìUì a di a8 digen» 

ir o dicreto chiosato in carta di pechora 

Oae P^^^ d^ decretali . chiosati • in carta di pechora 

Due digiesti . vecchi . chiosati . in carta di pechora 

puecbodici* chiosati, in carta di pechora 

pue sexti in carta di pechora . uno chiosato e noa 

laltro 
Una somma di azzo 

Uno specchio in carta di pechora. sono imperfecti 
Uno inforzato chiosato in carta di pechora 
Una lettura di messer cino no legato in carta di 
pechora 

Cd , è , ancora in decto 'nventario tutte suoi pos- 
sessioni . chose ritrovaremo. chase e terre . siccho me 
appare per lo decto'n ventano, e dove anchora quel- 
lo che trovamo che dovea ricevere mr. cino dalla 
compagnia de bardi, e dagli antellesi, ma non v'e la 
quantità perchè io non la potei sapere e per certo 
quanti decti lusserò, et evvi anchora i lasciti che 
mr. cino fecie «« 

Sia che T inventario non s'estendesse più oltre ^ 
5Ìa^ che V Arfaruoli non terminasse di copiarlo , re* 
Sta così in tronco nelle memorie che ci ha lasciato • 



i53 

» 

ALLÒGAGIONE DEI. GENOTAFIO. 

Memoria che mr. Gioi^anni Carlini ed ia Schiatta 
adiamo facto di concordia che 7 malestro Cellino che 
lavora in san Giovanni ritondo che debbi fare o da^ 
re compiuto uno allavello di marmo sanese ed in 
Siena de^ lavorare per la sepoltura di mr. Cino bello 
e magnificho secondo uno disegnamento cK elli me- 
desimo ave dato e aA>iallo appo noi il quale fede il 

malestro da Siena e questi medesimi de^lavO'^ 

rare lo decto marmo coUefighure siemo in concordia 
e de avere Cellino soprascripto per fattura di quello 
allavello in iucto essendo compiuto a tucte sue spese 
e posto alto nel luogo che s'è ordinato ^orini novan^ 
ta d'oro e oltre al decto allavello ci de' dare per rifa- 
re lo lastrico di m^armo ove stae il corpo e di queste 
cose e carta facta per mano di ser Carlino di ser 
Spada a di xi di Febbraio mcggxxxyii . (a) 

A questo medesimo maestro Cellino di Nese fu 
allogata ia fabbrica di S. Giovanni Rotondo di Pi* 
stoia ( così detta dal popolo per la sua figura ottago- 
na ) . Esiste uno strumento neir Archivio pistoiese 
in libro di Contratti dell' Opera di S. Iacopo dal 
II 85. al i343. pag, i245. in cui si legge che a det- 
to Cellino dagli Operai di 5. Jacopo era data ad con- 
struendumy edificandumy complendumetperficendum 
scclesiam et edificium sancti Joannis Buptiste iuxta 
plateam communis pistori etc, anno li^Sg die 22 
Julii, Questa data è posteriore a quella del l'i'i'j. 
indicata nel documento del Cenotafio, Da ciò si ri- 



(a) II Chiarissimo Sig. Cav. Cicognara nella sua recente bellissi- 
ma Opera della >Sfonii iella Scultura VoU 1. Gap. 7. p. 449* ® ^^g* 
adotta la mia opinione che il Cenotafìo di Messer Gino non debba 
credersi d*An<lrea Pisanp. Oltre al sarr|ferito documento ed a varie 
altre opportune riflessioni, agli trae argomento anche dalla diver- 
sità dello stile, inferiore non solo alla maniera di disegnare di An- 
drea ; ma ben anche a quella dei Senesi Agostino ed Agnolo, e so- 
spetta in vece che possa esserne stato Autore Goro ai Gregorio 
Scultore Senese . 

13 



i54 

I 

leva che quell' edifizio nel i33j era in fabbrica, è 
però lo Strumento del iSSg non debbe riferirsi al 
principio deir allogamento, ma è piuttosto una 
nuova obbligazione relativa all' ornato esteriore, 
che si vuole fatto a striscie di marmo bianco e ne- 
ro , come vedesi eseguito ^ e ad altri patti ivi conte- 
nuti. L'uso di ornare in quella guisa le facciate 
esterne delle chiese praticato in que' tempi, allu- 
deva forse alla riconciliazione delle parti Bianca , e 
Nera avvenuta nel tempo , che quelle chiese si fab- 
bricavano; e più particolarmente poteva indicare 
ancora, che Tuna e l'altra parte contribuiva alla 
•pesa. In Pistoia, dove ebbero cuna le dette fazioni , 
si vedono varie chiese esternamente orn<ite così. Il 
detto maestro Cellino è chiamato nel citato Stru- 
mento del 1339. magister lapidum; ed in altro do- 
cumento dello stesso anno dei 3 dicembre (loc. cit. ) 
Ma^ister Opere et laborerii Ecclesie «S. Joannis Ba» 
ptistede Pistorio etc. Sembra dunque che fosse un 
Impresario, o come suol dirsi Capo maestro di fab- 
briche, che eseguiva, o faceva eseguire i disegni 
degli architetti ec. 11 frasari scrive nella vita à^An^ 
drea Pisano che S. Giovanni Rotondo in Pistoia fu 
fondato nel i337 ^ disegno à^ Andrea. Dal ripor- 
tato documento non ricaviamo che Andrea ne fosse 
architetto. L'autore della vita à^ Andrea inserita 
nei Tom. 2. delie Memorie di più Uomini illustri pi^ 
sani{pag, 267. nota) riprendendo d'errore il /^a- 
sari^ afferma che quella fabrica fu incominciata nel 
i3oo, e ne cita in prova un libro dell'Opera di S. 
Jacopo. Per quante diligenze abbia usato, non 
m' è riuscito di trovare questo documento . Biso- 
gnerebbe supporre in tal caso , che quell' edifizio 
incominciato 'fin dal i3oo rimanesse in fabbrica 
per 39 anni; cosa che parmi strana. In quanto poi 
all'asserzione del Vasari^ che fosise fatto col dise- 
gno à* Andrea Pisano, sebbene non sia confermata 
da verun documento , nemmeno è contradetta ; on» 



i55 

de non c'è ragione di negargli fede finché non si 
trovino motivi sufficienti a metterla in dubbio. 
Anzi V osservarsi in più luoghi di quella fabbrica il 
vaso di fiori che era V emblema di Andrea^ può 
dai* bastante motivo di credere che il Vasari non 
abbia errato • 

Non così poi la penserei in proposito delP Auto- 
re del Cenotafio dal medesimo Vasari attribaito ad 
Andrea, Dal riferito monumento sembra indicato 
un'artista sanese. Dico sembra, perchè a tempo àA* 
VArfaroli il nome dell'artista che lo disegnò non 
vi si leggeva più, per esser consunte le lettere. Ma 
quel soggiungersi di Siena, e la condizione che 
dovesse esser lavorato in Siena, ne avvalorano for- 
temente il sospetto . In tal caso potrebbero esserne 
stati autori Agostino ed Agnolo da Siena scolari di 
Giovanni pisano, celebri scultori ed architetti di 
quell'età, e che per Giovanni aveano fatti altri la* 
vori in Pistoia (a). 

Ma sia quell'opera d!' Andrea o di qual si voglia 
altro artista di quei tempi, ella è sicuramente della 
scuola pisana, e molto pregiabile tra i lavori di quel 
tempo . Il rame che ne presento mi dispensa dal far« 
ne la descrizione, vedendovisi più di quello, che in» 
dicar potessi colle parole. L'artefice avrà certamen- 
te inteso di rappVesentare,fragli scolari ascoltami, 
quei che più si distinsero . Ma non hanno caratteri- 
stiche tali da farci strada con sicurezza a riconoscer- 
ne alcuno; forse nell'età fanciullesca del tei^o, che 
a destra di Gino sta presso alla colonna, ci viene in- 
dicato il celebre Bartolo y che d'anni i4 cominciò 
ad ascoltarlo; gli altri con volume in mano tenendo- 
lo, chi avvolto e chi spiegato, significheranno per- 
sone allor conosciute pe' loro scritti : Del Petrarca e 

(i) V. 'Nola a peig. i53, « Notizie inedite delia Sagrestia Pi- 
stoiese de' beili Arredi ec. Pina 1810. pag. 48. e Osseru azioni sopra 
l'opera del Sig. Allessandro da Morrona ec. Fisa 1812. 



i56 

del Boccaccio non vi ritrovo indisio veruno . E chi 
mai ci viene indicato nella figura muliebre in atto 
d' ascoltare attentamente a sinistra di Cina ? Sarebbe 
forse madonna Selvaggia , sempre presente al pen- 
siero di Cirio anche in mezzo alle sue cattedratiche 
occupazioni? Si vollero forse indicare le glorie di 
lui nella giurisprudenza, rappresentandolo coi suoi 
più famosi scolari in atto di ammaestrarli, e la sua 
fama nella Poesia, simboleggiata in Selvaggia che 
fu runico soggetto delle sue rime? A quanti hanno 
parlato di questo Genotafio prima di me è sfuggita 
l'osservazione presente , ed hanno confuso nel nu- 
mero delli scolari quella muliebre fìgnra. A. me 
sembra che da ciò risaltino molto più T intelligenza 
dell'artista e T oggetto del Genotafiio. 

(59) Si è questionato intorno all'anno della mor- 
te di messer Cina , ed al Luogo dove accadesse . Il 
Tiraboschi fa un lungo discorso , come ho mostrato ^ 
per provare che morì nel i34[ • Peraltro non rima* 
ne alcuna difficoltà dopo il riferito documento del 
Genotafio, dal quale si vede, che nel iS^^ agli un* 
dici di Febbrajo era già morto. A ciò s'aggiungono 
i riportati monumenti delle spese ec. fatte per la 
malattia, funerale, ed inumazione ec. Sebbene Fi- 
scrizione sottoposta al Genotafio possa credersi mol- 
to posteriore alla morte di Cino^ ed all'erezione del 
Genotafio, con tutto ciò è meritevole di fede nella 
data che segna dell'anno della morte cioè nel i336; 
giacché deve supporsi che quando vi fu posta non 
sarà stato segnato quell'anno senza fondamento. Ed 
in vero se il Genotafio fu commesso all' artefice agli 
II di Febbrajo del i337 , e se nel medesimo anno 
furono fatti i conti delle spese, e l'inventario delle 
rob^, crediti ec. di messer Ciao: si rende molto pro- 
babile che morisse agli ultimi del i336. Questa con- 
gettura prende più forza dalla data del testamento 
ohe è dei 23 di Dicembre del i336, cioè, poco più 



d' un^ mese prima che si allogasse il CenotaBo a 
Maestro Cellino. In quanto poi al luogo della morte, 
e sepoltura, dai medesimi documenti è certo, che 
sieno da fissarsi in Pistoia. Ma che realmente fos- 
se sepolto in quella chiesa cattedrale, conre ordinò 
nel testamento, lo conferma il testamento di madon- 
na 5da^r/c^ sua figliuola, esistente nell'archivio della 
Comunità di Pistoia in un libro intitolato Registrum 
opere s» Zenonis a p. 38 e 39. fatto ai 21. d^ aprile 
del 1 389. per rogito di ser Filippo di ser Currado , 
ove : nobilis domina domina biatrice filia quon^ 
dam bone memorie egregi legum doctoris domini 
cini olim ser francisci domini guittoncini de sini^ 

buldis de civitate pistori uxor olim philippi etc 

sepolturam, elegit apud ecclesiam majorem s. ze^ 
nonis de pistorio juxta pedem aitar is situati in. d, 
ecclesia et relieti per dominum bartholomeum de 
sinibuldis de pistorio olim episcopum fulignensem, 
in sepulchro seu tumulo in quo sepulti fuerunt do^ 
minus cinus quondam pater et domina margharita 
quondam mater ejusdem domine testatricis etc. 
Scrive XArfaroli che nel 1624, (come apparisce an- 
cora dal registrello dell' Opera di S. Jacopo del det- 
to anno nell'archivio di Pistoia) nel fare le fonda- 
menta deir altare della madonna detta di Piazza 
voltata in Duomo, e dove restava l'altare eretto dal 
Vescovo Sinibuldi,si trovarono le ossa di mes. Cino 
che furono trasportate sotto del Cenótafìo con que- 
sta iscrizione, che vi si legge tuttora poco sopra dal 
pavimento. 

OSSA DOMINI GINi; 

AD CENOTAPHLVM SVVM RECOLLBGTA 

A. D. 1624. 



i5d 



(60) GENEALOGIA 

DI MESSER GINO 



ì 



r 



SIGISBULOO CONSOLE 



LOAXHZO 

I 

iia6 

I 

SlOISBULDO 

1160 

GviTTOHciiro {a\ 

r + 1 : s 

GviDAiosTB SsaFKAMcssco Bartolomeo (^) Tsoaimo(c) 

i»70 I 

+ ^ 



M11T0 

I 

Filippo 
1339 



t \ 

Ssn Cimo Lippo 

I 

GlOTAHiri 



Lapo Monb 

i3oi I 

I I 

Baldino l'Ostb 
i375 



MEss.cmo 

Mino 
i3a5 

I 

FHAUCBSCO 

i336 

I 
Tommaso 

t373 , 

I- 
Cnro 

I 

Fbavcbsco 



Tommaso 

I 

FlBRO 

i336 



J 



Feamcbsco 

i 

Cu a raso 



Jacopo 
i335 



(a) Console dèi Soldati nel lastf. 
^b) VescoTO di Pistoia e poi di Foligno . 
(e) Cap. del popolo in Bologna 1248. 



CONSIDERAZIONI 



INTORNO ALLA. 



CAVALLERIA AMOROSA 



EROICA E POETICA 



È 



opinione eli molti, che la eomunetn^nte detta 
Caifalleria Amorosa y la quale nei secoli di mezzo 
levò tanto strepito in Francia ed in Italia , debba la 
sua origine ai popoli settentrionali venuti in quel 
tempo nelle sopra indicate contrade; perciò franca- 
mente ripete un recente autore, che i Germani e gli 
Scandinavi antichi fino dai secoli più remoti ebbe* 
roi soli quello spirito di generosità, che rendeva al- 
tre volte le donne arbitre della gloria degli uomini , 
che facea dei loro favori l'oggetto ed il premio del- 
le azioni virtuose e coraggiose, che riuniva alla pre- 
mura di servirle, di difenderle e di piacere ad esse, 
Tidea del più dolce e del più nobile di tutti i dove- 
ri , e che fa sì che si hanno fra di noi per esse an- 
che in oggi de' riguardi ignorati in tutte le parti del- 
la Terra . Queste espressioni son veramente così ge- 
nerali , che sembrano i soli Germani e Scandinavi 
essere stati i maestri dei Francesi e degli Italiani , 
dell'altre nazioni, d'ogni gentilezza, d'ogni creanza 
d'ogni buona grazia adoperata verso le donne; pre- 
gj chei Francesi, e gli Italiani credono di possedere 
per indole naturale a preferenza di qualsivoglia al- 
tro popolo del Settentrione . A questo proposito 
stimo opportuno di riferir quanto mi scrisse un ce- 
lebre letterato, ilsig.Gìan*Francesco Galeani Napio- 
ne, all'occasione d'essersi pubblicato il Libro che ha 
per titolo: Saggio storico su gli Scaldi dei Sig. Gra^» 
berg d" Hemsb Pisa 1811. i^^Ciò che questo Scrittore 
dice in ordine alla Cavalleria amorosa, principal- 
mente alle pagine SS-go , non è nuovo . Ecco quan- 
to ho scritto su tèXe argomento in certe mie me- 



162 

morìe inedite f moltissimi anni sono, mentre prepa* 
rava materiali per un Opera mia in forma di lette** 
re intorno alla Scienza politica ed economica di 
Giovanni Boterò; lettere che dovetti poi trastorma- 
re in elogio con note, stampato tra i Piemontesi 
, Illustri y per adattarmi all'idee degli altri scrittori 
di quella raccolta, nel qua! modo restarono inelie- 
tro gran parte di essi materiali . 

Queste sono le precise parole mie, scritte oramai 
quarant' anni fa : Si vuol far derivare troppo più di 
quello che ragion Doglia degli instituti moderni dai 
costumi de^ Barbari Settentrionali . Ne sia un esempio 
il dirsi da Mallety Pelloutiery Montesquieu y ed al* 
tri zelanti Illustratori delle antichità Celtiche ( vi ag» 
giugnerò ora il Sig. Graòerg ) , che la gentilezza mo- 
derna col bel sesso deriva da* costumi de* Settentrio* 
naliy quando di questa gentilezza ne adduce ragioni 
Plutarco ; ed e cosi antica che appunto , non so se a 
ragione od a torto y ne fissa questo Storico F origine 
attempi del fondatore di Romxi* La galanteria colle 
donne e un tributo y che P Europeo y di natura sUa 
generoso e magnanimo y ha pagato in ogni tempo al'* 
la debolezza, ed alla beltà. In due luoghi Plutarco 
( in Romolo ) tocca di questa cosa, come forse avrà 
già avvertito. Nel primo, dove ragiona della pace fat- 
ta da Romani co' Sabini , e del Trattato tra di essi , 
in cui asserisce , che eravi un articolo in favx)r delle 
donne, e che non fossero tenute in conto di ser- 
ve da' mariti . Più decisivo è il secondo passo , e si 
legge in quel luogo dove Plutarco parla delle Tribù 
di Roma. Dice egli che molte cose furono stabilite 
ad onor delle donne, come di dover loro cedere il 
passo incontrandole per istrada , di doverle rispet- 
tare in ogni occasione, né dire y né fare cosa veruna 
indecente al cospetto loro , con altre particolarità e 
distinzioni notabili , come di non poter esser cita- 
te avanti a' Tribunali Criminali, e di portar esse ed 



i63 

i figli abiti , e segni di distinzione. Che se ne^ popoli 
antichi dell'Italia erano rispettatele donne perla 
gentilezza loro^ pare che i più rozzi Settentrionali 
le tenessero in concetto di profetesse, per non dir 
maliarde ; al dire di Tacito, contribuendovi probabil- 
mente le infermità , a cui vanno talvolta soggette ^ / 
che in altri tempi e luoghi le fecer giudicare dal po- 
polo ossesse. Dice il Sig. Graberg , che le leggi della 
Cavalleria y nate in Francia sotto il regno di Carlo 
Magno , non si perfezionarono se non dopo che i po- 
poli, i costumi, e soprattutto le poesie del Setten- 
trione furono più conosciute in Europa; e che ciò 
accadde verso il secolo delle Crociate . Ma, dico io , 
la Poesìa Cavalleresca si divide in Eroica , ed Amo- 
rosa . Ora la galanterìa colle donne è antichissima in 
tutta Europa, sebben in diversi tempi, e presso dl- 
Tersi popoli abbia preso diverse forme; ed il cele- 
brare con canti le prodezze degli antenati , era cosa 
così antica, che di tal uso , ed anche nelle mense, 
non meno presso gli amichi Italiani che presso i 
Celti, ne fa parola Catone il vecchio presso Cicero- 
ne ( TuscuL lib. IV, /i. a. ). Erano adunque sparsi, 
a dir così , già da gran tempo in tutta Europa gli e* 
lementi, chedoveano formare ( per istringerci ali* ar- 
gomento ) la Cavallerìa e la poesìa cavalleresca amo- 
rosa, che tale io chiamo la Petrarchesca. Sursero 
poco a poco colle giostre , colle corti d' amore e con 
una lingua più perfetta, qual fu T Italiana, sotto il 
Cielo d* Italia , ed ebbero la perfezione loro per ope- 
ra del suo MesserCino, e finalmente delP immortale 
Petrarca . Non fu già il primo il Petrarca a scoprir 
la forma di quel suo nobile amore, ignota a' Greci ed 
a* Latini, diceva Francesco Maria Zanotti {^Artepoe» 
tica rag, V, ). Gli fu mostrata da Cirio , da Guittone , 
da Dante, e forse tutti la ricevettero da' Provenzali . 
Le circostanze de' tempi, gli avvenimenti, il corso 
delle nazioni , come dicea il sommo Filosofo Vico, 
producono gli elementi degli istituti e delle opere 



\ 



\ 



i64 

d'ingegno le più grandiose. E proprio soltanto degli 
uomini sommi il sapersene prevalere ; così fece- 
ro il Petrarca e l'Ariosto, il primo nella Poesia 
Cavalleresca amorosa , il secondo nella Poesia Caval- 
leresca eroica; ed è cosa di poco pregio l'aver loro 
somministrato i primi rimoti elementi , né gran lo- 
de il rintracciarli sparsi, come si trovano , presso le 
ri mote contrade, e le antiche nazioni . Del resto inu- 
tili a me sembrano gli sforzi, che fa il Sig. Grabrog 
per difendere i suoi antichi Scandinavi dalla taccia 
di barbari. Costumi consimili ai loro si trovano tra i 
Selvaggi dell'America. L'ode di Ragnar Lodbrog^ 
dettata mentre stava morendo in una fossa ripiena di 
serpenti, o è una orribile finzione, od un ancora 
più orribil fatto ; poesia Petrarchesca non mai . 

L'Amore Petrarchesco compare bensì in un anti- 
chissimo Romanzo pubblicato dal Muratori, e di cui 
ho fatto uso nel mio £logio de' Cronisti Piemon- 
tesi. Suppongo , che sarà agevole a lei, Sig. Ab. 
stimatissimo , il dare un occhiata all' anzidetta Opera 
de' Piemontesi Illustri. Ivi, a pag. 164. e seg. del- 
l'Elogio de'Cronisti Piemontesi, troverà un estratto di 
un Romanzo Cavalleresco inserito nella Cronaca 
della Novalesa . Il pregio dell'antichità, superiore 
notabilmente a quella degli altri Romanzi Cavalle- 
reschi, ed il materiale di esso, fondato sulla storia di 
Attila, mentre tutti gli altri Romanzi di tal genere 
hanno per fondamento la vita di Carlo Magno attri- 
buita all'arcivescovo Turpino, e la Cronica di Ar- 
turo Re d'Inghilterra secondo che os^rvò pure re- 
centemente il Giiiguené ( Histoire litt. d' Italie T. 
/A^. p, i35), non sono le sole particolarità da notarsi 
in quell'antichissimo Romanzo. In esso io -ho cre- 
duto inoltre di poter dire di aver trovata l' origine 
di quella maniera affatto nuova di trattar la Poesia 
Amorosa , che si vede in Messer Cino, e che ammi- 
riamo nel Petrarca ( v. pag. 176 ) . Di questo Ro- 
manzo inserito nella Cronaca della Novalesa ne ho 
parlato di bel nuovo nell'Estratto della Prussia Let- 



i65 

terata del nostro Ab. Denina , in proposito del Pro- 
fessore in^Halla Federica Cristoforo Fischer ( il cui 
articolo sta a pag. 47* del tom, IL P russe Litterai- 
re ) . Non so se Ella abbia il mòdo di vedere la Biblio- 
teca oltramontana [Novembre 1790) dove, ( a pag, 
142. e seg, ) si ragiona del Fischer , e del Poema the 
ei pubblicò intitolato: De primuAttiloe expeditìone in 
Galliam, et de rebus gestis Valtarii equitum princi» 
pis. Ad ogni modo le dirò ciò, che può in qualche 
parte eccitar la sua curiosità , ed è che io congettu« 
ro, che l' originale di quel Poema sia venuto d'Italia 
in Baviera ne* primi tempi del dominio de' Principi 
Estensi in quella contrada ; e che , sebbene il sig. 
Fischer ne fissi l' Epoca al secolo VI , io però , per 
diversi motivi da me allegati, noi posso credere an- 
teriore al Secolo IX. Comunque siasi , un Romanzo 
di patria Italiano , di Cavalleria amorosa , dettato 
neir8oo,a me pare una singolarità letteraria degna 
di patticolar considerazione (iV = 

(1) Stimo di far cosa grata ai leggitori di riprodurre l'estratto 
elegante fatto dal sig. Napioue del Romanzo della Cron. della 
J^ovalesa; ed inserito neW Articolo dei Cronisti Piemontesi nel» 
VOpera dei Piemontesi lUastri T. IV. pag. i65. 1 orino 1784. 

Figlio era Gaahario di on Re dell' Aquitania, cbe Àlferio chia- 
raavasi \ altro Re teneva la Borgogna Cririco appellato , che una fi- 
glia bella oltremodo aTea , ed avvenente per nome Ildegonda. Que- 
sti regnanti si erano con giuramento vicendevole obbligati a strin- 
gere in maritaggio, quando all'età conveniente fossero pervenuti, i 
sopraccennati Principi tuttora fanciulli. Ma innanzi cbe un tal tempo 
giungesse, soggiogati i Regni di Aquitania, e Borgogna da Atti- 
]a(*), ne li menò seco quel vittorioso conquistatore per ostaggi della 
fede de'vinti Monaxchi^con infinite ricchezze ricevute in tributo, e 
con Aganone giovane di nobile schiatta avuto in ostaggio da Gibi- 
co Re di Francia, in que' tempi dalle armi degli Unni ugualmente 
debellato . 

Attila dal nostro Cronista non vien già descritto, quale di fatti e- 
gliera,un capo feroce di Tartari vagabondi e depredatori, cbe sfor- 
male case di legno per reggia abitasse , e per corte avesse quel bar- 
barico seguito (**), che ci attesta la storia sincera, ma qua! Princi- 
pe valoroso bensì e conquistatore, ma splendido, umano, e sta 

(*) Chronic. Isfoval. cap. 8. e 9. col. 705. R, T. Tom. IL P. il. 
(*"; y. Murat. jinnaU aWannP 446. 



i66 

In aggiunta a quanto accenna il Sig. Napione in<* 
torno alia gentilezza ed alla galanteria verso le don* 

per dire galante, qaali in ana parola erano probabilmente, in Italia 
ia ispecie, i Principi del secolo, in cui egli scrirea, e colla cortei 
colle occupazioni, coi coftumif che/è da credere fossero in uso in 
queste contrade a'tempi dell'autor del Romanzo. Attila adunque 
gitosene alla sua reggia in Fannonia cogli ostaggi , con grande sol- 
lecitudine ed amore fa nutrire» ed allerare sotto i suoi occhj quai 
propr) figlinoli Gualtario, ed Aganone*, commette alla Aegina sua 
sposa la cura della educazione della Principessa Ildegonda. I giora- 
ni ostaggi frattanto, di cui cosi fatto pensiero Attila si prendea (*>, 
instrutti appieno di tutte le arti caTalLeresche , crescendo nella età 
maggiori cognizioni^ e maggior Talore venivano ogni giorno acqui- 
stando. Già vincevano tutti gli Unni in robustezza, e superavan 
d* ingegno (facile vanto per altro) i letterati di quella nazione; co- 
aicchò Attila gli fa i primi delle sue armate; e non immeri tamen te; 
perciocché sempre uscivano vittoriosi dalle pugne. I»a regal don- 
zkIU Ildegondat cattivatosi dal suo canto Vaffetto della Regina colla 
disinvoltura, colia nobiltà del tratto, e col prudente suo contegno, 
riene ali* ultimo dicliiarata quasi Dama di palazzo della Regina me- 
desima, e tesoriera d'entrambi i Sovrani. 

In questo mezzo manca di vita Gibico Re de' Franchi ; gli sacce* 
de Gondario figliuolo di lui^ che rompe i patti colla Fannonia, e 
nega ad Attila il consueto tributo. Aganone ostaggio del morto Re, 
intesa tal novella, tosto sen fugge di nascosto. Dolenti per la costui 
dipartita oltremodo i Regnanti Unni , temendo non il simile di 
Gualtario succedesse, cercan modo di assicurarsene col fargli strin- 
gere parentado con qualche principale e ricca donzella figlia di al- 
cuno de'magnati della Fannonia. Trova cx)n bel garbo maniera Gual- 
tario di schermirsene, promette fedeltà e lascia il Re di buon ani- 
mo. Rotta avendo quindi poco appresso la guerra non so qual po- 
polo contro degli Unni, Gualtario condottier deiresercito dichiara- 
to che contro il nimico s'invia, in giornata campale lo sbaraglia, 
e facendo l'ufficio di Capitane non meno che di prode soldato, a fu« 
ga vergognosa costringe l'oste nemica sconfitta. £ntrato poscia nel- 
la Capitale spirante vittoria alla testa de'suoi, accorrono tosto i Cor- 
tigiani tutti attorno al sup destriero per a)utarloa smontar di sella, 
come a grande onore solevasi allora costumare. Ma Gualtario, sbri« 
gatosi dalle accoglienze, e congratulazioni loro, si avvia alla reggia, 
e trovata sulla soglia Ildegonda soletta, chiede tutto ansante ristoro 
alla sete che il molestava, ed ella pregiato nappo colmo di vino tan- 
tosto gli p«>rge. 

Allora Qualtario, ben ricordevole degli sponsali contratti, pren- 
dendo la coppa dalla mano della Principessa soavemente gliela strin- 
ge . Lungo sarebbe il descrivere le dolci parole che tra loro passa- 
rono, la mutua fede rinnovata, e l'ordine preso per avviarsi alle par- 
ti di Ponente, cose tutte al minuto dal Monaco nostro divinato. 
Giusta il concerto inviu Gualtario a splendido convito i Regnanti^ 

O Murat. jitttiq, ItaU tom. Uh col» 965. e s<^. 



ne usata dagli antichi Latini farò anche le seguenti 
osservazioni . Tra i patti fissati dai Sabini neli' accor- 

i Capitani, ed i Magnati della Fannonia , conTito che insino alla 
notte si protrae, e la cui pompa, poeticamente descritta, un saggio ci 
somministra della magniHcenza non gii di Attila, e di Gualtario, 
ma de'Pincipi bensì contemporanei del nostro* autore . Ma già se^ 
polli erano altamente nel sonno i conritati; chiama allora a so l'a- 
mata Udegonda lo scaltrito Guai tarlo, e tratto dalle stalle il miglior 
de' cavalli, cui egli medesimo il nome di lione imposto avea, gli 
sospende all'arcione due scrigni ricchi d'involati tesori , ne àk il 
freno in governo alla Donzella, e armatosi di tutto punto, colla sci- 
mitarra al fianco, impugnando un'asta colla destra e lo scudo colla 
sinistra, si accinge al lungo TÌaggio. 

Noi la^cierem seguire il cammin .loro agli innamorati sposi , e 
lascierem per breve ora tra l'orror delle selve la timida Udegonda, 
che ad ogni liere sussurro, ad ogni muover di foglia sbigottita sa^ 
rebbesi, se il prode Gualtario non V avesse assicurata, e faremo ri- 
torno alla corte del Re degli Unni . Credevasi Attila, che il suo fa- 
vorito ancor riposasse, qualora Ospirinda (che tale si è il nome che 
porta in questo Romanzo la Regina sua consorte) si avvede che 
mancava pure Udegonda, né ritrovau erasi a porgere gli abbiglia- 
menti , qual era 1' ufficio di lei . Quai fossero le smanie di entrambi 
i Regnanti è facile l'immaginarlo, tanto pia dolenti del fatto, quan- 
Co erano ad essi più cari i tuggittvi. Promette Attila larghissimo gui- 
derdone a chi gli conducesse Gualtario in catene, ma niuno de* 
Grandi si ritrova di tanto valore fornito, e di cuore cosi fermo e st« 
curo che ardisca di cimentarsi con Gualtario . 

Di caccia, e di pescagione viveano intanto gli innamorati erran- 
ti per le foreste. Dopo quaranta giorni di faticoso cammino giun- 
gono a Varmazia sul Reno, ove il Re de' Franchi Gondario teneva 
allora la su^ corte. Quivi al nocchiero, ehe trasportati gli avea di 
U dal fiume, avendo dato per nolo Mrte della pesca fatta ne* giorni 
addietro, e di una specie dì pesci, che non menavano i fiumi di 
Francia , vengono questi a sorte sulla mensa del Ile, che manda per 
lo nocchiero alfine d' intendere donde tratti gli avesse. Narra allora 
questi averli ricevuti da un ignoto e prode Cavaliero di tutte armi 
coperto, accennando, che una donzella di straordinaria bellezza il 
seguiva, la quale un destrier guidava carico di due forzieri « che 
mandavano nel camminare un suono a quello conforme di oro, e 
di gemme che insieme si dibattessero . 

Aganone già ostaggio parimente di Attila, che assiso trovavasi per 
avventura alla mensa del Re, riconosce tantosto pieno di gioja a 
questi contrassegni l'amico Gualtario,, che scampato pur era final- 
mente dalla corte del Monarca degli Unni. Ma Gondario Principe 
superbo, presupponendo che la sorte per favorirlo avesse fatto di 
bel nuovo capitar nel suo regno que' tesori che Gibico suo genitore 
era stato costretto di mandare in tributo ad Attila, fa armare parec- 
chi de' più vaiolosi suoi guerrieri fra' quali Aganone medesimo per 
rnpire a Gualtario le ricchezze, che seco recava; tuttoché da una 
fi fatta impresa Aganone ( ricordevole dell' antica amistà con Guai** 



i68 

do co^Romani uno fu nmlieres {sabinas ) viro roma^ 
no neque molere debere ncque coquere . La ragione di 

Utìo ) ussai ne lo sconfortasse . Ma questo magnanimo campione y 
che dal giorno , in cai lasciato area la Paivaonia in altra guisa non 
ayea cbiusi gli occhi al sonno fuorché appoggiato allo scudo, giun- 
to nel mezzo di un^ ampia foresta, dove un'assai agiata grotta in seno 
ad una rupe si aprirà, deposte una Tolta al fine le armi, credendosi 
in luogo sicuro a riposare si adagia, lasciando quasi di guardia II- 
degonda . Scoperte e notate le orme nella polvere, Gondario si ap- 
prossimava intanto . Aganone studiasi di bel nuo?o di distogliere 
il suo Sorrano dalla mal consigliata impresa \ la bra? ura, e le TÌlto- 
rie di Gualtario largimiente magnificando, sebbene indarno. Ilde- 
gonda scopre allora dall'alto della rupe accostarsi gente armata, de- 
sta lo sposo, che immantinente si reste la lorica , e muoyesi chiuso 
neir armi contro Gondario . 

'Alquanto avean dessi camminato, quando vedendo già pi& Ticine 
lampeggiare l'arma nemiche, l'atterrita Ildegond'a *.. gli Unni, disse 
abbiamor a fronte *, e cadendo a terra; oh dolce signor mio, escla- 
ma, deh! toglimi la vita, e poiché non mi è dato di poterti strin- 
gere al seno qual mio s^oso che sei, nessun altro ri sia, che di tal 
cosa yantar si possa giammai. Parole, che, congiunte a quanto al- 
trove il Cronista medesimo ci accenna , vale a dire che in tutto il 
tempo della fuga, non altrimenti fuorché come onesta fadciulla^ eoa 
rara moderazione, trattasse l'innamorato Gualtario 1* Principessa 
Ildegonda, dimostrano appieno il contegno qual fosse, e qual fosse 
l' onestà delle massime della perfetta cavalleria , daccbè improba- 
bili non sembravano si fatti racconti . La conforta allora Gualtario 
a sgombrare il timore « non essere altrimenti guerrieri Unni , ma 
Francesi millantatori (*),gente della contrada quelli, che avevano a 
fronte . Succedono quindi due zuffe, in cui il valente Gualtario, ben- 
ché senza soccorso veruno, sbaraglia (come aspettar ben si dovea da 
un tale campione) il Re de'Franchi co' suoi seguaci, tutti gli sten- 
de a terra, eccettuato il Re medesimo, e l'amico Aganone, che fe- 
dele ad un tempo al Sovrano, ed a Gualtario, combattuto avea ac-. 
canto al aiio Signore, sempre persuadendogli di non voler recare 
molestia all'eroe dell' Arquitania, contro cui, qual si é il dover di 
buon suddito, le armi avea dovuto impugnare . 

Sebbene tra' pericoli di questi combattimeati si abbandoni dal 
nostro Romanzière il suoeroe , e perita sia quella parte della Cro- 
naca Novaliciese, che le altre imprese di lui ci narrava, ben possia- 
mo però comprendere da quanto ce ne rimane , che colla tenera, » 
virtuosa Ildegonda il prode Gualtario, scampati dalle insidie de'no- 
mici , godessero in pace lungamente de' loro onesti amori , poiché 
la prole che ne venne ci rammenta in appresso il buon Cronista . 
Ma per far compire a Gualtario la pii!i luminosa carriera che allora 
correre si potesse , Monaco dovea egli terminare i suoi giorni. Pre- 
sa pertanto,, dopo essere stato lungamente in sulle armi, la determi- 
nazione di rendersi religioso in alcuna badla'famosa in isconto dei 

O Tranci nebulones Chron. I^ov. Jntiq.medii atvi l.llh p-91^- 



169 

questa condizione non poteva esser fondata in altro 
principio che nella premura di sottrarre le donne 

falli suoi commessi; e dopo «Tere provato con ano stratagemma sin- 
golarissimo qual fosse l'esattezza , e Tesemplarità , con cui i doveri 
della regola si adempiessero nel monastero della Novalesa (*), spo- 
gliata la corazza, e le armi deposte, ivi vesti le sacre rozze lane, e 
la cura pacifica degli orti, che di troppo illustre lavoratore poteva- 
. no allora vantarsi, a lui venne commessa. 

Vero è però, che né di essere stato guerriero egli si scordò giam* 
mai, né il Cronista nostro, monaco privo del tutto di hravura, lo 
avrebbe forse voluto. Di fatto, assaliti gli uomini della badia della 
Movalesa(**) da' famigliari di non so qnal Monarca, mentre che i vi- 
Teri in grande abbondanza conducevano al n^onastero, è spedito dal- 
l'Abate, qual pia prudente persona per riaverli, il non più campio- 
ne, ma bensì monaco Gualtario . Questi chiede consiglio come di- 
portar si dovesse qualora , in vece di restituire le mal tolte vetto- 
Taglie, delta tonaca spogliare il volessero qu e' masnadieri . L'Abate, 
come santo uomo ch'egli era, replicoUi, che non solo la tonaca, 
ma la sottoveste medesima ceder loro dovesse , qualora a tal segno 
spingessero gli insulti; e dopo diverse interrogazioni essendo giun- 
to Gualtario a ricercar l' Abate , come governar si dovesse qualora 
i rapitori , non contenti di averlo spogliato delle vesti , intendessero 
ridurlo all' ultima più vergognosa nuditi : bastiti la prima umilia- 
zione, rispose lo Abate, poiché ci sembra già assai grande (**"}. 

Allora , provati diversi cavalli, per avviarsi ad eseguire quanto il 
superior suo imposto gli avea, e costretto a ricusarli tutti a cagion 
dei loro difetti; e chiesta novella di un cavallo ch'egli medesimo al 
monastero area condotto quando erasi reso monaco, se ancora vi- 
vesse, benché vecchio già fosse, e destinato a portar la soma, sei fa 
condurre avanti. Dalle parole piene di brio, con cui, dopo averlo 
riconosciuto, lo encomia Gualtario, ben si comprende qual società 
corresse tra i cavalli, ed i guerrieri di que' tempi , qual cura di es- 
si i Cavalieri più rinomati si prendessero . Questi questi, esclama 
Gualtario, della disciplina mia serba ancora gran parte, e della ge- 
nerosità, che procurai d'infondergli quando ne* miei anni migliori 
l'addestrai; e su questo salito in sella, presa la benedizione del- 
l'Abate, ne viene ad incontrare i predatori. 

Quanto da quelli temea per l'appunto succede . Ben lungi di ar- 
rendersi alle insinuazioni di lui, dopo averlo villanamente oltraggia- 
to, s? accingono a spogliarlo delle vesti, il che il prode monaco, seb* 
bene suo malgrado , per obbedienza allo Abitte andava sostenendo . 
Ma quando si furono accinti qne'mal consigliati rapitori a spogliar- 
lo del tutto vergognosamente, loro protestò non aver ricevuto un tal 
ordine di cedere eaiandio le ultime spoglie. Quegli replicavano ri- 
dendo: non pigliarsi essi verun fastidio degli ordini de' religiosi. 

(•*) Chronic. JNowaUc, lib. II. cap. 10. e 1 1. 
(***) De femoralibus libi aUud non praccipiam. 



13 



Sabine al perìcolo di essere impiegate in opere che 
non fossero di ior convenienza; infatti sappiamo da 

Gualtario ali* incontro asseter«Ta, che sofferto giammai non arreb* 
ba un disdoro così segnalato; ed arendo i masnadieri incominciato^ 
ad usargli riolensa per ìspogUarlo de' panni di gamba, tratta il non 
più monaco, ma guerriero Gualtario la staffa dalla sella, diede con 
essa cotal percossa ad uno di coloro, che 1* attorniarano , che cadde 
a terra semiviTO , e colle armi di questo, e colla spalla di un vitel- 
lo, che pa«colara, da lui sbranato qual novello Sansone, stesi a ter- 
ra in un istante moltissimi di quella masnada, caccia il rimanente 
in fuga vituperosa, e conduce, oltre alle vetcor aglio ricuperate, ric- 
chissima preda al monastero . 

V Abate, narra il Cronista, ebbe a spargere calde lagrime su tal 
▼ittoria agramente rimproverandane Gualtario , ed imponendogli 
salittnr penitenza, perchè di si fatta impresa non insuperbiste, pe- 
\nitcnz.i peiò, di cui poco ricordevole sembra il narratore al pari di 
Gualtario meJesimo'i poiché il primo, s ibito appresso soggiunge es- 
sere stata fama , che per tre v'3lte il monaco valoroso sostenuti a* 
Tesse gli assalti di quella masnada, riportandone all'ultimo glorio* 
sa vittoria* e Gualtario un'altra fiata, dopo arer cacciati dii*p-iscoii 
del monastero i cavalli del Re Desiderio, che li danneggiavano, e 

?uelli che gli scortavano insieme, gio)Oso del prospero successo^in- 
range per militare gtattanaa di gagliardi* colle pugna una colonna 
di marmo, in cui si abbatte al suo ritorno. Giunto poscia ad estre- 
ma vecchiaia, dopo essersi con lungo lavoro scav.ito nel vivo sasso il 
sepolcro in vetta ad un petroso altissimo macigno., chiude i suoi gior- 
ni Gualtario monaco , inclito Conte , ed Atleta rinomatissimo, ch'e- 
rano i titoli pili gloriosi, co* quali a que' tempi fregiar si potesse 
iHi personaggio di alto affate. Nella tomba lavoratasi, venne la sua 
spoglia riposta in un con le ceneri di un suo nipote per nome Ratal* 
do, il quale Rataldo figliuolo era di Rateri, cai a Gualtario parto^ 
rito avea la mentovata Principessa lldegonda sua sposa. 

Se questo frammento di romanzesche avventure ci ha più del do- 
vere forse trattenuti, spero di ritrovarne il perdono nella singolarità 
di esso, e nella gloria qualunque siasi, che perciò ne risulta al no- 
stro Torinese Cronista, autore senza dubbio del priilpo de'Romanzi 
Italiani, che lo spirito dell* antica cavalleria al vivo cktappr^e^senti . 
Questo si è il pili antico componimento di tal genere, in cui si rav - 
visi un amore eroico, ed ardente del pari, quanto onesta, e tolle- 
rante, conservato in mezzo agli ostacoli, ed ai cimenti d* ogni ma- 
niera, una fedeltà sen/.a eguale, una galanteria, traccia di cui non 
si ritrova presso i pia ceneri scrittori di Atene, e di Roma. I Ro- 
manzi Greci della eia media ci rappresentano amori dilicati, ma 
non eroici ; non bravura , non combattimenti, non ostacoli da vin- 
cersi in essi s'incontrano. Portano dessi l! impronto di una nazione 
ingegnosa bensì , e passionata, e che prova gli influssi di un cielo 
ridente} ma allo stesso tempo effeminata, e corrotta. Di un opposto 
difetto vengono giustamente tacciati i componimenti Francesi più 
antichi di tal genere, voglio dire di essere troppo rozzi, e troppo 
feroci in paragon de* Greci. Nei Romanzo di Gualtario si ravvisa 



f 



171 

Cicerone (prò Sexto Roselo Amer.) che erano ripu- 
tate arti volgari e vili quelle del cuoco ^ dei Jbrnajo 

queir amore onesto e costante, modificato, e temperato a un di 
presso nella stessa guisa, che traspira nelle Rime dell'immortalePe- 
traica, cosicché dir si può, che quella maniera affatto nuora di 
trattare la poesia amorosa abbia avuto l'origine da Romanzi di un. 
genio, e di una indole conforme a quello, di cui ragioniamo. Dirò 
inoltre cosa, che altri durerà forse fatica a crederla, ma che per- 
ciò non è men vera. Dalia maggior parte degli eruditi si tien per 
certo, che i Francesi nello scrivere Romanzi ci abbiano preceduto di 
assai . La guerra di Troja scritta a modo di Romanzo in Latino da 
Guido Giudice dalle Colonne Messinese nel i'2&7. t*), ed il Ciriffo 
CaUaneo composto nel i3o3 in lingua nostra, si credono i primi Ro- 
manzi , che mostrar possa ritaiia, quandoché, non solo al tempo di 
S. Luigi, Guglielmo de Loris scrisse il Romanzo della Rosa , e Mat- 
teo Pai'is verso il 1340. stese i riti militari della Tavola ritonda; ma 
di più pretendono i dotti Benedettini autori della Storia Letteraria 
di Francia (**), che quel Regno sin dal secolo X.vantar possa (qua- 
lunque pregio meritar debba una tal lode ) scrittori romanzieri. Cor 
munque siasi, certa cosa é,che al secolo X. parimente appartiene il 
Romanzo di Guai tar io, e che anzi, giusta la congettura sopraccennata 
del Muratori , già era stato dettato in versi da qualche . Monaco No- 
raliciese prima, che il Cronista nostro facesse pensiero di compilar- 
lo in prosa. Senzachè si vuol por mente, che gran diversità passa tra 
lo spargere d' inventate meravigliose avventure la vera storia, come 
fecero que' Cronisti Francesi, su'quali si fondano gli eruditi Man- 
ritti, dallo inventare un intero Romanzo, qual si fu il caso dell'au- 
tor di quello di Gualtario, che perciò come il primo riguaideremo, 
che si possa giustamente chiamar scrittore di un cosi fatto geneie di 
componimenti; vendicando anche in questa parte qualunque sianai 
le glorie letterarie dell* Italia contrastatele ognora dalla sua grande 
emulatrice la Francia . ^ . 

Del rimanente non men pregevole comparir dee questo monu- 
mento di antichità barbarica agli occhi del Filosofo indagatore dei 
varj costumi delle varie età , e nazioni, di quello , che il sia a que« 
gli dello erudito. Un alto concetto in esso si ravvisa della gagliar- 
dia, e della bravura, un genio, una inclinazione dichiarata per le 
avventure più pericolose, ed inaudite. Le armi , le giostre, i caval- 
li, i conviti, si veggono formare le principali occupazioni, ed i 
trattenimenti più favoriti } le leggi della amicizia, e della fedeltà ai 
Sovrani dovuta inviolabilmente osservarsi; serbarsi mille relazioni 
tra* Cavalieri vaganti in cerca di avventure, e i monaci, e le badie 
loro; i sentimenti di religione, e di pietà trovar Inogo tra quelli di 
amore, di militar gtattanza, e di gagliardia, in nna parola in que- 
sto frammento, prima che altrove s'incontrano, e compajono in 
piena luce il codice, le massime, i costumi, la storia della più an- 
tica cavalleria dell'Italia, e forse dell'Europa guerriera. 

(*) BeUinel. Ritorg. iom. IL cap, FU. 
C) Tom, VL e tom, VII. 



17^ 

e Ae\ portator di lettiga . etiche Plutarco ( in Probi. ) 
S(5rive cbe alle antiche donne Romane non era lecito 
ncque molere, neque'coquere; e sebbene Plinio vo- 
glia ( Hi. i8 cap. IL A. H, ) che fino alla guerra 
di Perseo ( 58o di Roma ) non fossero stati Fornari 
presso dei Romani, ma ipsi panes Jaciebant Quirites 
mulierumque id opus erat sicut etiam nunc in pluri^ 
bus gentibus: debbe intendersi delle donne volgari, 
e non di quelle che volevan tenersi in rispetto, co- 
me esigevano i Sabini che fossero tenute le loro . 
' iTioitre se Tacito osserva che una prova della sti* 
ma che i Germani facevano del sesso muliebre si è 
r impegno maggiore che si davano di mantener la 
fede quando erano stati obbligati a consegnare in 
ostaggio le loro donne; bisogna pur credere che lo 
stesso principio movesse Porsenna, allprchè fra gli 
ostaggi dei Romani chiese ancora le femmine, tra le 
quali fu la celebre Clelia ; condizione voluta pure da 
Augusto nel trattare con certi popoli barbari quod 
negligere marium pignora sentiebat. ( Svet. ) . Che 
più? le medesime leggi delle KH Tavole sollecite 
della feminile avvenenza proibirono alle donne di 
non far onta alla faccia peiroccasioni di lutto: mulier 
yacien}, ne carp ito y siccome fece loLvinia: roseas lania* 
ta genas ( Sen^io presso Virgilio ) . 

Né furono meno premurosi i Romani della vir- 
tuosa educazione delle loro donne, specialmente di 
condizione nobile ed onesta. Da un passo di Sallu- 
stio possiamo argomentare di quale specie fosse la 
cultura richiesta nelle donne, che dovevano far bella 
comparsa nel mondo galante. Parlando egli di Sem- 
pronia amica di Catilina, dopo d'averne descritti i 
difetti, passando alle prerogative di lei, la dice literis 
groecis et latinis docta^ psallere^ saltare elegantius 
quam necesse est probae .... posse versus facere ; 
jocuni mescere , sermone uti vel modesto vel molli , 
vel procaci ; prorsus multoefacetioe y multusque lepos 
inerat. Le quali doti òebbene stessero in lei a conG« 



173 

ne con il vizio, e fossero in contrapposto con enor- 
mi difetti ; ciò non dimeno se ne raccoglie che quel- 
le erano le qualità ricercate nelle donne per far fi* 
gura nella civile galanterìa . ( Sallu, in Catilina ) 
Anche Plinio il Giovane descrivendo i ineriti della 
sua moglie Corellia IspuUa ( Epist. lib, 4 ^P* 19 } 
fra le altre virtù accedity ei dice, studium littera^ 
rum .... "Versus nteos cantat ^ formatque cithara. 

L' eleganza del vestiario era pure un requisito 
creduto conveniente al bel sesso. Presso alcuni po- 
poli furono le donne invitate ai gran conviti un^anno 
avanti, perchè avessero tutto il comodo di prepararsi 
le vesti e tutti i relativi ornamenti . Qual fosse V uso 
delle donne romane il rileviamo dalla parlata di L. 
Valerio ( T, Livio lib. 34) nella circostanza che egli 
sostenne contro del rigido Catone V abrogazion del- 
la legge Oppia la quale limitava il lusso muliebre: 
An Detus lex regia simul cura urbe nata? an a De^ 
cemviris ad condenda jura creatis in XII , Tabulis 
scripta ? sine qua cum majores nostri non existima- 
rint matronale decus servari posse j nobis quoque 
*verendum sit ne cum eapudorem sanctitatemquefoe' 
m^inarum abrogemus ? Quis igitur nescit novam istam 
legem esse? .... non magistratusy nec sacerdotia^ 
nec triumphi^ nec insigniay nec dona aut spolia bel" 
lica his contingere possunt: munditioe et ornatus et 
cultus , hasc fosminarum insignia sunt; his gaudenty 
et gloriantur : hunc mundum muliebre vocarunt ma* 

jores nostri vos in manu et tutelay non in ser- 

"vitio debetis habere eas. Anche dalle espressioni del 
severo Catone , con le quali argomentava contro il 
lusso femminile, dedur possiamo qual fosse la loro 
galanteria, mentre ironicamente diceva per bocca loro: 
ut carpentis yfestisyprofestisque diebusy velut trium^ 
phantes de lege vieta et abrogata, . . . per urbem vecte^ 
mur. Al che rispondeva Valerio : At hercule univer* 
sis dolor et indignatio esty cum sociorum latini nomi" 
nis uxoribus videant ( muUeres romance ) ea conces* 



«74 

sa ornamenta y qua: sibi adempia sint, cum insignes 
ea^ esse auro et purpura: cum illas veld per urbemy 
se pedibus sequi, 

A tutto ciò corrispondeva la stima ed il rispetto 
che avévasi per le donne a segno che non con altro 
nome, che con quello di sanctitas se ne indicasse ia 
morigeratezza e T onestà. Oltre alF esempio che ne 
abbiamo veduto nelle sopra riferite parole di L. Va- 
lerio: petulantér/acimusy diceva Cicerone [prò CoeL 
cap, i3 ), 5/ matremjumilias secus quam mxUtonarum 
sanctitas postulai nominamus . Qual rispetto lion 
mostra ancora nelle persone della moglie Terenzìa, 
e della figliuola Tulliola per la generalità delie don- 
ne oneste ed ingenue? scrivendo loro di partir da 
Roma nel caso che si fossero suscitati dei tumulti, le 
consiglia a stare attente si "vestri similes faeminae sint 
ne RomoB, Si enim non sunty videndum est ut honeste 
DOS esse possiti» (^ Ep. Fam, lib. 4 ^/'* i3); e nella Let- 
tera 18 sullo stesso argomento; sed rursus illud me 
mx)(/et quod video omnes bonos abesse Roma, et eos 
mulieres suas secum habere .Goàe^dLtìo le donne pres« 
so i Romani non 30I0 di tutti i diritti civili in comu- 
ne con gli uomini, come di far testamento , di con- 
seguire l' eredità , ma eran anche privilegiate e di- 
stinte nei casi in cui avesser dovuto punirsi, come 
accenna il Ch. Sig. Napione su la testimonianza di 
Plutarco . Infatti allor quando gastigar si dovettero 
molte donne complici dei delitti commessi nell'or- 
gie bacca nalesche , le quali furono dal Senato sop- 
presse ( T. Livio lib. 39), fu ordinato di consegnare 
mulieres damnatas Cognatisy aut in quorum manu 
essenty ut ipsl in privato animadverterent in eas; e so- 
lamente: sinemo erat suppliciiexa^^tory inpublico ani" 
madvertebatur . Augusto ancora sanzionò con un 
suo provvedimento il riguardo verso le donne, allor- 
ché negli spettacoli dette loro un posto separato 
dalla fòlla, non meno che ai senatori, agli amabascia- 
tori, ai militari ed agli altri ragguardevoli ceti( ^i^^. ) 



Da tutti i riferiti esempj , e da molti altri che recar- 
ne potrei, chiaramente apparisce il conto che fecero, 
ed i riguardi che ebbero i Romani per le donne 
loro, non tanto per la parte del naturale affetto , ma 
sibbene per la decenza e per la convenienza , come 
pure, per la galanterìa ed officiosità praticate verso 
di loro • 

Altra prova deirantica considerazione che ebbero 
i Romani per le donne di saggia condotta e di nasci- 
ta onestà, furono certamente i nomi di Matrona , e 
di Domina y co'quali onoratamente si distinguevano. 
Il primo è d^uso antichissimo; il secondo lo trovia^ 
mo adoperato precisamente , sebbene anche assai 
prima, fino dal tempo delllmperator Claudio, quan- 
do, come narra Svetonio {in Claudio cap. 39), oc^ 
cisa Messalina y paulo post quam in triclinio decu^ 
buity cur Domina non veniret requisivit* Da Virgi- 
lio sono chiamate DominxB Proserpina moglie di 
Plutone (Aeneid. vi. v. 897 ) e Cibele madre degli 
Dei {Aeneid,% v, ii3);eìside in un'antica iscrizio- 
ne presso il Grutero {j^ag, 84* n, 2.) Domino^ Isidi 
Victrici; titoli che i Romani dalle donne loro di ran- 
go, trasportarono alle Dee, come era il solito costu- 
me di far partecipi le Divinità di tutto ciò che l'am- 
bizione , la passione , e in una parola^ l' umana con- 
dizione voleva nobilitare, autenticare, e cuoprire con 
la sanzione religiosa . In seguito il titolo di Domina 
sincopato in Domna si accomunò talmente alle femi- 
ne, che a poco alla volta ne divenne sinonimo. E 
dunque un resto dell'antico rispetto che i Romani 
ebbero per le loro femine la voce Donna , che nella 
volgar lingua italiana si adopera per indicare gene- 
ralmente il sesso muliebre. ( Vedi Lettera di Fran- 
cesco Cancellieri ec. sopra T origine delle parole Do^ 
nUnus et Domnus ec. Roma 1808.) La Cerda al v« 
397. dell'Eneide ec. 

io non dubito che a tener le donne in questo gra- 
do, molto contribuisse la severità de' costumi anti- 



176 

chi e la morigeratezza muliebre ; la quale sebbene 
nei tempi posteriori degenerasse; pur non dimeno 
non si spense mai l' inveterata abitudine di mostrar 
per le femmine quei riguardi, che poi, forse più dal- 
l'usanza che dal proprio merito, eran ad esse pre- 
stati . Dopo aver dato su quest'argomento una breve 
occhiata al costume romano, sorge spontanea la cu- 
riosità di cercare qual ei si fosse presso dei Greci , 
che in sensibilità per la bellezza, non che aver pa« 
reggiato, superaron di certo qualunque nazione di 
cui ci siano noti i costumi , e la storia . 

Or qui mi si presentano alcune considerazioni su 
la natura della galanteria amorosa, e su i varj gradi 
della medesima nei diversi stati delle nazioni . Con- 
siderandola nel suo elemento, altro ella non è, che 
una deferenza, un riguardo dagli uomini avuto pel 
bel sesso, in veduta di certe sue naturali attrattive. 
Questa deferenza , e questo riguardo crescono o sce- 
mano negli uomini particolari, a proporzione che il 
«enso predomina sull'intelletto; e nelle nazioni, a 
proporzione che sono più o meno lontane da uno 
stato d' intellettuale cultura . 

Troviamo infatti nel suo vigore la Cavalleria amo- 
rosa tra noi nei secoli, nei quali non potevamo van- 
tar gran cultura di spirito, e tra i popoli settentrio- 
nali; che se non voglionsi a que' tempi essere stati 
barbari , certamente non furono più culti di quel che 
lo fossimo noi ; e come tra noi scemò lo spirito Ca- 
valleresco amoroso a proporzione che fummo istrui- 
ti , cosi que' settentrionali scemarono le loro Caval- 
leresche idee a seconda che dal mezzogiorno e reli- 
gione e dottrine colà penetrarono. (V. Graberg. 1. e.) 
Con questi principj vediamo un poco come sia an- 
data la cosa tra i Greci . 

Se consideriamo i loro tempi eroici, che debbono 
credersi quelli della loro minor cultura d'intelletto, 
troviamo una storia favolosa, che ci presenta a dovi- 
zia avvenimenti tali, da non lasciar dubbio, che fos- 



177 

sero presso di loro molto in pregio le donne , in gui« 
sa, che per amore di esse sì facessero guerre e paci, 
viaggi ed imprese d* ogni maniera col solo fine d'ot- 
tener la grazia d' una contrastata o desiata bellezza • 
Infatti le azioni d'Ercole per Jole, di Teseo per An« 
tiope e per Arianna, di Piritoo per Proserpina, di 
Giasone per Medea, di Meleagro per Atalanu e 
mille e miiraltre favole, non mostran'elleno up conr 
cetto della gaglìardia e bravura^ un genio dUnclina" 
ùoi^e dichiarata per P avventure più pericolose ^ ed 
inaudite^ le leggi delVandciziay i sentimenti di teli' 
gione e di pietà associati con quelli d* amore, di mi' 
litar giattanza e di gagliardia ? Cose tutte , come 
osserva il eh. sig. Na pione, che formano il costitu* 
tivo della così detta cavallerìa amorosa . ( Cronisti 
Piemontesi nei Piemontesi Illustri T. IF. pag. 178.). 
Far potrebbesi un'opposizione, ed è: che quan- 
tunque gli £roi de' Greci diano molti esempj di pre» 
dilezione per le Donne, non fu peraltro questo loro 
costume se non che l'effetto d'una fiera passione bru- 
tale, per cui andavan'essi in cerca delle donne, co- 
me degli animali alla caccia, ed acquistatele, se le 
tenevano nel numero delle cose, come le mandre 
loro, e nulla più; senza nutrir *per esse que' senti- 
menti d'amicizia, di rispetto, e di riguardo, che poi 
formarono il carattere della eroica Cavellerìa Amo- 
rosa . Peraltro sarebbe questa un' opposizione pitc 
apparente, che vera. Ed infatti,sebbene da alcuni fa- 
volosi racconti di rapimenti, e di sanguinose zuffe ^ 
si potesse far tal giudizio; come poi spiegarne tanti 
altri, che gentilezza ed urbanità manifesta dimostra- 
no essersi praticata verso le donne da molti Eroi ? 
E che altro ci presenta Ulisse scampato dal naufra- 
gio mentre scorge Nausicaa a lavare i panni presso 
del fiume , allorché 

Ivi pensava il valoroso Ulisse , 

Se umil chinato alla donzella adorna 

Le ginocchia abbracciar devesse , o pure 






178 

Da lunge stando con parole dolci 
Da lei cercar, che la città gli mostri, 
E 'nsieme alcuna veste gli conceda . 
E parve a lui che fosse certo il meglio 
Dolcemente pregar, sendo lontano , 
Acciò non forse la ▼aj'a donzella 
Seco prendesse sdegno , avendo a schivo 
Lui così nudo ; onde rivolto a lei 
Dicea queste parole dolci, accorte: 

Umilmente, Regina, a te m'inchino, 
Che certo io non so ben se immortai Dea, 
O pur donna mortai ti dica e chiami . 
Ma se detralte Dee, che in ciel beate 
Stanno, una sei , ben creder credo il vero^ 
Che sei la figlia del gran Giove eterno 
Casta Diana , poi che per beitade. 
Grandezza, e grazia a lei ti rassomigli. 
Ma se pur figlia sei d' alcun mortale , 
Ch'abbia in terra tra noi felice albergo, 
Ben tre volte è da dir beato il padre 
Con quella madre, che al mondo ti diero. 
Beau ancor tre volte i dolci frati , 
Ch'han per le sempre il cor giocondo e lieto, 
Surger veggendo un sì bel germe al tronco 
Di loro stirpe, u' nuove fronde e fiori 
Speme porgono ognor di dolci frutti . 
Ma più d'ogn' altro assai, quegli è beato. 
Che degno fia con l'ampia dote seco 
Guidarti nuova sposa al proprio albergo , 
Perch'io con gli occhi stessi tra i mortali 
Cosa cotanto bella unqua non vidi. 
Non uomo alcun, né donna; ond'ìo stupisco. 
Già vidi in Delo una novella palma , 
Felice pianta , appresso al santo altare 
Del biondo Apollo , ch'ivi alta sorgea : 
Quivi venn' io dove gran turba insieme 
D' uomin trovai diversi in quel viaggio , 
Ch'esser dovea de' miei danni cagione ^ 



'79 

Ond'io da maraviglia preso fui 

Nel rimirar la pianta alma gentile , 

Perchè già mai non fu veduto in terra 

Ergersi ad alto un cosi vago legno. 

Cosi di maraviglia e di stupore 

Carco, donna gentil, per te rimango, 

Né sbigottito ardisco le ginocchia 

Tue sol toccar , eh* alto dolor mi vince • 

ler fuggendo scampai dall'onde salse, 

Dovalo per venti giorni afUitto, e lasso, 

Soffersi il vènto, e Torribil procella 

Fin dair Isola Ogigia, ond'ora il Cielo 

MMia spinto in queste parti, acciò che ancora 

Novelli io soffra qui travagli e pene , 

Ch* io non penso che ancor sia giunto il fine 

De'grs^vi danni miei , che preparati 

Molti ne sono ancor dagli ^ilti Dei. 

Ma tu, ftegina, abbi di me pietade, 

Che tu la prima sei, che gli occhi nostri 

Veggion , poi chMo soffersi tamti allanni : 

Degli altri poi , che 'ti queste parti albergo 

Hanno, nessun già mai conobbi o vidi. 

Or tu, benigna, la città mi mostra, 

E dammi alcun vii panno , ond' io cingendo 

Queste misere membra mi ricuopra. 

Se per ventura n'hai condotto alcuno 

Per involger tue ricche, e belle vesti. 

Che 1 Ciel benigno ti conceda e doni 

Tutto quel che bramando il cor desia, 

Degno marito con &miglia eletta. 

Col quale abbi concordia, e ferma pace. 

Che nessun bene ugual si trova in terra 

A quel, quando concordi e 'nsieme uniti 

I cari sposi al ben di lor &miglia 

Hanno rivolto il consiglio e la mente, 

'Che allor d'invidia colmi i lor nimici 

Sono, e gli amici lor lieti e giocondi, 

£t essi godon dell'altrui letizia « 



i8o 

E vorrà mai credersi che Omero facesse parlare Ulis- 
se con sentimenti e con modi sconosciuti fin^allora ad 
ogn^aitro uomo della sua nazione, e non piuttosto che 
gli ponesse in bocca quanto di più obbligante la gii* 
lanterìa al suo teiupo conosciuta gli suggerì? Si di- 
rà che egli, in tale stato volea destar pietà e cornpas- 
sione; dicasi pure; ma sarà sempre vero, che non 
per questo rappresenti meno al vivo i modi gentili 
che si usavan con le donne quando volevansi urba- 
namente trattare. E che mai poteva dire di meglio 
•uno de'più fervidi e virtuosi eroi Cavallereschi pres* 
so r Ariosto, ed il Tasso? 

Se non basta questo luminoso esempio , agginn- 
gasi, fra gli altri, anche quello di Meleagro. Appas- 
sionato egli per Atalanta, non tenta già d*ìndnrla atle 
sue voglie con modi violenti e brutali ; ma piuttosto 
se la vuol rendere affezionata e propizia per via di 
maniere insinuanti e cortesi. Era Atalanta molto de- 
dita ai venatorj esercizj . Bandita la caccia del Cin- 
ghiai Galidonio, si dette egli tutto l'impegno non 
solo perchè Atalanta vi fosse ammessa, ma perchè vi 
facesse la più distinta comparsa, in modo da aver 
destato gelosìa perfino negli altri eroi concorsi all' 
impresa. Ella fu invero la prima ad aver ferito la 
belva , ma il colpo mortale venne da Meleagro , e 
perciò a lui toccavano in premio le spoglie, consi- 
stenti nella pelle e nel teschio. Peraltro cedette egli 
questo diritto cortesemente ad Atalanta. I figli di 
Testio ne restarono offesi , perchè vedonsi da Melea- 
gro posposti ad una donna ; a lei per forza le tolse- 
ro; ma le rivendicò ad essa Meleagro, a costo del* 
l'uccisione dei rapitori, sebbene fratelli di sua ma- 
dre Altea. 

Oltre le favole, anche la storia ci segna tracce del* 
l'antica officiosità de' Greci riguardo alle donne, e 
di qualche rassomiglianza tra i Toro costumi, su que- 
sto proposito, e quelli di altre antiche nazioni ger- 
maniche. Omero ci dà luogo di credere che a' suoi 



i8i 

tempi i mariti dessero la dote alle mogli {a) ; lo che 
per testimonianza di Tacito costumavan pure gli an« 
tichi Germani. L^ uso medesimo ebbero i Cantabri 
nella Spagna, al dire di Strabone (lib. 3.), ove le 
donne, ugualmente che. presso i Latini, erano messe 
a parte .della eredità paterna; e perfino le sorelle 
pensavano a maritare i fratelli; costumanze che, co* 
me indicanti una qualche preferenza delle donne ^ 
le chiama Strabone, non civili; avvezzo, a suoi tem- 
pi , a riguardar torvamente tutto ciò, che le rende- 
va uguali , non che superiori, al sesso virile. 

Anche un fatto che ci vien raccontato da Pau-» 
sania {in Atticis) è sufficiente a farci concepire il 
contegno di riserva che gli antichissimi greci pra- 
ticarono colle donne. Era il giovanetto Teseo di tal 
avvenenza che più a fanciulla , che a Giovanetto ras- 
somigliava . Infatti da Trezena , dove era in educa- 
zione presso Pitteo la prima volta in Atene^ andato^ 
da certi del popolo fu preso per fanciulla , special- 
mente alla foggia dell'abbigliamento che lo rendeva 
avvenente ancora di più; e perchè era solo, fu da 
certi muratori con sarcasmo richiesto , perchè nuBi" 
le fanciulla quaPera^ andasse in quel modo girane 
do sola? dal che ne possiamo dedurre con quanta 
convenienza e riserva si tenessero le ragazze in Atene 
ai tempi eroici . 

Ma poiché vennero in campo i filosofi con le lo- 
ro astratte dottrine, e T ingegno dei Greci si per- 
fezionò, giunsero essi al punto, che siccome nelle 
arti, sdegnando i limiti del bello fisico e naturale, 
corsero dietro alla bellezza di concetto e ideale ; fin- 
ché poi incapparono tìeW off citato e dìfettoiso; co- 
si, a forza di voler trovar perfezione nel bello morar 
le, inventarono quel loro astratto amore, superiore al 
naturale amor delle donne; amore per cui, imma- 
ginandosi di poterlo ritrovar solamente nel sesso vi- 

(<») Odissea lib. Vili, t, Si;. 



i8a 

rile , caddero nel yergognoso eccesso » che sotto co- 
perta di ainore delle menti, della virtù e simili, tirò 
loro addosso il disprezzo, la reprensione e 1* abomi- 
nio cfì tutti gli uomini veramente virtuosi ed one- 
sti (a). Come presso dei Greci culti si dileguò la sma- 
nia dell'amorose imprese a riguardo delle donne, vol- 
tandosi per le dette ragioni alla galantefia coi giova* 
ni : così appresso di noi , ugualmente che presso i 
Germani , ed altri popoli del settentrione, a propor- 
zione che s'avanzò la nuova cultura, si trasandarono 
a poco alla volta le sfide, le giostre, le guerre per 
causa d'amore; e si cambiarono in convenienze ga- 
lanti, in poetiche lodi d'astratte immaginarie prero- 
gative , perule quali facendosi delle donne encomiate 
tanti straordinari modelli di bellezza e di virtù, 
rendevasi omaggio, piuttosto che al sesso muliebre, 
alle fiintastiche idee di chi , per cosi dire , ad occhi 
apersi sognava . Ed ecco i Greci e gli Italiani anche 
sotto questo punto di vista ravvicinati ; nell'idea cioè 
d'un' amore scevro d'ogni affettò volgare (che que* 
sto si intese forse dai mpderni coi nome d'amor 
Platonico) quantunque diversificassero nel sogget- 
to; paghi, cioè, i nostri di cercarlo naturalmente nel- 
le feminili sembianze ; sdegnarono gli altri di farsi 
ligj del medesimo amore , che dispregiarono come 
troppo basso e volgare; e così pieni la fantasìa delle 
perfezioni del loro amore nobile e virtuoso: Hic 
Deus esty esclamavano, quipacem largitur hominibusy 
qui mari tranquUiitatem , qui ventis requiem^ cubile 
viifentibus securum; hic rusticitatem a nobis amouet^ 
hic nosfamiliaritate conciliata cactus omnes congre^ 
gans in solemnibus festisque diebus^ in chorisj in sa^ 
crificiis dux nobis etprcesens; mansuetudin^ifn quidem 
porrigens; malevolentice omnis expuhor^ propitiusy 
beneftcus^ spectandui sapientibus, diisplacidusy ex* 



(a) V. la Prefaa. al mìo Volgariazamento del Convito di Seno- 
fonte . Venezia presso Adolfo CéSàre iboo. 



i83 

optandus expertibusy participantibus possidendus at'^ 
que tenendusy delitiarwriy mollium illecebrarum ^ 
grcUiarum dulcis perfusioms et desidera pater ^ bo" 
norum studiosus, malorum spretor ; in labore, in ti^ 
more, in desiderio^ in sermone gubcrnatory perfectus 
adiutor y serveUorque proecipuus ; deorum atque ho-' 
minum decus et duo: pulcherrimus y optimusque {a) . 
Hic Deus poeta est adeo sapiens y ut alios quoque 
poetas possit elicere . . . quilibet eniniy antea rudis, 
poeta evadity cumprimum ajnor affiaverit; omnesque 
summatim musico s poesis numero s continet; nec quis" 
quam adeo ignarus est quem amor non inflammet 
et ad virtutem divinojn reddaty ut viro fortissimo par 
evadat; quin etiampro aZio mori amantes soli eli'' 
gunty non viri tantum y sed et mulieres. 

Con questi bei sentimenti si pretendeva che So- 
crate avesse an>atd Alcibiade, Giove Ganimede; e co- 
si va discorrendo d'altri consimili amori. Que'sen- 
cimenti stessi sono, in sostanza, la base della eroica 
e poetica cavallerìa. Poiehè la nostra amorosa Ca- 
vallerìa poetica, ia quale , come dissi , succedette al- 
l' eroica, pose pur ella per fondamento T amore a* 
stratto d'uo bello ideale; ma non allontanandosi i 
nostri amorosi cantori dall'amor feminile, si tenne- 
ro così sempre più nel verosimile ; e di qui ne ac-- 
cade che quanto essi ce ne dicono, desti molto mag- 
gior sentimento; perchè mentre sempre intendono 
d'un amore scevro di voglie impure, sempre però 
fanno conoscere che d'amor d'uomo per femminei 
si ragiona; e per conseguenza han luogo 
Dolci ire, dolci sdegni e dolci paci, 
Dolce mal, dolce affanno e dolce peso, 
Dolce parlare e dolcemente inteso, 
Or di dolce oray or pien di dolci paci. 
E 

Amor che sprona in un tempo, ed affreiid) 

(a; Platon. Conv. in JristopL Laudai, 



i84 

Asseciira e spayenta, arde ed agghiaccia, 
Gradisce e sdegna; a sé ci chiama e scaccia 
Or ci tiene in speranza ed ora in pena ec. 

PETRARCA . 

Egli è perciò quell'amore, che si trova tra noi mor- 
tali; sebbene le bellezze di Beatrice, di Laura di Sel- 
vaggia, di Fiammetta e di tant' altre angeliche sem* 
bianze al mondo sole, che con gli angelici costumi, con 
i bei crini d'oro alPaura sparsi, con i non giammai 
ceduti sì begli occhi han fatto mille volte im^idia al 
Sole, le imaginaron bensì ^ ma non vidderle mai ne 
Gino, né Dante, né il Petrarca, né, in6ne, quanti i« 
mitarono il cavalleresco loro amoroso cantare . 

Raccogliendo pertanto il detto fin qui, parmi doversi 
concludere non esser vero, che i Germani e gli Scandi* 
navi antichi,fin dai secoli più remoti,avessero soli quel* 
lo spirito di generosità verso le donne, che faceva altre 
volte del loro favore l'oggetto ed il premio delle azioni 
virtuose e coraggiose, che riuniva alla premura di 
servirle, di difenderle e di piacere ad esse, l'idea del 
più dolce di tutti i doveri ; non é vero che solamene 
;te tra i Germani e tra gli altri popolatori del Nord 
si usassero per le donne dei riguardi e delle distin- 
zioni, e che di là venisser fra noi ; poiché molti e- 
sempj ce ne dette la Grecia nei suoi Eroi, molti i 
Romani nelle loro leggi e nei costumi, tra i quali va- 
le per molti quel L. Valerio che a prò delie doqne 
coi^allerescamente s* oppose al severo Catone. 

£ vero poi che questo costume varie sembianze 
prese a proporzione delle circostanze morali delle 
nazioni, e vestì sempre più clamoroso aspetto, qua n* 
to meno ebbero incivilito ed illuminato l'ingegno: 
anzi non solamente la perfetta Cavallerìa Amorosa, 
ma la gelosìa per le donne, ed il predominio di es- 
se sopr» degli uomini sembrano aver sempre più vi- 
gore , quanto più ciascheduno individuo , o le stesse 
nazioni sono in uno stato di ignoranza e di rustici* 
tà . In conferma s'osservi , oltre ad altre testimonian^^ 



i85 

ze,com« nel tempo che i Greci culti d'Atene, di Co* 
finto e d'altre provincie niun riguardo avevano ver- 
so le donne, dominavano esse nella rustica Sparta , 
dove il severo Licurgo , mentre pose ogni studio a 
renderla dura e laboriosa, g^) S'h ^gJv ywcùiK&V 
è^VjfJLé^^tjKe y ^^ mulieribus negligentior fuit ( Arist. 
Polit. a. cap. g. ). Esse giunsero al punto in Isparta, 
che , specialmente se ricche fossero state , xa, ttoAA^ 

Stù)KaT(a vtÒ tS)V ywaiKiv st) tììq xpjQÌQ ivrwv 
et omnino^ multa afoeminis administrabantur quum 
Lacedcemoni rerum potiebarUur ; onde è che gli Spar- 
tani chiamati furono yuvSKOKùcelviievot dalle don^ 
ne dominati. In tali circostanze non è da presume- 
re che molti riguardi non avesser per esse , e che 
varj dei principj non adottassero della galanteria,che 
faceva parte della scuola cavalleresca d'amore. 

Or quella predilezione degli Spartani verso le don- 
ne, fino al punto d'esserne loro fatto rimprovero dal 
rimanente dei Greci, non sarà ella potuta essere un 
residuo delle costumanze che abbiamo veduto in vi* 
gore tra i Greci nei tempi eroici , e di cui ritenne- 
ro gli Spartani più degli altri le traccio, forse perchè 
si mantenevano in uuo stato che più di quello de- 
gli altri Greci si ravvicina?a all'antico ? 

Infatti se prendiamo a considerare i Greci nello stato 
della loro migliore cultura, certo è che concluder biso- 
gna ^sere eglino stati generalmente severi, ed anche 
dispregiatori verso le donne. Segregate dagli uomini 
nelle domestiche abitazioni, neppure alla mensa si 
univano . La casa era per loro una specie di carcere , 
dalla quale non uscivano che di rado ; molto coperte, 
e piene di circospezione e cautela . Rigidi magistrati 
vegliavano su i loro abbigliamenti e su tutto il loro 
andamento; come ^Armosini in Atene,! Gineco* 
cosmi in Isparta* 

Mentre cosi tenevansi le donne oneste, all'oppo- 
sto si lasciava libero il freno alle meretrici; delle 
quali fu grandissimo il numero, specialmente in A- 



i86 

tene ed in Corinto. Perlochè le primei custodite eoa 
severità e quasi avvilite, non aveano il campo di mo* 
strare né spirito, né attrattive, che potessero far loro 
acquistare influenza su gli uomini, gelosi di mante* 
ner un preponderante dominio ; le altre, mentre non 
servivano che al comodo, ed alla mollezza, erano 
per questa ragione appunto disprezzate, quai vili stru- 
menti della scostumatezza, e della libidine. Le due 
cagioni adunque per le quali nelFauge della greca 
cultura ebbero le donne poca o niuna considerazio- 
ne furono , per un lato : Torgoglio virile, che ricusò 
di loro inchinarsi; per Taltro: gli eccessi nati dalla 
viltà di quelli, che affatto vi si abbandonarono. In 
quanto al primo: gran parte rifonder si debbe nei 
filosofi, che la superbia degli uomini fomentarono in- 
segnando essere per natura le donne molto inferio- 
ri ali* uomo ; che V uomo era destinato a comandare' 
e la donna ad ubbidire (^Arist, i. de repubL) . Essi 
predicavano che V amore per le femine era volgare 
ed impuro; che esisteva un altr^amore, di quello as- 
sai più lodevole e casto , nato non da Venete pande^ 
mia o volgare, ma dalla Venere celeste quae non/os' 
minaey sed masculi tantum sexus in generatione est 
particeps (P/at. nel convito) '^ un'amore scevro d'o- 
gni turpitudine qui ìioneste amare nos hortatur . . . 
qiiicum^ue amore hoc inspirati sunt, genus masculi" 
num natura robustius et generosius et mentis mxigis 
particeps diligunt; et qui amore hoc sincere perfecte^ 
que sunt raptiy ex hoc praecipue dignoscuntur^ quod 
pueros non amante sed adolescentesy cum mente va^ 
lerejam coeperint (Le). Zenone diceva che quest'a- 
more era ottimo soccorritore in tutto quello che ap- 
parteneva alla salvezza della repubblica, ed in tal 
senso lo chiamò. Dio della libertà, dell'amicizia, di- 
spensator della concordia [Ateneo lib. i3). A quest' 
amore sacrificavano prima d'attaccar le battaglie, 
questo adorarono gli A teniesi insieme ^con Minerva 
nell'Accademia, e nei Ginnasti; quest'amore essi 



187 

esclusero dalla presidenza al feminile commercio. Di 
quest' amore si dissero accesi Socrate per Alcibiade 
Aristotile per Faselite ; ed altri sapienti per altri gio- 
vani, senza farne loro rimprovero, come allo stesso 
Aristotile fatto lo fu per Erpillìde, a Periandro per 
Melissa , a Pericle per Aspasia, a Platone medesimo 
per Archianassa . A sempre più avvilire V amor 
delle donne si chiamavano in sussìdio i mali cagiona- 
ti per coloro che vi s'erano dati in braccio. Dalle 
tradizioni favolose venivano in campo la guerra di 
Troja per Elena , i mali accaduti ai Trojani dal Giu- 
dizio di Paride e la discordia d'Achille per Brisei- 
da , l'avventura d'Ercole per causa d' Jole, di Teseo 
per Fedra, d'Atamante perTemisto, di Giasone per 
Glauco, d'Agamennone per Cassandra e cent' altri 
funesti esempi . ^^ storie rinfacciavano ad Aspasia 
l'origine della guerra del Peloponneso ; Taide s'in- 
colpava d'avere indotto Alessandro ad incendiar la 
reggia di Persepoli , a Cleopatra davan debito di mol- 
te sventure accadute a Filippo ; Lisimaco per cagion 
d' Arsinoe finì vergognosamente la vita, e rovinò la 
propria famiglia; al qual proposito scrisse Pausania 
che molte disgrazie vengono addosso agli uomini 
per dato e fatto d'amore {lib, i. cap. x. ), e di ben 
mille altre sventure si dava la colpa all'amor per le 
donne; a disdoro delle quali Socrate faceva osserva- 
re ( Corw. di Seno/, ) che di quante donne mortali 
Giotfe amò la bellezza , le lascio stare tutte mxyrtali 
com'erano; m,a di quanti giovani amo la 'virtù, life^ 
ce tutti immortali; del qual numjero sono Ercole ,^ i 
Dioscuri ed altri. Io credo y prosegue, che ancor Ga» 
nimede non per riguardo del corpo ^ ma dello spirito 
sia stato da Giove trasferito su in cielo . 

Per altro, in mezzo a tutte queste belle dottrine, era 
senza limiti , come ho detto , il numero delle mere- 
trici , che sempre più avviliva in generale l'amor per 
le donne . A conciliare i filosofici insegnamenti con 
una pratica così opposta, o per dir meglio, a coone- 



i88 

Stare l'abuso deiramor femiaile, s^ebbe ricorso alla 
religione, empiendo la mitologia d^amori delli Dei, 
e dedicando a Venere le meretrici ; cercandosi fin 
d'allora di cuoprire, a costo della religione, quel che 
non sarebbesi tollerato in alcun modo co' principj 
di semplice ragione , non che di filosofia , di Stato , 
e di c:onvenienza sociale « E celebre a questo propo- 
sito l'assoluzione data dai Giudici a Frine difesa dal- 
l' innamorato Ipperide ; il quale accorgendosi che 
ella stava sul punto d'essere condannata, accostato* 
si, scopersele il petto, e mostrandone ai Giudici la 
singolàr bellezza , gli scongiurò a riguardarla come 
Sacerdotessa di Venere; perlochè Judice$ religione 
tactiy . • • . necandam minime censuerunt. (Ateneo 
lib. i3.) 

1 Greci dunque allontanati dalla antica loro sem- 
plicità , e rozzezza per la cultura dell' intelletto a cui 
prodigiosamente pervennero, guastati dalla mollezza 
asiatica, a cui si dettero in braccio , incominciarono 
ad abbandonare con gli antichi costumi y anche la ài> 
ferenza e la cortigianerìa verso le donne; sebbene non 
affatto ogni traccia se ne potesse dileguare ; e tale fu 
la custodia che sempre ebbero delle loro donne; cu- 
stodia che, se in origine venne prodotta da rispetto, 
e da convenienza, si cangiò poi in una specie di 
.schiavitù (a) ; tale fu il titolo di SeTToiva ^^^^ ^P^ 
cìalmente alle Madri di famiglia , come abbiamo 
detto di quello di Domina presso i Bómani. 

(a) Sappiamo da Plutarco ( Ammonii» ai Uaritati ) che per ob* 
bligare le donne a non uscire di casa, era loro vietato di tener le 
scarpe in piedi mentre stavano in casa, per cosi porre loro un freno; 
non convenendo che uscissero scalze. 1 precetti coniugali che egli 
detta non tendono che amostrare quanto poco si conoscesse a' suoi 
tempi quella sorte d' unione matrimoniale che a Nausicaa fu augu- 
rata da Ulisse . 



POESIE 



D I 

MESSER CINO DA PISTOIA 

. WOVELLAMENTE DATE IN LUCE 

CON 

LA GIUNTA DELLE INEDITE. 

CONFROHTÀTB TUTTE DILIGENTEMENTE CON PIÙ TESTI 

a penna e con le edizioni antiche 
j: corredatm 

DI NOTE ED ILLUSTRAZIONI 

DA 

SEBASTIANO CIAMPI 



Poeta Sapiens Amor. 

{Plat. Consd,) 



* m 



^ 



MESSER 

FRANCESCO PETRARCA 

PER LA. MORTE 

DI. MESSER GINO (a) 



Jr ìangete donne ^ e con voi pianga Amore ;' 
Piangete amanti per ciascun paese. 
Poiché morto è colui che tutto intese 
In farvi, mentre visse al mondo, onore. 

Io per me prego il mio acerbo dolore 
Non sien da lui le lacrime contese , 
E mi sia di sospir tanto cortese 
Quanto bisogna a disfogare il core . 

Piangan le rime ancor , piangano i versi , 
Perchè 1 nostro amoroso messer Gino 
Novellamente s'è da noi partito. 

Pianga Pistoia e i Cittadin perversi , (*) 
Che perdut' hanno sì dolce vicino , 
E rallegris' il cielo ove egli è gito . 

(*) Ognun sa che éjuesta espressione è refiribile al furore 
dette parti Bianca e Nera che aUora tanto imperversavano netta 
città di Pistoia^ 



VT 

(a) JTCo trmseriuo quésta soneuo da un bellimmo Codice 

in memòrana posseduto già dal /u eh, Sig. Professore Miglio» 
rotto Maecioni, ed oggi presso del. Sig, Ferdinando Foggi in 
Pisa, tnjine del detto Codice H legge quanto appresso: 

rEAircisGi nnr&AECB pò 
XTB cLABissian nuuri 

TATI8 TKnTKPHUS . TI. BT 
ULTIXUS SXPLIGIT . <^| 

die xsaxt madii kcgglzx; 

hodie completum 

mihi tradidit poetam 

stephanus Canossa 

miraculosus arti/èx 

qui Utteris novioribue 

et stilo venustissimo 

cum GGCL. septem 

figuris aureis parvulis 

et duabus oppido maioribus 

omavit in pellucida 

membranula 

meo iussu 

duUissimum petrarcam 

cum quo edere et cubare 

cum quo Vivere et mori volo . 

Ego Franciscus Antoni Petra 

Bartoti de FlorenUa, 



' LE RIME 

DI MESSER GINO 

GIÀ. PUBBLICATE 

DAL PILLI 



Sonetto di M. (7Ì0. Battista Forte^erri di Pistoia 
a M. Niccolò Pilli suo compatriott» 

C/uasi stelle del del chiare e lucenti , 

Dà fosca nebbia da gran tempo ascose ^ 

A chi contempla V onorate cose 

Fan di lor mostra due be^lumi ardenti; 

Unno che tiene i Di\^i raggi intenti 
Nelle candide sue Selva>^e Rose^ 
È quel di Cina in cui natura póse 
Un Sol che 7 Sole illustra e gli Elementi: 

£/ altro, che i dolci Colli nostri indora, ■ 

Edi quel Montemagno ; on£ escon V a>cque 
Che d! Amor fonno un fonte sì tranquillo, (a) 

Questi de^ sacri ingegni eterna Aurora, 

Splene^ or^ marce della virtù, che nacque' 
Col gentil nostro ai^enturoso Pillo» 

(•) S^ allude alle rime di Bonaccorso da Montemagno che il 
PiUi pubblicò unite a quelle di Cirio . 



* 



6 

Al medesiiDO . 

Jrillo gentil j che de^piU chkiri ingegni 

Che maiformasse il sommo Sole in terra ^ 
OruCor^ a noi 5' apre Elicona e serra y 
Ne date al Mondo così grati pegni; 

In sin cì^ appariran d^ Alcide i Segni , 

E che ^l fuoco stara con F acqua in guerra , 
Mai non saran di voi spenti sotterra 
I leggiadri pensieri e i bei disegni; 

E V alcun taccj dalP invidia oppresso^ 
La fama vostra , e tenta farle offesa , 
Diralla Apollo alV onda di Parmesso : 

Ma Pistoia da voi^di gloria accesa. 

Terra sempre P onor nelF alma impresso, 
CK afar vi spinse una sì bella Impresa^ 



all' ILLUSTRISS. e REVERENDISS. MONSIG. 



IL SIGNORSÌ 

NICCOLO CAEt'dI SERMONETA 



CARDINALE DI S. EUSTACHIO 



Niccolò Pilli 

Jio noli voglio esser ora ricordevole^ Mons, mio II' 
liLstriss, e Res^érendiss. y che più anni sono deliberai 
con ambidue i Buonaccorsi vostri intimi familiari y 
che come prima avessi trovate tutte le Rime di m, 
Cino da Pistoia y le farei molto volentieri y prima 
che aogn^altro^ vedere a VS. Illustriss. e Reiferen^ 
diss, y da che sentivo allora infinitamente esservi gra^ 
te. E perciocché io al presente ne ho ridotte insieme 
la maggior parte y e che ancora mi e confermato da 
ni. Raffaello Macone mio consobrinoy e servidor vo» 
stro tanto iiffezionato y che le composizioni di qiuh 
sto Autore y benché antiche siano y molto vi debbiano 
dilettare^ umilmente le arreco a voiy aeciocche le 
veggiatCy e che piacendovi y mi facciate grazia di 
pigliarle in dono; sì perchè talora y con onestissimo 
diporto y gustiate appieno i bei concetti y i gravi sensi, 
le nuove invenzioni, e le antiche varietà di RirnCy che 



8 

in questa bella operetta si ritrovano ^ sì àncora per-- 
cìiè alla Memariai^d* un tanto scrittore si fa vera^ 
mente cosa gratissima, venendo elle in mano di un 
Signore ^ che le gusti y possi ^ quando voglia y correg- 
gerle j e che appresso di se {come fate voi) F abbia 
per carissima . Oltre che si scorgerà da tutti F altis- 
sima protezione y e P infinita chiarezza che ne riceve^- 
ra questo gran Giureconsulto e . Poeta , a\fvenga che 
essendo voi uno degli splendidissimi Raggi del som- 
ma Sole di questa nostra Cristiana Repubblica y pò- 
tra il Nostro m. Cino aver da voi il premio (T un 
sempiterno splendore y anzi della vera sua immorta^ 
lità che pressa a 3oo anni è stata ascosa. Ma inten- 
dendo ora la patria mia di Pistoia che io le abbi 
mandate fiori y per dir cosi , in questo picciol mondo 
di Roma , sotto V ombra e favore di VS. Illustriss. 
Reverendiss. , penso che ne sentirà tanC allegrezza 
e contento ^ quanto d^ ogni altra cosa che in questo 
giorno felice accader gli potesse ; concio sia cosa che 
dalla vostra illustriss. Casa , altri gentiluomini no^ 
stri Pistoresi son pur oggi medesimamente favoriti e 
beneficati; tal che con la molta verta e liberalith 
vostra y mostrate al mondo d'essere^ e per la chia- 
rezza del sangue e per F altezza dei costumi y nato 
veramente Signore; de^ quali e proprio remunerar lar^ 
gamente i servizjy usar liberalica verso gU amici ^ e 
sovvenire i poveri y ed ai luoghi pii nelle necessita 
loro; nel die avete imitato la santiss. memoria di 



9 

Papa Gelasio IL cognominato il gran Gio. Caeta^ 
noy che fu principio della granflezza della vostra 
III, Casay accresciuta dalla verta di Bonifazio VIII^ 
che per etema gloria di N, S, Dio , e della S. Sede 
Apostolica fece restaurare (^col sesto libbro dei De» 
cretali,) pitte le leggi nostre Cristiane. Piglierete 
dunque cortese ìnente tutte le Rime di questo gentilis'^ 
sima Poeta , del quale se altre mi verranno alle mxi» 
ni^ com^ sin qui rC ho di già qualche speranza ^ a 
VS: IlL parimente s^ irwieranno ^ con la vera effigie 
di m, Gino , cavata per mano di Giorgin d^ Arezzo, (a) 
dai Ritratti delV Illustrissimo Eccellentissimo S. Du» 
ea di Fiorenza . Io intanto con ogni riverenza ba^io 
le mani di F^S, III. e R, pregando N. S. Dio , che vi 
feliciti . Di Roma il giorno di S. Eustachio delLIX. 
Nella Sedia vacante di Paulo IV. 



(a) U Pilli non eseguì questo suo proponimento , almeno per quan- 
to apparisce dagli esemplari della sua edizione che rimangono. Di 
questo ritratto fatto dal Vasari vedasi la vita di M, Cino ap,^i. 



DELLE RIME 



DI MESSER GINO 



DA PISTOIA 



PARTE PRIMA 



SONETTO I. 

Oual dura sorte mia, Donna, acconsente 
Che '1 bel dir eh' umil rende ogn' empia Fera 
Vi facci , oltre 1 venir spietata e fera , 
Romper la legge de l' umana gente ? 

Son pur degli Elementi le semente 
I membri vostri, e l'alma vostra altera 
Del Ciel calando d' una in altra Sfera , 
Come non ha quel suon vivo a la mente? 

Non l'ha, poiché parlar né simiglianza 
N6n la muove , né suon : là dove io voglio 
Tacer, dissimil farmi , e pianger sempre . 

Forse con simil disusate tempre 

Piegherò voi, non già donna, ma scoglio, 
Da che la vostra , ogni durezza , avanza . 



12 PARTE J 

IL 

Io sin che gli occhi miei non chiude morte, 

Non avrann'unqua del mio cor riguardo, 

eh' oggi si miser fisi ad uno sguardo , . I 

Che ne li fur molte ferite porte; 
Ond' io ne son di già chiamato a morte 

Da Amor, che manda per messaggio un dardo y 

Il qual m'accerta che , seuz' esser tardo. 

Di suo giudizio avrò sentenza forte; 
Però che la mia vita in potestà te I 

Dice ch'egli ha, di si altero loco, 

Che dir mercè non vi potrà pietate; 
Or piangeranno li folli occhi il gioco , 

Ch'io sento per la lor gran vanitate. 

Appreso già dentro la mente il foco. 

III. 

10 son sì vago della bella luce 
Degli occhi traditor che m' hanno ucciso , 
Che là dov'io son vinto, e son deriso, 
La gran vaghezza pur mi riconduce , 

E quel che pare, e quel che mi traluce, 
M'abbaglia tanto l'uno. e l'altro viso, 
Che da ragione e da vertù diviso , 
Seguo sol' il desio come mio Duce; 

11 qual mi mena tanto pien di fede 
A dolce morte , sotto dolce inganno , 
Ch' io la conosco sol dopo '1 mio danno ; 

E mi duol forte del gabbato affanno ; 
Ma più mi duole , ahi lasso , che si vede 
Meco pietà tradita da mercede . 



PRIMA i3 

IV. 

II zaffir che dal vostro' viso raggia 
Si fortemente gli occhi m' innamora, 
eh' eglin si fanno miei signori all' ora 
ChJ aspetto Amor eh' a la morte m'ingaggia . 
S'a tal sorte m'incontra, ch'io non aggia 
Mercè da voi , onde convien eh' io mora ; 
Lasso che nel cor vostro non dimora 
Pietate , che del mio martirio caggia ; 
Voi sete pur gentile , accorta , e saggia , 
£ adorna del più bel che '1 mondo attraggia, 
Ma sol di voi quel poi m' uccide e accora 
eh' io veggio esser d' ogni pietà fora ; 

Tal che sol guai convien che da voi traggia, 
Come Donna crudel , Fera selvaggia . 

V. 
Saper vorrei s' Amor che venne acceso 
E folle molto di novel colore 
Quando vidi Madonna intomo al core. 
Se innani&i a lei 'l menò legato e preso; 
E s' a mercè niente è stato inteso 
Il fedel, dritto, e leal servidore, 
E se di sua sentenza sa il tenore , 
O se di pietà '1 piriego l' ha difeso : 
Di cip ch'io vo' saper, fort'è il ridotto, 
Ch'ella tanto è leggiadra, alta e vezzosa, 
eh' innanti a lei pietà non faria motto ; 
S'Amor non m'assicura, ch'ogni cosa 
Lusinga, vince, e può far, sì è dotto, 
Una selvaggia Fera esser pietosa . 



\ 



i4 PARTE' 

VI. 

Questa Donna che andar mi fa pensoso y 
Porta nel viso la virtù d' amore , 
La qual fa disvegliare altrui nel core 
Lo spirito gentil che y' è ascoso ; 

Ella m' ha fatto tanto pauroso , 

Poscia eh' io vidi quel dolce Signore 
Negli occhi suoi con tanto valore 
Di cui parlar veramente non oso . 

E s'awien poi che quei begli occhi miri, 
Io veggio in quella parte la salute, 
U' r intelletto mio non puote gire; 

Allor si strugge si la mia virtute , 

Che l'alma, onde si muovono i sospiri, 
S' acconcia per voler dal cor partire . 

VIL 

Sta nel piacer della mia Donna Amore 
Com'in Sol raggio, e'n ciel lucida Stella, 
Che nel muover degli occhi poggia al core, 
Si ch'ogni Spirto si smarrisce in quella; 

Soffrir non posson gli occhi lo splendore , 
Ne il cor può trovar loco, sì è bella, 
Che '1 sbatte fuor , tal eh' ei sente dolore ; 
Quivi si trova chi di lei favella : 

Ridendo par che s' allégri ogni loco , 
Per via passando, angelico diporto , 
Nobil negli atti , ed umil nei sembianti ; 

Tutt' amorosa di sollazzo e gioco , 
£ saggia di parlar, vita e conforto. 
Gioia e diletto a chi le sta davanti. 



PRIMA i5 



CANZONE I. 



Quando Amor gli occhi rilucenti e belli, 
Ch'han d' alto foco la sembianza vera, 
Volge ne' miei, si dentro arder mi fanno, 
Che per virtù d'Amor vengo un di quelli 
Spirti , che son ne la celeste sfera , 
Ch'Amor e gioia ugualmente in lor hanno; 
Poi , per mio grave danno , 
S' un punto sto che fisso non li miri , 
Lagriman gli occhi , e'I cor tragge sospiri; 

Così veggio che in sé discorde tene 
Questa troppo mia dolce e amara vita. 
Chi 'n un tempo nel ciel trovasi e 'n terra , 
Ma di gran lunga in me crescon le pene ; 
Per che cherendo ad alta voce aita , 
Gli occhi altrove mirando, mi fan guerra; 
Or se pietà si serra 

Nel vostro cor , fate eh' ognor contempre 
Il bel guardo che 'n ciel mi terrà sempre . 

.Sempre non già; poscia che noi consente 
Natura eh' ordinato ha che le notti 

■ 

Legati sien, non già per mio riposo, 
Perciò ch'allor sta lo mio cor dolente 
Ne sono all'alma i suoi pianti interrotti 
Del duol ch'ho per fin qui tenuto ascoso; 



i6 PARTE 

Deb se non v' è noioso 

Chi v'ama , fate almen , per ch'ei non mora , 

Parte li miri della notte ancora . 

Non è chi imaginar, non che dir pensi 
L'incredibil piacer, Donna, ch'io piglio 
Del lampeggiar delle due chiare stelle , 
Da cui legati ed abbagliati i sensi , 
Prende '1 mio cor un volontario essiglio, 
E vola al Ciel , tra l' altre anime belle : 
Indi dipoi lo svelle • 
La luce vostra, ch'ogni luce eccede, 
Fuor di quella di quel che '1 tutto vede . 

Ben lo so io , che '1 Sol tanto già mai 
Non illustrò col suo vivo splendore 
L'aer, quando che più di nebbia è pieno, 
Quanto i vostri celesti e santi rai. 
Vedendo avvolto in tenebre '1 mio core. 
Immantenente fer chiaro 'e sereno , 
E dal career terreno 
SoUevandol talor, nel dolce viso 
Gustò molti dei ben del Paradiso. 

Or perchè non volete più eh' io miri 
Gli occhi leggiadri u'con Amor già fui, 
E privar lo mio cor di tanta gioia ? 
Di questo converrà ch'Amor s'adiri , 
Che un core in sé, per vivere in altrui. 
Morto , non vuol eh' un' altra volta moia: 
Or se prendete a noia 
Lo mio Amor, occhi d'Amor rubegli, 
Foste per comun ben stati men begli : 



PRIMA ij 

Agli occhi della forte mia nemica 
Fa' canzon che tu dica , 
Poi che veder voi stessi non possete , 
Vedete ih altri almen quel che voi sete . 



MADRIGALE I. 

Amor , la doglia mia non ha conforto. 

Perchè è fuor di misura; 

Così la mia ventura 

Quando m'innamorò m'avesse morto. 
S'ella m'avesse, quando io dico, ucciso 

Non era il mio morire 

Grave più che si porti il corso umano; 

Ma or, s'io moro, perderò 'l bel viso, 

Dal qual tanto distrano , *" ■* 

In verità, mi sarà '1 dispartire , 

Che s'io potessi propriamente dire. 

Non credo fusse core. 

Sotto tua legge , Amore , 

Che non pigliasse martiro e sconforto . 



y 



i3 PARTE 

t 

Vili. 

/ Se 1 vostro cor del forte nome sente , 
Non m'udirete mai chiamar mercede, 
Anzi voi mi vedrete, per mia fede, 
Andar pensoso e lagrimar i^oveute; 

In sin che Morte, eh' a sì fatta gente 

' Suol apparir da poi che la si chiede , 
Non entrerà nel loco dov' ei siede , 
Vita np'avrò, se non selvaggiamente. 

Cosi m' Ka preso la beltate vostra , 
Che se mi disdegnate morto sono, 
Perchè Amor pur volermi uccider mostra ; 

E dice spesso , se di voi ragiono , 

Poi eh' ella gli occhi tuoi vinse in la giostra , 
Convien tenghi da lei la vita in dono . 

IX. 

Occhi miei, deh fuggite ogni persona, 
E col pianto emendate il gran fallire 
Ch'avete fatto; sì che di morire 
Sete più degni, che di cosa alcuna; 

S' Amor , per cortesia , non vi perdona , 
Consiglio vi anzi piangendo finire, 
Che voi vogliate lo mio cor tradire , 
Di ciò sovente l'Amor vi cagiona. 

Deh come mai apparirete avanti 
A quella Donna , da cui voi faceste , 
Per dipartir, sì dolorosi pianti? 

Diravvi, poi che voi non mi vedeste, 
Occhi vani , voi foste sì costanti , 
Che '1 cor eh' io aggio, sottrar mi voleste. 



PRIMA 19 

X. 

Lo fin piacer di quello adorno viso 
Compose 1 dardo che gli occhi lancìaro 
Dentro dal cor^ quando ver me giraro, 
Che sua beltà riguardavo sì fiso; 

Allor sentii lo spirito dil^isp 

t)a quelle membra che se ne turbaro , 
£ quei sospiri che dentro gli andaro, 
Dicean piangendo chel core era anciso; 

X^asso dapoi ne pianse ogni pensiero 
Ne la mente dogliosa che mi mostra 
Sempre davanti lo siio voler fero ; 

Per il qual se iHercede ad Amor chero, 
Dice y pietà non è in la virtù nostra 
Che tu la trovi, e cosi mi dispero . 

XI. 

Voi che per nuova vista di ferezza 
Vi sforzate di torroi quel desio, 
Che nacque allor che l' ardimento mio 
Fu privo di mirar vostra adornezza , 

Sapete che 1 mio cor n' ha tal vaghezza ^ 
Ch^ei volse ben da poi che lo sentio, 
Morire innanzi ch'averlo in oblio ; 
Di tal virtute è vostra gentilezza : 

iPerò , Madonna , quando pur volete 
Torre e farmi obliar si gentil cosa , 
Fowi saper che sol voi m'ancidete; 

Non già perchè di ciò siate dogliosa , 
Ch'io veggio che voi ben vi sforzerete 
D'esser sempre Selvaggia e disdegnosa . 



ao PARTE 

XII. 

Gli occhi Tostri gentili e pien d'Andre 
Ferito m' hanno col dolce guardare , 
Sì eh' io sento ogni mio membro accordare 
A doler forte, per ch'ei non ha'l core; 

Che volentieri '1 farei servidore 
Di voi Donna piacente , oltre al pensare, 
A gli aiti , e i bei sembianti , in cui traspare 
Ciò che si scorge in voi con gran bellore: 

Come potea d'umana natura, 
Nascere al mondo figura sì bella 
Com' voi che pur maravigliar mi fate ? 

E dico, nel mirar vostra beliate: 
Questa non è terrena creatura, 
Dio la mandò dal Ciel, tanto è novella! 
XUI. 

Tutto mi salva il dolce salutare , 

Che vien da quella ch'è somma salute, 
In cui le grazie son tutte compiute ; 
Con lei va Amor, e con lei nàto pare; 

£ fa rinnovellar la terra e '1 mare, 
£ rallegrare il Ciel la sua vìrtute , 
Già mai non fur tai novità vedute; 
Quali per lei ci face Amor mostrare. 

Quando va fuori adorna , par che '1 Mondo 
Sia tutto pien di spiriti d'Amore, 
Sì ch'ogni gentil cpr divien giocondo; 
Id il mio cor dimanda, ove m'ascondo? 
Per tema di morir voi fuggir fore: 
Ch' abbassi gli occhi , allor tosto rispondo. 



PRIMA it 

XIV. 

Se mi riputo di niente alquanto , 

Io ne ringrazio Amor che sua mercede , 

Facendo cortesia m'onora tanto. 

Che dentro del mio cor alberga e sede; 

E se biasmo non è'I verace vanto, 
Io dico che per grazia mi concede 
eh' io tragga del mio cor ciò ched io canto, 
Ond'io son presto morir per sua fede; 

Ancor m'ha fatto Amor più ricco dono, 
eh' a tal Donna m' ha dato in potestate , 
Che là si vede '1 Sole ov' ella appare ; 

E vince quello di sua chiaritate , 

Ond' io, perchè sta in ogni terra '1 suono^ 
Di suo gran pregio non oso cantare. 



BALLATA L 

1 o non domando , Amore , 

Fuor che potere il tuo piacer gradire , 

Così t' amo seguire 

In ciascun tempo, o dolce mip Signore, 

Però ch'io servo sempre ugual d'Amore; 
Quella Donna gentile 

Che mi mostrasti , Amor , subitamente , 

Un giorno si m'entrò dentro la mente, 

In sua sembianza umile , 

Veggendo se ne' suoi begli occhi stare , 



aa PARTE 

Che diletto al mio core , 
Di poi non s' è veduto in altra cosa , 
Fuor che quella amorosa 
Vista eh' io vidi, rimembrar tutt' ore : 
Questa membranza , Amor^ tanto mi piace, 
£ si r ho imaginata , 

Ch' io veggio sempre quel eh' io viddi allora. 
Ma dir non lo potria, tanto m'accora 
L' imagine passata 

Ch' ho nella mente : ma pur mi do pace. 
Che '1 verace colore 
Chiarir non si potria per mie parole • 
Amor , come si suole , 
Dir tu per me , là ov' io son servidore ; 
Ben deggio sempre onore 
Render a te, Amor, poi che'l desirc 
Mi desti d' ubbidire 
A quella Dpnna eh' è di tal valore. 



\ 



PRIMA 



^3 



XV. . 

Una gentil piacevol giovenella , 
Adorna vien d'angelica virtute , 
In compagnia di si dolce salute, 
Che qual la sente, poi d'Amor favella; 

Ella n' apparve agli occhi tanto bella , 
Che per entro un pensier al cor venut<5 
Son parolette non già ancor sentute, 
Ch' abbian vertù d' està gioia novella ; 

La quale ha preso sì la mente nostra, 
E covertata di si dolce Amore, 
Che 'la non può pensar se non di lei ; 

Ecco come è soave il suo valore, 

Che ne' begli occhi apertamente mostra, 
Ch' aver doviam gran gioia di costei . 

XVI. 

Madonne mie, vedeste voi l'altr'ieri. 
Quella gentil figura che m'ancide. 
Quella , se solo un pochettin sorride , 
Quale 1 Sol neve , strugge i miei pensieri ? 

Onde nel cor giungon colpi si fieri. 
Che della vita par ch'io mi diffide. 
Però , Madonne , qualunque la vide , 
O per via V incontrate , o per sentieri , 

Restatevi con lei ; e per pietà te , 
Umilemente fatenel' accorta , 
Che la mia vita per lei morte porta; 

E se ella pur , per sua mercè , conforta 
L'anima mia piena di gravitate, 
A dire a me , sta' san , voi la mandate . 



a4 PARTE 

XVII. 

• 

Vedete, Donne, bella creatura , 

Com' Sita tra voi maravigliosamente ? 
Vedeste mai cosi nuova figura , 
O cosi savia giovine piacente? 

Ella per certo V umana natura , 
£ tutte voi adorna similmente ; 
Ponete agli atti suoi piacenti cura , 
Che fan maravigliar tutta la gente . 

Quanto potete, a prova, l'onorate 
Donne gentili, ch'ella voi onora, 
E di lei 'n ciaspun loco si. favella . 

Unquemai par si trovò nobiltate , 

eh' io veggio Amor visibil che l'adora , 
E falle riverenza, sì è bella . 

xvm. 

In disnor e 'n vergogna solamente 
Degli occhi miei che mirarono altrui, 
Amor ha lo mio cor con esso lui 
Spinto per forza fuor della mia mente. 

Con quello spirto dolce , che sovente 
L'anima mia facea membrar di voi ; 
Sì eh' io non sono stato ardito poi 
Di mirar donna , o apparir fra gente : 

Ch'a li miei occhi vergognosi pare 
Che s'indovini ciascun come gli bave 
Amor trovati in fallenza ed in colpa; 

Ma gli occhi vostri amorosi gli scolpa , 
Che fanno , con il bel guardo suave , 
Ogni cosa, mirando, innamorare. 



j 



t 



PRIMA 25 



CANZONE IL 



iuom'in quegli occhi gentili, e n quel viao 

Sta Amor, ohe m'ha conquiso, 

Così stesse nel core, 

Che talorst di me pietade avesse . 
Avesse tanto Amor nel mio cor loco , 

eh' ei facesse mostranza , 

Sì che la mia pesanza 

Non paresse a costei sollazzo e gioco } 

E gli occhi suoi avesser tal possanza 

Che vedessero! foco. 

Che m'arde a poco a poco 

Dentro lo core senza riposanza : 

Deh che s' ora parlasse la pietanza , 

Ch'è nella mia sembianza, 

E venisse ancor fore 

Il core mio , che ciascun lo vedesse . 
Se veder si potesse lo c6r mio , 

Fera non è sì dura, ' 

Che della sua natura 

Fuor non uscisse a pianger sì com'io . 

Nato son , lasso, in. sì forte ventura, 

E in un punto sì rio. 

Che non vai, sì fallio. 

Chiamar mercè , sol che mi ponga cura ; 

Ch'io son di morte visibil figura, 



26 PARTE 

Si eh' ad ogn' uom paura 

Dovria far l'ombra mia, 

Che beli faria mercè chi m' uccidesse . 
Chi mi facesse far sol una morte 

Mercè faria e bene : 

Però che mi convene , 

Mille volte morire ad ognor forte . 

Lasso ch'io son d'Amor fuor d'ogni spene ^ 

E in l'amorosa corte, 

Non credo aver consorte 

Vivo né morto, di si grevi pene, 

Con il piacer che vene 

Per strugger la mia mente , 

Se sovente i pensier non deponesse . 
Solo un pensier d'Amor mi strugge tanto, 

Ch^io divengo men saggio , 

E più poter non aggio, 

Né mai alla mia vita aver mi vanto. 

In questo Mondo forte è'I mio dannaggio, 

E lo martìro e '1 pianto , 

E la pena di quanto 

Ho verso Dio fallito*, e falleraggio , 

Mai sempre in questo secol male avraggio , 

Ne mai punto allegraggio ; 

Però meglio era assai 

Che già mai cotal uomo non naàce^se . 



P R I.M A u7 



CAPITOLO L 



lo non so dimostrar chi ha il cor mio, 
Ne ragionar di lei , tanto è altiera , 
Ch'Amor mi fa tremar, pensando ch'io 

Amo colei eh' è di beltà lumiera, 

Della qual'esce un ardente splendore, 
Che già non oso guardar la sua ciera . 

Lasso! che, amando, la mia vita more, 
E già non saccio sfogar la mia mente , 
Si in alto loco m' ha condotto Amore . 

Quando '1 pensier divien tanto possente 
Che mi comincia sue virtuti a dire. 
Sento '1 suo nome chiamar nella mente, 

Che face li miei spiriti fuggire , 
Senza far motto venendo di fore ; 
Ma non ha poscia cotanto d' ardire , 

Per soverchianza di molto valore 
De r aspra pena che a lo cor m- è gionta , 
Ond' io rimango privo di colore . 

Amor , che sa la sua virtù , mi conta 
Di (juesta Donna sì alta valenza. 
Che spesse fiate lo suo saper monta 

.Di sopra la naturai conoscenza; 
£ temo vadi l' alma tosto fore , 
E conquiso divengo, e' n gran temenza , 

eh' io sento eh' ha di lei troppo timore . 



a8 PARTE 

BALLATA IL 






x\ngel di Dio simiglia in ciascun atto 
Questa giovine bella , 

Che m^lia con gli occhi suoi il cor disfatto; 
E di tanta virtù si vede adorna, 
CJhe chi la vuol mirare, 
Sospirando, convielli il cor lasciare; 
Ogni parola sua sì dolce pare. 
Che là, ove posa, torna 
Lo spirito che meco non soggiorna; 
Però che forza di sospir lo storna, 
£ pien d' angoscia è fatto 
Il loco d'onde Amor poscia Fha tratto. 
Io non m'accorsi, quando la mirai, 

eh' Amore assaltò gli occhi , onde disfatto 
Fuor dell' alma trovai 
La mia virtù , che per forza lasciai; 
£ non sperando di campar già mai , 

Di ciò più non combatto , 

Dio mandi il punto di finir pur ratto . 
Ballata, a chi del tuo fattor dimanda, 

Dilli, che tu lo lasciasti piangendo, 

£ comiato pigliasti. 

Che vederlo morir non aspettasti ; 

Però lui , che ti manda , 

A ciascun gentil cor lo raccomanda, 

eh' io per me non accatto, 

Com'più viver mi possi a nessun patto. 



PRIMA 29 

XIX. 

Se mercè non m' aita il cor si more , 
£ l'anima trarrà guai dolorosi , 
Et i sospiri usciranno dogliosi 
Della mia mente adorni di dolore; 

Poi che sentir li miei spiriti Amore 
Lei sol chiamar , son tutti vergognosi , 
Or che si senton di doglia angosciosi , 
Cheron piangendo 'I mio dolce valore. 

Io dico, in verità , che se mercede 
Non aita lo cor , che l' alma trista 
Gira traendo dolorosi guai . 

Egli è una virtù che ne conquista 

Ognor , quando di cor gentil procede, 
Ond'io aspetto che la venga ornai. 

Lasso, ch'io più non veggio il chiaro Sole, 
Né so per che ragion mi s è furato , 
Che ver di me non luce com' ei sole, 
Né mi riscalda , sì é raffreddato ; 

Membrandomi di lui forte mi ^ole, 

eh' io più noi veggio sì come era usato , 
Credo che '1 bel Signor d'Amor lo vuole , 
Per darmi pena, e non aggio peccato. 

Da che li piace di darmi tormento , 
Io lo riceverò con gran piacenza. 
Tanto eh' avrà di me conoscimento ; 

Ben credo certo ch'avrà conoscenza. 
S'io non gli avraggio fatto fallimento, 
£ spero eh' io n' avrò buona sentenza ^ 



7 



3o PARTE 

XXI. 

Sei viso mio a la terra s'inchina, 
£ di vedervi non si rassicura , 
Io vi dico, Madonna , che paura 
Lo face, che di me si fa regina ; ', 

Per che la beltà vostra pellegrina. 
Quaggiù tra noi soverchia mìa natura. 
Tanto, che quando vien , se per ventura 
Vi miro , tutta mia virtù ruina ; 

Sì che la Morte ch'io porto vestita, 
Combatte dentro a quel poco valore , 
Che vi rimane con pioggia e cion tuoni : 

Àllor comincia a pianger dentro al core 
Lo spirito vezzoso della vita, 
£ dice: o Amore, perchè m'abbandoni? 
XXII. 

L' anima mia vilmente è sbigottita 
Della battaglia che 'la sente al core. 
Che se pur s'avvicina un poco Amore 
Più presto a lei, che non soglia, ella more; 

Sta come quei , che non ha più valore , 
Ch' è per temenza dal mio cor partita , 
£ chi vedesse com'ella n'è gita. 
Dirla per certo; questi non ha vita. 

Per gli occhi venne la battaglia pria , 
Che roppe ogni valore immantenente , 
Sì che del colpo fier strutta è la mente ; 

Qualunque è quel che più allegrezza sente , 
S' ei vedesse il mio spirito gir via , 
Sì grande è la pietà, che piangerla . 



PRIMA 3i 

XXIII. 

La grave udienza degli orecchi miei , 
M' bave si piena di dolor la mente, 
Chel mio cor, lasso, doglioso si sente 
Involto di pensier crudeli e rei ; 

Però che mi fu detto da colei , 

Per cui speravo viver dolcemente , 
Cose, che si m'angoscian duramente, 
Che per men pena la morte vorrei; 

E sarebbemi assai meno angosciosa 
La morte, della vita ched io attendo. 
Poiché l'è piena di tanta tristizia; 

Che là ond'io credevo aver letizia, 
Pena dato m'è or si dolorosa. 
Che mi distrugge e consuma languendo . 



CANZONE IIL 

Uegno son io eh' i' mora , 
Donna, quando vi mostro, 
C!h' i ho degli occhi vostri Amor furato ; 
Che certo , si celato 
Men venni al lato vostro , 
Che non sapeste quando i n usci' fora ; 
Et or perchè davanti io non mi attento 
Mostrarlo in vista vera , 
Ben è ragion eh' io pera , 
Solo per questo mio folle ardimento : 
eh' io dovea innanzi , poi che cosi era , 



3ii PARTE 

Soffrir ogni tormento, 

Che farae mostramento 

A voi, ch'oltre a natura sete altera. 
Ben son stato ozioso , 

Poi eh' ho seguito quanto 

Mostrar ver me disdegno vi piacesse , 

Ma se non vi calesse 

Di mie follie alquanto , 

Destando! vostro cor non disdegnoso, 

Per ciò che questo Amor, eh' allor furai, 

Per $e stesso m'ancide, 

E dentro mi conquide, 

Sovente mi faria tragger più guai , 

£ 'n tal gliisa il mio cor, lassò , divide , 

Che dentro a lui menai; 

Donna mia, unque mai 

Cosi fatto giudizio non si vide . 
Di mio ardir non vi caglia, 

Donna, che vostra altezza 

Mover non si convien contro sì basso; 

Lasciatemi gir lasso , 

Ch'a finir mia gravezza 

Fo con la morte volentier battaglia ; 

Vedete ben eh' io non ho più possanza ; 

Dunque al mio folleggiar 

Piacciavi perdonar, 

Non per ragion, ma vincavi pietanza; 

Che fa vendetta ben più da lodare 

Signor, che perdonanza 

Usa, nel tempo ch'ei può gastigare. 



PRIMA 33 

XXIV. 

La bella Doana che n virtù d' Amore 
Mi passò per gli occhi entro la meate , ' 
Irata e disdegnosa spessamente 
Sì volge nelle parti ove sta '1 core ; 

E dice : s' io non vo di quinci fore 

Tu ne morrai , s* io posso , tostamente ; 
E quei si stringe paventosamente. 
Che ben conosce quant'è il suo valore. 

L'anima, che intende este parole , 
Si lieva trista per partirsi allora 
Dinanzi a lei, che tant' orgoglio mena; 

Ma vienle incontro Amor che se ne duole , 
Dicendo : tu non te ne andrai ancora : 
E tanto fa eh' ei la ritiene a pena . 

XXV. 

Oimè lasso , or sonv' io tanto a noia 
Che mi sdegnate si come nimico, . 
Sol perch'io V amo , et in ciò m'affatico, 
Ne posso disamar sì bella gioia . 

Morrò , da che vi piace pur eh' io moia , 
Che la speranza , per cui mi nutrico , 
Mi torna in disperanza , oltre ch'io dico , 
Così spietà, contro pietanza poia. 

Di tutto ciò ch'io mi pasceva in pace, 
E da vomì d'amor dolce conforto. 
Mi torna in guerra , sì viver mi face . 

Ma pur convien ched io per voi sia morto, 
Ch' uccider mi debb' io , poiché mi piace 
Per voi morir, ancor che saria torto . • 



34 PARTE 

XXVI. 

Se non si muor non troverà mai posa , 
Così r avete fortemente -in ira , 
Questo dolente, che per voi sospira 
Ne r anima ^ che sta nel cuor dogliosa; 

Et è la pena sua tanto angosciosa, 

Che pianger ne dovria ciascun che'l mira, 
Per la pietà, che pare allor, eh' ei gira 
Gli occhi, chemostran la morte entro ascosa. 

Ma poi v' aggrada ; non vuol già salute , 
Né ridotta il morir, come fan loro 
Li quai son forti nel terribil ponto . 

Pei: gli occhi vostri, che si accorti foro, 
Ne trasse di piacere una virtute, 
eh' a forza '1 cor se n' è a morte gionto . 

XXVII 

Deh com' sarebbe dolce compagnia 
Se questa Donna , Amor e Pietate , 
Fossero 'nsieme in perfetta amistate 
Secondo la vertù ch'onor disia; «i. .^i. 

fi r un de r altro avesse signoria , ^ 

£'n sua natura ciascun libertate, 
t^erch'il core alla vista d' umiltate, 
Simile fosse , sol per cortesia; 

Et io vedessi ciò, si che novella 
Ne portassi gioiosa all' alma trista ! 
Voi odireste lei nel cor cantare, 

Spogliata del dolor che la conquista ; 

Ch'ascoltando un pènsier, che ne favella, 
Sospirando si gitta in lei a posare . 



P ft I M A 35 

XXVIII. 

Il mio cor, che ne' begli occhi si mise, 
Quando sguardava in voi molto valore « 
Fu tanto folle, che fuggendo Amore, 
Davanti alla saetta sua s' assise 

Ferrata del piacer, che lo divise 
Si che per segno li stava di fore , 
E la temprò sì forte quel Signore , 
Che dritto , quivi traendo, V ancise . 

Morto mi fu lo cor , sì com' vo' od ite. 

Donna, a quel ponto, e non ve n'accorgeste j 
Così di voi la vertù non sentite: 

Poscia pietà te, che di me si veste, 
Lo v' ha mostrato , onde fiera ne gite , 
Né mai di me mercede aver voleste. . 



CANZONE IV. 







r9nd' io pur veggio che sen vola '1 Sole 

Et apparisce l' ombra , 

Per cui non spero più la dolce vista , 

Ne ricevuto ha l'alma, come suole. 

Quel raggio, che la sgombra 

D'ogni martiro, che lontano acquista; 

Tanto forte s' attrista e si travaglia 

La mente , ove si chiiide il bel desio , 

Che r ardente cor mio 

Piangendo ha di sospiri una battaglia , 

Che comincia la sera , 

£ dura insino alla seconda Sfera . 



36 PARTE 

. ► 

Allorch' io mi ritorno alla speranza ^ 

Et il desio si leva 

Col giorno che risquote lo mio core , 

Mi muovo e cerco di trovar pietanza, 

Tanto ched io riceva 

Dagli occhi il don , che fa contento Amore^ 

Ch' egli ha già , per dolore e per gravezza 

Del perduto veder più avanti morti. 

Dunque ch'io mi conforti 

Sol con la vista , e prendane allegrezza 

Sovente in questo stato, 

Non mi par esser con ragion biasmato. 
Amor, con quel principio onde si cria , 

Sempre '1 desio conduce , 

E quel per gli occhi innamorati vene ; 

Per lor si porse quella fede in pria 

Da Tuna a T altra luce 

Che nel cor passa, e poi diventa spene; 

Di tutto questo ben son gli occhi scorta . 

Chigi! occhi, quando amanza dentro è chiusa^ 

Riguardando non usa , 

Fa come quei che dentro arde , e la porta 

Contro al soccorso chiude ; 

Debbesi usar degli occhi la vertude. / 
Vanne, Canzone raia^ di gente in genite, 

Tanto che la più gentil Donna trovi, 

£ prega che suoi nuovi 

£ begli occhi amorosi, dolcemente 

Amici sian de' mìei , 

Quando, per aver vita, guardan lei. 



PRIMA 37 

XXIX. 

Ahi Dio ! come d' accorse in forte ponto 
Per me dolente quella che m'ancide , 
Che'l dolce Amor, che ne' suoi occhi ride^j 
M' avia lo cor di sua biltate ponto ; 
Ch' ogni fiero voler irato gionto 

Fu nel suo cor, com'ella se n' avide; 
E nacque ciò che pietà conquide , 
E mi fa andar consumato e defonto ; 
E porta , non so come a dirlo in carte , 
Per la forza d'Amor, un disio ignudo, 
Che giamai si vestio di buon sembiante . 
Ahi lasso, quante lagrime n'ho sparte; 
E '1 suo core è 'n ver me si fiero e crudo , 
Ch' ei non soffrisce ch'io le miri avante . 

XXX 
L'intelletto d'Amor, che solo porto, 
M' ha si depinta ben- propiamente 
Quella Donna gentil dentro alla mente, 
Ch' io là veggio lontano il mio conforto ; 
Si che resta di pianger lo cor morto 
fjntro queir or' in l'anima dolente, 
Veggendola si bella, ch'ei consente, 
Che sia ragion ciò che pietà fa torto . 
Confuggere mi fa in nuova santenza , 
Cosi de r altra mi parte spess' ore 
Questa gentil et alta intelligenza. 
In cui risplendé deità d'Amore, 
E luce a me per la somma piacenza 
Di quella Donna, ch^ba tanto valore . 



38 Parte 

XXXL 

Tu, che sei voce , che lo cor conforte , 
E gridi , e 'n parte , dove non può stare 
L'anima nostra, tue parole porte. 
Non odi tu '1 Signore in lei parlare? 

E dir, che pur con^ien^, che mi dia morte 
Questo novello spìrito, ch'appare 
Dentro d' una vert^i gentile e forte , 
Si che qual fiere, non può pia campare. 

Tu piangerai con lei , s ascolti bene , 
eh' esce per forza de' molti martiri 
D'esto suo loco^ che si spesso muore; 

£ fuor degli occhi miei pieno ne viene 
De le lagrime ch'escon de' sospiri, 
Ch'abl^ondan tanto, quanto fa '1 dolore. 

XXXU. 

Il dolor grande che mi corre sovra 
Da ciascun canto, per tormi la vita, 
Sol per cagion de la mia dipartita 
L'anima da lo cor , per forza , sovra , 

E si , che quella sconsolata povra 
Sen va dogliendo che nessun l'aita; 
E s' ella vede la mente romita , 
Non ha ardimento, che di ciò si scovra. 

Ma gli occhi miei che son presi di pianto 
In quel desio , che gli distrugge forte , 
Fan, ch'altri se n'accorge lagrimando; 

Anzi il dimostran^li distrutti tanto, 

Ch'a ogn' uom par vedere in lor la morte , 
eh' io provo , lunge da Madonna stando . 



;^ 



PRIMA 39 



CANZONE V. 



X erchè nel tempo rio 

Dimoro tuttavia aspettando peggio,: 

Non so com'io mi deggio 

Mai consolar, se non m'aiuta Dio, 

Per la morte eh' io chieggio 

A lui, che venghi nel soccorso mio, 

Che miseri , com' io , 

Sempre disdegna, coni' or provo e veggio; 

Non mi vo' lamentar di chi ciò face, 

Perch' io aspetto pace 

Da lei, su '1 punto de lo mio finire, 

eh' io le credo servire , 

Lasso, cosi morendo. 

Poi le dispiaccio e disservo , vivendo . 
Deh che m'avesse Amore, 

Prima ch'io '1 vidi , immantenente morto, 

Che per biasmo del torto , 

Arebbe a lei et a me fatto onore ^ 

Tanta vergogna porto 

De la mia vita , che testé non more , 

Ch' è peggio del dolore 

Il qual d' Amor la gente disconforta • 
eh' una cosa è Amor e la Ventura , 

Che soverchion natura , 

L'un per usanza, e l'altra per sua forza. 



'^v 



4o PARTE 

Si eh' io to', per men male, 

Morir, contro a la voglia naturale. 
Questa mia voglia fera 

£ tanto forte, che spesse fiate. 

Per l'altrui potestate , 

Daria al mio cor la morte più leggiera ; 

Ma , lasso ! per pietate 

Dell' anima mia trista che non pera, 

£ torni a Dio qual'era , 

£lla non muor, ma viene in gravitate; 

Ancor ch'io non mi creds^ già potere 

Finalmente tenere 

Che a ciò per soverchianza non mi mova, 

Ma avrà forse mercede 

E quel Signor di lei che questo vede . 
O canzonetta mia, tu starai meco 

Accioch' io pianga teco , 

Ch' io non so là dove tu possi andare , 

Ch'apo lo mio penare 

Ciaschedun altro ha gioia; 

Non vo'che vadi altrui facendo noia. 



PRIMA 4i 

XXXITI. 

Io sento pianger l'anima nel core , 

Sì eh' agli occhi fa pianger li suoi guai , . 
£ dice : oimè lasso , io non pensai 
Che questa fusse di tanto valore ; 
Che per lei veggio la faccia d'Amore 

Vie più crudel , eh' io non vidi già mai , 
E quasi irato mi dice: che fai 
Dentro questa persoua , che si more ? 
Dinanzi agli occhi miei un libro mostra, 
Nel quale io leggo tutti que' martiri , 
Che posson far vedere altrui la morte . 
Poscia mi dice: o misero, tu miri 
Là ov' è scritta la sentenza nostra , 
Che tratta del piacer di costei forte? 

XXXIV. 
Ciò eh' io veggio di qua m' è mortai duolo , 
Poiché io son lunge in fra selvaggia gente, 
La quale io fuggo , e sto celatamente. 
Perchè mi trovi Amor col pensier solo . 
Ch' allor passo li monti , e ratto volo . 
Al loco ove ritrova il cor la mente, 
Imaginando intelligibilmente. 
Mi conforta un pensier , che tesse un volo . 
Così non morragg'io, se fia tostano 
Lo mio redire a far si , ched io miri 
La bella gioia da cui son lontano , 
Quella, ch'io chiamo, lasso! coi sospiri^ 
Perch' odito non sia da cor villano , 
])' Amor nemico, e degli suoi desìri. 



/ 



4a PARTE 

XXXV. 

Guarda crudel giudicio che fa Amore 
Di me , perchè pielà non mi fu intesa ^ 
Quando disse a Madonna eh' era presa 
La mente mia per lo suo gran valore . 

Egli ha spogliato il doloroso core 
E' 'nnanzi a gli occhi m'ha la vita appresa^ 
E fieramente con sua face accesa 
Va tormentando l'anima che .muore. 

Questa sentenza d' Amor , che fu data 
Per crudeltate della Donna mia , 
Come crudele, ad effetto è mandata; 

E mai non spero ch'altro di me sia, 
Se vertù nuova , da lo Ciel mandata 
Non è , per la pietà , eh' ella sen già . 

XXXVI. ^ 

Donna, io vi n!iiro, e non è chi vi guidi 
Nella mia mente , parlando di vui ; 
Tanta paura ha l'anima d'altrui. 
Che non trova pensier in cui si fidi . 

Ond'ella pur convien che pianga e gridi 

Dentro a lo core, ne' sospiri sui, 
i Per quella Donna, de la quale io fui 
Si tosto preso , pur com'io la vidi . 

Ella mi tiene gli occhi su la mente , 
E la man dentro al cor, com' una fiera 
Nemica di pietà crudelemente . * 
Non si può atar' in nessuna maniera ; 
Che, s'essere potesse, solamente 
Sareste voi , e non più quella , altiera ^ 



PRIMA 43 



CANZONE VI. 



Ju uom che conosce è degno ch'abbia ardire, 

£ che s'arrischi 9 quando s'assicura 

Ver quello , onde paura 

Può per natura o per altro , avvenire ; 

Così ritorn'io ora, e voglio dire 

Che non fu per ardir s'io puosi cura 

A questa cria tura, 

Ch'io viddi quel „ che mi venne a ferire . 
Perchè mai non avea veduto Amòre , 

Cui non conosce '1 cor, se non lo sente; 

Che par, imprimamente, una salute, 

Per la virtute de la qual si cria, 

Poscia a ferir va via 

Veloce come face acuto dardo , 

Ratto che si congiunge il dolce sguardo . 
Quando gli occhi rimiran la beltate, 

£ trovan quel piacer, destan la mente; 

L'anima e il cor lo sente, 

£ miran dentro la proprietate , 

Stando a veder senz' altra volontate. 

Se lo sguardo s'aggiunge immantenente. 

Passa nel cor ardente 

Amor, che par ch'esca di chiaritate; 

Così fu' io ferito in riguardare; 

Poi mi volsi, dicendo con sospiri,, 






44 



PARTE 



Non sarà più ch'io '1 miri, 

Ancor ch'ornai io non possa campare, 

Che se '1 vo'pur pensare , 

Io tremo, impallidisco, e agghiaccio tutto, 

£ 'n tal guisa conosco il cor distrutto . 
Poi mostro che la mia non fu arditanza ^ 

Perch'io rischiassi il cor ne la veduta , 

Ben dir posso , è venuta 

Ne gli occhi miei drittamente pietanza, 

£ sparto ha per il viso una sembianza , 

Che vien dal cor dov'è si combattuta 

La vita , eh' è perduta , 

Perch' al soccorso suo non è provisto . 

Questa pietà vien come vuol natura , * 

£ dimostra 'n figura lo cor tristo , 

Per far di mercè acquisto , 

La-<}ual si chiede^, come si convene , 

Là ove mai non vene 

Forza di spada, né d'alcun Signore, 

Che ragion tenga di colui che more . 
Canzone , udir si può la tua ragione , 

Ma non intender si che sia approvata , 

Se non da innamorata 

E gentil alma , dove Amor si pone ; 

E però tu sai ben con quai persone 

Dei gir a star per esser' onorata ; 

E quando sei guardata. 

Non sbigottir, ma sta'n tua opinione. 

Che ragion t' assicura e cortesia ; 

Mettiti dunque nella via palese , 



PRIMA 4^ 

E sia a ciascun servente, umil , cortese. 
Liberamente, come vuoi, t'appella, 
E di' che sei novella 

Del miser cor, d'un che pur dianzi vide 
Quel gran Signor, che chi lo guarda uccide 



XXXVII. 



O voi che siete ver me sì giudei , 

Che non credete il mio dir senza pruova, 
Guardate , se press' a costei mi truova 
Quello gentile Amor, che va con lei; 

Come gli abbandonati spirti miei , 

Ne '1 valor mi riman che gli occhi muova , 
Ma sento si rinfresca , e si rinnuova • 

Quella ferita , la qual ricevei 

Nel tempo , che de' suoi occhi si mosse 
Lo spirito possente e pien d^ ardore , 
Che passò dentro sì , che '1 cor percosse . 

Onde i sospiri miei parlan dolore; 
Però che l' alma mai non si riscosse , 
Che tramortio allor per gran tremore . 



1 



/J« PARTE 

XXXVIII. 

L' Anima mia che va si pellegrina 
Per quelle parti , le quali for sui , 
Quando trova il Signor parlar con voi 
Per la vostra vertute se gli inchina : 
£ poi davante se li pon meschina , 

Dicendo: io veggio , Amor, ciò che tu vuoi, 
£ piange entro quell'or pregando lui, 
Ch'aggia mercè de lo suo cor, che fina. 
Amor che'l pianto suo doglioso vede , 
Parlando in un sospiro a lei si gira 
£ dice che mort' è quella mercede : 
Poscia si duol con lei della vostr ira; 
La qual non s^ trovar onde procede , 
Per quel che Voi sembiate a chi vi mira . 

XXXIX. 
Awegna che crudel lancia intraversi 
Nell'alma questa gioven Donna, gente. 
Co' suoi begli occhi molto fuoco versi 
Neil' anima , che m'arde duramente . 
Non starò di mirarla fisamente. 

Ch'ella mi par si bella in que'suoi persi. 
Ch'io non chieggio altro che ponerle mente , 
Poi di ritrarne Rime e dolci Versi ; 
£, se di lei m' ha preso Amor, non poco 
Lodar lo deggio , quando in me si mise; 
Che per sì Bella ancor nissun no' uccise: 
£ , se già mai alcun morendo rise , 
Cosi degg'io tener la morte a gioco ^ 
Da che mi vien di così alto loco. 



1>RIMA 47 



CANZONE VII, 



lo non posso celar il mio dolore , 
Per ch'esser riii convien di for dolente, 
Com'è l'anima dentro a lo suo core ; 
£ mi si pose davanti la mente 
Con quei pensier , che poi vi dormir poco, 
Ma pur sovente mi rinforza 'l foco , 
Parlando del dolor , del qual son nati 
Quelli miei sconsolati 
Sospiri, che per lor grand' abbondanza, 
Yincon la mia possanza 
Venendo con tremor tosto di fore , 
Quando mi fa membrar mia Donna Amore. 

L' imagìnar dolente che m'ancide, 
Davanti mi dipinse ogni martìro , 
Ch'io debbo, in sin ch'avrò vita, soffrire. 
La mia natura combatte e divide 
Morte , eh' i' veggio là ovunque giro , 
Che seco se ne vuol l' anima gire , 
Ch'Amor eh' a lato le venne a ferire 
In tal guisa '1 mio cor , che si morio; 
Ne le lasciò desio , 
eh' aggia virtù di consolarlo mai , 
Ch' allor eh' io riguardai , 
Vidi mia Donna che pietade ancise , 
eh' indi poi morte ne' miei occhi mise . 



48 PARTE 

Per r accidente che vince natura 

Ne la guerra d' Amor , trovo sconfitta 

La mia virtù, che non ha alcun sostegno . 

Novo color per la mia faccia oscura 

Entra, e per gli occhi miei lagrime gitta^ 

L'alma chiede passar ne Taltrui régno , 

Lasso ! che spesso veggendo divegno 

Per simiglianza in figura d'uom morto, 

Piangendo quel conforto. 

Ch'io veggio nella morte solamente, 

Ch'ancor naturalmente 

Per la ragion mi dolesse '1 morire , 

Pareami'n quel dolor gioia sentire. 

Quando la mente talor si rifida , 
Entra Madonna ne li pensier miei, 
eh' immantenente sospiri si fanno; 
Svegliasi Amore e ad alta voce grida 
Fuggite spirti miei : ecco colei 
Per cui martìr le vostre membra aranno, 
.Onde con gran spavento fuor ne vanno. 
Chi udisse un di que', che campa poi. 
Contar i dolor suoi, 
eh' ei riman vivo senza compagnia , 
Certo già non sana 

Tanto crudel, che non piangesse allora, 
In quanto 3ono umana creatora . 

Canzone, io t'ho di lagrime assemplata, 
E scritta nella trist' anima mia , 
Che seco ne la mente te n'andrai ; 
Quivi starai soletta e scompagnata , 



PRIMA 49 

£ fuggirai donde sollazzo sia. 

Secondo le parole che tu hai , 

Se gentil cor ti legge, il pregherai 

Che a quella Donna , per lo cui valore 

M' ha si disfatto Amore , 

Ti^neni con fidanza, che t'intenda, 

E che '1 dir non Y offenda ; 

Tu vedrai , solo al nome, s'a lei piace , 

A lei , che al miser mio cor guerra face . 



XL. 



Gli atti vostri, li sguardi, e'I bel diporto, 
Il fin piacere , e la nuova beltate 
Fanno sentir al cor dolce conforto , 
Allor che per la mente mi passate . 

Ma riman tal , eh' è via peggio che morto , 
Poi quando disdegnosa ve n'andate; 
E , s'io son ben della cagione accorto, 
Gli è sol per il desio che 'n lui trovate ; 

Il quale indi non può senza la vita 
Da me partir , ben lo sapete omai , 
Però forse v'aggrada mia finita ; 

Et io ne vo' morir, anzi che mai 

Faccia del cuor, quarit'ei vive, partita j 
In tal guisa d^ voi pria l'acquistai. 



5o PARTE 

XLI. 

Ben' è si forte cosa il dolce sguardo , 
Che fa gridar di bel piacere Amore , 
Ch'i' ho sì chiuso, per finir, lo core, 
Che non mi puote l'uomo aver riguardo. 

Però lo chiamo invisibile dardo, 

Ch'entra per gli occhi , e non può star di fore; 
Morte è del core, e dell'alma dolore, 
E poi eh' è gionto , ogni -soccorso è tardo . 

Formasi dentro in forma et in sembianza 
Di quQlla Donna, per la qual si pone 
Lo spirito d' Amor in soverchianza; 

£ non può stare in mezzo per ragione. 
Che d'ogni piacer tragge ugual possanza, 
Poscia che è giunto da perfezione . 

XLII. 

Amor è Uno spirito eh' ancidé , 
Che nasce di piacer, e vien per guardo, 
E fiere il cor, si come face dardo. 
Che l'altre membra distrugge e conquide . 

Da lo qual vita e lo valor divide. 

No' avendo di pietad' alcun riguardo, 
Come mi dice la mente ov'io ardo, 
E r anima smarrita che lo vide . 

Quando s'assicurar gli occhi miei tanto. 
Che guardaro una Donna ch'io 'ncontrai, 
Che mi ferio '1 cor in ogni cantò : 

Si foss'io morto, quando la mirai; 

Ch'altro non ebbi poi , che doglia e pianto, 
E certo son che non avrò giamai . 



PRIMA 5i 

XLin. 

Moviti , Pietate , e va' incarnata , 
E della veste tua siano vestiti 
Questi miei messi , che paian nodriti , 
E pien della vertù che Dio t' ha data : 

E 'nnanzi che cominci tua giornata, 
( Se ad Amor piace ) fa che tu inviti , 
E chiami gli miei spiriti smarriti , 
Per gli quai sia la lor chiesta provata . 

E , dove tu vedrai Donne gentili , 
Quivi girai, che là ti vo' mandare, 
E dono d'udienza da lor chiedi: 

Poi di' a costor ; gittative a' lor piedi , 
E dite chi vi manda , e per che affare : 
Udite, Donne, esti Valletti umili . 

XLIV. 

Uomo , lo cui nome per effetto 
Importa povertà di gioi' d' Amore , 
E ricco di tristitia, e di dolore. 
Ci manda a voi , come pie^à v' ha detto ; 

Lo qual venuto nel nostro cospetto 
Sarehbe volentier, s'avesse il core; 
Ma non lo lascia di viltà tremore, , 

Perchè gì' ingombra angoscia l' intelletto . 

Se voi vedesse appresso la sua vista, 
Farebbevi nel cor tutte tremare ; 
Tant' è in lui vìsibil la pietate : 

Di mercè avare , Donne , non gli siate , 

Che per la speme , eh' ha per voi campare , 
Di vita pasce l' anima sua trista . 



7 



-j. PARTE 



CANZONE Vili. 



^MiaMaMB 



La bella Stella , che 1 tempo misura , 
Sembra la Donna che m'ha innamorato, 
Posta nel Ciel d'Amore; 
£ come quella fa di sua figura 
A giorno a giorno 1 mondo illuminato. 
Cosi fa questa il core , 
A li gentili et a quei eh' han valore , 
Col lume che nel viso gli dimora , 
E oiaschedun V onora , 
Però che vede in lei perfetta luce, 
Per la qual nella mente si conduce 
Piena vertute, a chi se n'innamora: 
E questa è , che colora 
Quel ciel d'un lume, ch'a gli buoni è duce. 
Con lo splendor , che sua bellezza adduce . 

Da bella Donna , più ch'io non diviso, 
Son io partito innamorato tanto , 
Quanto conviene a lei , 
E porto. pinto nella mente il viso , 
Onde procede il doloroso pianto, 
Che fanno gli opchi miei: 
O bella Donna , luce eh' io vedrei , 
S' io. fosse là dov' io mi son partito , 
Afflitto sbigottito , 
Dicea tra se, piangendo, il cor dolente; 



PRIMA sa 

che non sarà né '1 mio parlar odito, 
Per eh' io non son fornito 
D'intelletto, a parlar co§ì altamente, 
Né a contar' il .mio mal perfettamente . 

Da lèi si muove ciascun mio pensiero, 
Perché l'anima ha preso qu|ilitat(p 
Di sua bella persona, 
E viemmi di vederla un desidero, 
Che mi reca il pensier di sua beltate, 
Che la mia voglia sprona 
Pur ad amarla, e più non m'abbandona; 
Ma fallami chiamar senza riposo . 
Lasso, morir non oso^ 
E mia vita dolente in pianto meno, 
Che. s' io non posso dir mio duolo a pieno , 
Non mei voglio però tenere ascosjo , 
eh' io ne farò pietoso 
Ciascun , cui tiene il mio Signor a freno , 
Ancora ch'io ne dica alquanto meno . 

Riede a la mente mia ciascuna cosa , 
Che fu da lei per me già mai veduta , 
O ch'io l'odisse dire: , 

E fo come colui che non riposa , 
E la cui vita a più a più si stuta , 
In pianto ed in languire , 
Da lei mi vien d'ogni cosa il martire , 
Che se da lei pietà mi fu mostrata , 
Et io r haggio lassata , 
Tanto più di ragion mi de' dolere; 
£ s' io la mi ricordo mai parere 



54 PARTE 

Ne' suoi sembianti verso me turbata ^ 
O ver disnamorata , 
Cotal m'è or , qual mi fu a vedere , 
E viemmene di pianger più volere. 
L' innamorata mia vita si Aigge 
Dietro al desio , eh' a Madonna mi tira 
Senza niun ritegno , 
E'I gratade lagrimar, che mi distrugge , 

Quando mia vista bella donna mira, 

ùviemmi assai più pregno, 
E non sapre' i' dir quaF io divegno ; 
Ch'io mi ricordo allor, quand'io vedi^ 
Talor la Donna mia , 
E la figura sua, ch'io dentro porto. 
Surge si forte , eh' io divengo morto . 
Ond'io lo stato mio dir non potria, 
Lasso ! eh' io non vorria 
Già mai trovar chi mi desse conforto, 
Fin eh' io sarò dal suo bel viso scorto . 
Tu non sei bella , ma tu sei pietosa , 
Canzon mia nuova, e cotal te n'andrai 
Là dove tu sarai 

Per avventura da Madonna odita : 
Parlavi riverente, e sbigottita 
Pria salutando , e poi si le dirai: 
Com'io non spero mai 
Di più vederla anti la mia finita , 
Poscia non creggio aver si lunga vita . 



PRIMA 5S 



CANZONE IX. 



JJa che ti piace, Amore, ch'io ritorni 
Ne r usurpato oltraggio 
Dell'orgogliosa e bella, quanto sai 
Allumale lo cor, si che s'adorni 
Dell' amoroso raggio , ^ 

A non gradir , ch'io sempre traggia guai, 
E se prima intendrai 
La nuova pace , e la mia fiamma forte , 
E '1 sdegno , che mi cruciava a torto , 
E la cagion per cui chedeva morte , 
Sara' iv' in tutt' accorto : 
Poscia se tu m' uccidi , et haine voglia , 
Morrò sfogato, e fiemene men doglia. 
Tu conosci , Signore , assai di certo , 
Che mi creasti atto 

A servirti, ma non er io ancor morso , , 
Quando di sotto '1 Ciel vidi scoperto 
Lo volto , ond'io son capto, 
Di che gli spiritelli ferno corso 
Ver Madonna a destrorso , 
Quella leggiadra , che sopra vertute , 
£ vaga di beltate di se stessa , 
Mostra ponerli subito a salute : 
Allor fidansi ad essa , 
E poi , che furon stretti nel suo manto , 



56 PARTE 

La dolce pace li converse in pianto . 
Io che pur sentia coator dolersi , 

Come l'affetto mena, 

Molte fiate corsi avanti lei; 

L' anima , che per ver dovea tenersi , 

Mi porse alquanto lena, 

Ch'io mirai fiso gli occhi di costei: 

Tu ricordar ten dei , 

Che mi chiamasti col viso soave, 

Ond' io sperai allento al maggior carco , 

E tosto che ver me strinse la chiave , 

Con benigno ramarco, 

Mi compiagneva, e in atto sì pietoso, 

eh' al tormento m' infiammo più gioioso . 
Per la vista gentil , chiara, e vezzosa, 

Venni fedel soggetto , 

Et aggradiami ciascun suo contegno, 

Gloriandomi servir sì gentil cosa : 

Ogni sommo diletto 

Posposi per guardar nel chiaro segno , 

Sì, ma quel crudo sdegno 

Per consumarmi ciò che ne fu manco > 

Coperse l'umiltà del nobil viso. 

Onde discese lo quadrel nel fianco , 

Che vivo m'have occiso , 

Et ella si godea vedermi in pene , 

Sol per provar se da te valor vene • 
r così lasso , innamorato e stracco 

Desiderava morte. 

Quasi per campo diverso martiro , 



PRIMA 57 

Che'l pianto m'avea già sì rotto e fiacco, 
Oltr'a l'umana sorte, 
Ch io mi credea ùltim' ogni sospiro : 
Per l'ardente desiro. 
Tanto poi mi costrinse a sofferire. 
Che per V angoscia tramortitti iri terrj^ , 
E nella fantasia odiami dire , 
Che di cotesta guerra 
Ben converria eh' io ne perisse ancora , 
Si eh' io dottava amar per gran paora . 
Signor , già tu m' ha' intesa 

La vita, eh' io sostenni teco staqdo ; 
Non eh' io ti conti questa per difesa , 
Anzi t'obedirò nel tuo comando, 
Ma se di tale impresa 
Rimarrò morto, e che tu m'abbandoni. 
Per dio , ti prego , almeno a lei perdoni . 



V 



58 • PARTE 

XLV. 

Udite la cagion de' miei sospiri , 

Se già mai fu per me nata mercede ^ 
Qualora il mio pensier fra me si riede, 
E chiama innanzi a se li miei desiri : 

Presentansi pien tutti di martiri , 
Che vengon dalla vista, che procede 
Dalla ciera gentil , quando mi vede, 
Che come suo nemico par mi miri . 

Laond' in ciò mi struggo, e v6 a morire 
Chiamando morte , che per mio riposo 
Mi toglia innanzi chedio mi dispiri; 

Miranla gli occhi miei si volentieri. 
Che contr al mio voler mi fanno gire, 
Per veder lei , cui sol guardar non oso . 

XLVI. 

Pietà e mercè mi raccomande a voi , 
E rimembrar vi faccia la mia pena, 
Quand'è con voi, quella ch'orgoglio mena^ 
Ferezza , e crudeltà verso colui. 

Che ha smarriti gli spiriti suoi , 

Per la tempesta d'Amor che no' allena; 
E quella , eh' è di grazia e vertù piena , 
Madre di Dio , ve ne ricangi poi : 

eh' a me saria sì gran don di salute , 
L'allegra ciera sua ver me a tutt'ore , 
Che non la mertarei ancor per morte . 

Lasso, ch'io sono in fortuna si forte. 
Che ne piange pìetate et Amore , 
Che le' signoreggiar no' avrà vertute. 



PRIMA $9 

XLVII. 

Gentil Donne valenti , or m'aitate 
Ch'io non perda così l'anima mia, 
£ non guardate a me qual io mi sia , 
Guardate , Donne , alla vostra pietate . 

Per dio , qualora insieme vi trovate, 
Pregatela, ch'umìl verso me sia, 
Ched altro già il mio cor non disia. 
Se non che veggia lei qualche fiate; 

Che non è sol de' miei occhi allegrezza , 
Ma di quei tutti, eh* hanno da Dio grazia 
D' aver valor di riguardarla fiso ; 

Ch'ogn' uom che mira il suo leggiadro viso, 
Divotamente Iddio del ciel ringrazia, 
£ ciò eh' è tra noi qui nel mondo sprezza. 

XLVIII. 

Io trovo '1 cor feruto nella mente , 
Ch' una Donna vel tien per suo valore , 
Col quale insiememente ella et Amore, 
Per gli occhi mi passò sottilemente ; 

£ trasselo del luoco immaat^enente. 

Perchè non sanò 1 colpo y ónde sen muore, 
Anzi cresce , e poi muore a tutte l' ore , 
In essempio d'Amor quant'è possente! 

Questo cuore dimora ov' arde il fuoco 
Si forte, che ne piangeno i sospiri 
Folli, e le fiamme ch'escon di quel luoco ; 

E per lor forza convien eh' io mi giri 
E pieghi , come quel eh' ha valor puoco , 
Ch' al punto è gionto de' crudei martiri . 



6o PARTE 

IL. 

Quella Donna gentil , che sempre mai , 
Poich' io la vidi , disdegnò pietanza , 
Mi mena con tant'ira in disperanza, 
Che U cuor dispregia la sua vita ornai ; 

Et i pensier mi dicon : tu morrai , 
Che non puoi viver senza desianza ; 
E certo ch'io non so d'està possanza 
Altra cagion, se non ch'io la mirai. 

Adunque si può dir, che mi furrei 

Gli occhi a quell'ora, che gli prese al guardo^ 
La dolce forza del piacer eh' è in lei: 

Ma mentre i' faccio a lei fiso riguardo 
Dico , che ancora i' non men guarderei , 
Se ben io porto in mezz' al core il dardo. 

L. 

Ora sen esce lo spirito mio , 

Donde avia un pensier entro nel core, 
E con Madonna, parlando d'Amore, 
Sotto pietate si covre al desio . 

Perch'ella chiama la follia, ch'io 
Vo seguendo e mostrandone dolore, 
E par che sogni, e sia com'uomo fuore 
Del senno, che se medesm'ammattio. 

Per questa via che fa lo mio pensiero. 
Fra me roedesmo vo parlando, e dico, 
Che'l suo sembiante non mi dice il vero , 

Quando si mostra di pietà nemico; 
Ch'a forza par ched el'si faccia fiero. 
Perch'io pur di speranza mi nodrico. 



I 
i 



PRIMA 6r 

LI. 

Se gli occhi vostri vedesser colui, 

Ch'hanno feruto , nel luoco ove giace , 

Direste, che non è vista fallace 

Quel che dimostra lo mio cuor per voe. 

Ch'ogni membro de' aver valor da lui, 
11 qual dimora sì come vi piace 
Morto della battaglia ; onde si face 
L' anima pianto , con le membra soe : 

Perch'è niente ciò, che in la mia fa^ccia, 
A rispetto di quel che dentro porto , 
Per un pensier che par che mi disfaccia; 

Sì che la ragion prende disconforto » 
E ciascun' altro suo contrario scaccia, 
Quando alla mente mostra lo cuor morto. 

LII. 

Se voi odiste la voce dolente 

De' miei sospir, quando ch'escon di fuore; 

Non gabbareste la vista , e'I colore, 

Ch'io cangio all' hor quando vi son presente; 

Anzi se voi m'odiaste mortalmente. 
Passerebbe pietà nel vostro cuore , 
E sowirebbe a voi del mio dolore , 
Veggendomi in angoscia solamente; 

Però che vengon di distrutto luoco , 
Cioè dal cuore, ch'è di pianger lasso, 
Tanto si sente aver di vita puoco. 

U anima dice a lui : ora ti lasso , 

Perchè m' incontra ciò , che riso e giuoco 
Mi fa menar ^ quando davanti passo . 



6a PARTE 

LUI. 

Questa leggiadra Donna ched io sento 
Per lo suo bel piacer ne Talma entrata. 
Non vuol veder la ferita , eh' ha data 
Per gli occhi al cor, che sente ogni tormento* 

Anzi si volge di fiero talento 
Fortemente sdegnosa et adirata , 
E con questi sembianti è si cambiata, 
Ch' io me ne parto di morir contento; 

Chiamando, per soverchio di dolore, 
Morte, sì come mi fosse lontana. 
Et ella mi risponde nello core. 

All'otta ch'odo, eh' è sì prossimana. 
Il spirito accomando al mio Signore; 
Poi dico a lei: tu mi par dolce e piana. 

LIV. 

O giorno di tristizia e pien di danno, 
O ora, e punto reo , eh' io nato fui, 
E venni al mondo per dare ad altrui 
Di pene essempio, d'Amore, e d'affanno. 

Se le pene, che l'alme in lo'nferno hanno, 
Fossero un corpo, il qual venisse pui 
Nel mondo, non si vedriano in lui 
Cotante pene, quante in me si stanno. 

Tu solo. Amor, m'hai messo in tale stato, 
E di me fatt'hai fonte di martìri , 
Di malignanza e di tristizia loco ; 

E mi fai dimorar in ghiaccio , e 'n fuoco, 
E di pianto, e d'angoscia, e di sospiri 
Pasci il mio cor dolente, disperato • 



\ 



4>RIMA 63 

Ahimè eh' io veggio per entro un pensiero 
L'anima stretta nelle man d'Amore , 
Che legata la tien nel morto cuore, 
Battendola sovente, tanto è fiero; 

Ond'ella morte chiama volentiero, 
Traggendo guai per lo gran dolore, 
Che sente de gli suoi colpi spess'ore, 
Quando davante si volge lo vero. 

Per tragger li miei spiriti d'erranza, 
Là 've gli mena Amor, quando ragiona 
Di quella Donna , che 'n la mente vede ; 

Ma la vertute della sua persona , 
Non la san muover per altra certanza , 
Color, che sono in l'amorosa fede . 

LVL 

Una Donna mi passa per la mente, 
eh' a riposar sen va dentro nel cuore, 
E trova lui di sì poco valore, 
Che della sua virtù non è possente ; 

Sì che si parte disdegnosamente , 
E lasciavi uno spirito d'Amore, 
Ch'empie l'anima mia sì di dolore 
Che viene agli occhi in figura dolente , 

Per dimostrare a lei che conoscente 
Si faccia poscia degli miei martìri ; 
Ma non può far pietà ch'ella vi miri : 

Per che ne vivo sconsolatamente , 
E vo pensoso negli miei desiri , 
Che son color , che levano i sospiri . 



64 PARTE 

LVIT. 

Madonna , la beltà vostra iufoUio 
Sì gli occhi miei , che menaro lo core 
A la battaglia, ove Tancise Amore, 
Che di vostro piacer' armato uscio ; 

Si che nel primo assalto Tabbattio, 

Poscia entrò nella mente, e fu signore, 
E prese l'alma, che f uggia di fore. 
Piangendo per dolor , che ne sentio : 

Però vedete , che vostra beltate 

Mosse quella follia , ond' è il cuor morto , 
Et a me ne convien chiamar pietate , 

Non per campar, ma per aver conforto 
De la morte crudel , che far mi fate , 
Et ho ragion , se non vincesse il torto. 



CANZONE X. 

JN on che 'n presenza della vista umana 
Fosàe, Madonna, la beltà, eh' è in voi, 
Già rtiai non venne pur all'udienza, 
E quanto possa mostrar conoscenza^ 
Cosi meravigliando tragge altrui, 
Ch'ogn' altra cosa ne rassembra vana , 
Queste bellezze nuove, e sì piacenti, 
Vi tengon gli occhi pien di signoria; 
Onde convien che sia 
Ogni ver tu degli altri a lor soggetta , 



PRIMA 65 

Si sono sopra l' anima possenti , 

Per uno spiritél , che sé ne cria , 

Lo qual fedìo la mia , 

Guardando, in guisa di mortai saetta. 

Tutta si fece loda ver di Dio, 

Benigno consiglier della natura. 

Donandovi in queir or la sua vertute , 

Quando compose di tanta salute 

La vostra gentilissima figura, 

Sì come io credo per un suo desio. 

Ch'altra ragion non se ne può te avere, 

Che voi fuggite innanzi a l' intelletto . 
Ahi gioioso diletto ! 
Quel sol , che degno ne vede lo Cielo , 
Noi degnamente noi possiam vedere ; 
Però , Madonna , io , che ne son distretto , 
Lo mio corale affetto 
A voi medesma , per vergogna , celo . 

La mia forte e corale innamoranza , 
Vi celo , com' uom tutto vergognoso , 
Ch'anzi, che dica suo difetto, more; 
Se non eh' io chiamo tra me stesso Amore , 
Che 'n vostra altezza ponga '1 cor pietoso , 
E facciale veder la mia pesanza, 
Si che ver me, quando pietate chiama. 
Vostra umiltà risponda, e non mi sdegni, 
Per che poi non convegni 
Esser gioioso , onde mia vita dole, 
A simiglianza del Signor, che v'ama , 
Che, si come a li degni, 
A tutti gli altri fa nascere il Sole . 



66 .PARTE 

LVIII. 

Poscia ch'io vidi gli occhi di costei , 

Non membr altr intelletto , che d' Amore ^ 
L'anima mia, che presa è dentro al core 
Dal spirito gentil , che parla in lei ; 

E consolando lei dice : tu dei 

Esser allegra , poi ti faccio onore. 
Ch'io ti ragiono dello suo valore. 
Onde son dolci gli. sospiri miei ; 

Per ch'in dolcezza d'esto ragionare, 
Si muovono da quella, eh' allor mira 
Questa Donna gentil, che '1 fa parlare; 

E v^desi da lei signoreggiare , 

Ch'è si valente, ch'altro non desira, 
Ch' a la sua signoria soggetta stare » 

LIX. 

Egli è tanto gentil' et alta cosa 

La Donna , che sentir mi face Amore, 

Che l'anima pensando come posa 

La vertù , eh' esce di lei , nel mio core , 

Isbigottisce , e divien paurosa , 

E sempre ne dimora in tal tremore , 

Che batter l'ali nessun spiri t' osa. 

Che dica a lei : Madonna , costei muore . 

Ohi ! lasso me , come v'andrà pietanza , 
E chi le conterà la morte mia 
Celato in guisa tal che lo credesse? 

Non so, ch'Amor medesmo n'ha dottanza, 
Et ella già mai creder noi potria , 
Che sua vertù nel cuor mi discendesse . 



PRIMA 67 

LX. 

Bella , e gentile, amica di pietate, 
Valente Donna , voi degna d' onore , 
Veggiano gli occhi vostri, e 1 dolce cuore, 
Il pietoso 9 che vien pien d'umiltate , 

A ridolersi della gravitate 

E del peccato, che fa '1 mio Signore, 

Onde ne cresce tanto il mio dolore 

Ch' io piango , e son di morte in potestà te ^ 

Io parlo in voi, si ch'egli allor m'ascolta. 
Ma poi se ne corruccia , e grida guerra 
Sopra l'anima mia , che gli par colta, 

Et appare una Donna che le 'nferra 
Dentro d' un luoco , che' sospir talvolta 
L' af Qiggon si , ched io ne caggio in terra . 

LXI. 

Senza tormento di sospir non vissi , 
Ne senza veder morte un' ora stando 
Fui poscia , che miei occhi riguardando 
A la beltate di Madonna fìssi ; 

Come eh' io non credea che tu ferissi , 
Amore, altrui , quando '1 vai lusingando, 
E sol per isguardar meravigliando 
In cosi mortai lancia il cor m' aprissi ; 

Anzi credea , che quando tu uscissi 
Di si begli occhi apportassi dolci ore 
Non già che fossi amaro e fier signore, 

Né che 'n guisa cotal tu mi tradissi, 
Che fai sollazzo dello mio dolore. 
Vedendo uscir 1^ lagrime dal core . 



68 PARTE 



CANZONE XI, 



Ij alta speranza , che mi reca Amore , 
D' una Donna gentil , eh' i' ho veduta , 
L'anima mia dolcemente saluta , 
E falla rallegrar' entro lo core , 
Per che si face a quel , eh' eli' era, strana, 
E conta novitate , 
Come venisse di parte lontana ; 
Che quella Donna piena d' umiltate 
Giunge cortese e umana , 
£ posa nelle braccia di pietate . 

Escon tali e' sospir d' està novella , 

eh' io mi sto solo, perchè altri non gli oda , 
E 'ntendo Amor, come la Donna loda. 
Chi mi fa viver sotto la sua stella , 
Dice'l dolce Signor, questa salute 
Voglio chiamar laudando 
Per ogni home di gentil vertute; 
Che propriamente tutte ella adornando , 
Son in essa cresciute , 
V eh' a buon'invidia si vanno adastando, 

Non può dir, ne saver, quel eh' assimiglia 
Se non chi sta nel Ciel, eh' è di lassuso; 
Per ch'esser non ne può già cor astioso, 
Che non dà invidia quel , eh' è meraviglia , 
Lo quale vizio regna ove è paraggio ; 



PRIMA 69 

Ma questa è senza pare , 

Né so essempio dar, quanto 'n bel raggio, 

La grazia sua a chi la può mirare 

Discende nel coraggio, 

E non vi lassa alcun difetto stare » 

Tant' è la sua vertute , e la valenza , 
Ched ella fa meravigliar lo Sole ; 
E per gradire a Dio 'n ciò , eh' ei vole , 
A lei s'inchina, e falle riverenza, 
Adunque se la cosa conoscente 
L'ingrandisce, et onora. 
Quanto la de' più onorar la gente ? 
Tutto ciò , eh' è gentil, sen' innamora; 
L' aer ne sta gaudente , 
E '1 ciel piove dolcezza u'^ 'la dimora . 

Io sto com' uom , che ascolta e pur disia 
D'udir di lei sospirando sovente. 
Però eh' io mi riguardo entro la mente, 
E trovo ched eli' è la Donna mia , 
La 've m'allegra Amor, e fammi umile 
Dell' onor, ch'ei mi face ; 
Ch'io son di quella, eh' è tutta gentile, 
E le parole sue son vita e pace, 
eh' è sì saggia e sottile , 
Che d' ogni cosa tragge lo verace • 

Sta nella mente mia, com' io la vidi 
Di dolce vista, et umile sembianza, 
Onde ne tragge Amor una speranza, 
Di che '1 cor pasce , e vuol che 'n ciò si fidi . 
In questa speme è tutto '1 mio diletto, 



70 PARTE 

Ch' è si nobile cosa , 

Che solt) per veder tutto '1 suo affetto , 

Questa speranza palese far osa ; 

Ch' altro già non affetto 

Che veder lei , che di mia vita è posa . 

Tu mi pari, Canzon, sì bella e nova, 
Che di chiamarti mia non haggio ardire. 
Di' che ti fece Amor, se vuoi ben dire. 
Nello mio cor che sua valenza prova , 
£ vuol che solo allo suo nome vadi . 
A color, che son sui 
Perfettamente , ancor ched ei sian radi , 
Dirai, io vegno a dimorar con vui , 
E prego che vi aggradi , 
Per quel Signor , da cui mandata fui . 

LXII. 

Ogn' allegro pensier, ch'alberga meco, 
Sì come peregrin giunge, e va via, 
£ s'ei ragiona della vita mia, 
Intendol sì , com' fa '1 Tedesco il Greco . 

Amor , così son costumato teco , 
Che r allegrezza non so che si sia , 
E se mi mandi a lei per altra via , 
Più dolor sempre al cor dolente reco ; 

Et honne dentro a lui soverchio tanto, 
Che tutto quanto per le membra corre , 
E si disvia in me per ogni canto. 

Ahi doloroso me! chi mi soccorre? 

Ben veggio mi convien morir del pianto. 
Che non si può, per nulla cosa, torre . 



PRIMA 71 

Lxni. 

Ahimè! ch'io veggio, ch'una Donna viene 
Al grand' assedio della vita mia, 
Irata sì, ch'ancide, e manda via 
Tutto ciò , che in vita la sostiene ; 

Onde riman lo cuor, eh' è pien di pene, 
Senza soccorso , e senza compagnia , 
E per forza convien che morto sia , 
Per un solo desio, ch'Amor vi tiene. 

Quest'assedio si grande ha posto morte. 
Per conquider la vita , intorno al cuore , 
Che cangiò stato quando '1 prese Amore ^ 

Per quella Donna, che sen'ira forte, 
Come colei, che sei pone in disnore, 
Onde assalir lo vien sì, ch'ei ne muore. 



SESTINA!. 

JMille volte richiamo il dì mercede. 
Dolce mia Donna, che dovunque io sia^ 
La mente mia disiosa vi vede , 
£ lo mio cor da ciò non si disvia, 
eh' è sì pien tutto d'Amor, e di fede, 
Per voi, eh' ogn' altra novitate oblia . 

In vostra signoria sì mi distrigne. 
Che morte, vita , m' è qual più vi piace; 
E certo sì verace ^mor m'astrigne. 
Che ciascun uomo è sì forte et audace , 



7^ PARTE 

D'amare a mio rispetto, oppur s'infigne, 
Ma tanto ho più d'angoscia, e men diietto: 

Assaliscemi forte Amor pungendo 
In ogni parte 'l cor , sì che gridare 
Mi fa mercè, mercè , piangendo ; 
£ poi ch'ho pianto comincio a cantare, 
Mercè tutte fiate a voi chiedendo , 
Che'n sua vertute sta lo mio scampare. 

E tal vita d'Amor ognora porto, 

Che di voi , quand' io scrivo , mi conforto, 
E sovviemmi di me , quand' io fo pianto, 
eh' io non conosco di venir in porto, 
( E causa n'è, o Amor, mio longo canto ) 
Del mio voler, cosi nel tempo corto. 

Sì m'è crudel nemica la ventura, 

Ch'ogni ragion, ogni ben mi contende, 
E disfà tutto ciò, 'n ch'io metto cura. 
Perchè pietate da mercè discende , 
E mercè da pietà, eh' altro no' indura 
Lo core , quant' è più gentil eh' il prende . 

Se'l vostro non intende a pietanza , 
Di ciò causa non è se non ria sorte , 
Da cui nasce maggior la mia pesanza, 
E m' è invidiosa , e via peggio che morte. 
Dunque'l fo io ( se spesso grido forte ) 
Amor , eh' io credo con vostra possanza , 
Vincer, sì m'atterga quest'usanza. 



PRIMA 73 

BALLATA IIL 

Madonna , la pietate , 

Che y^ addimandan tutti i miei sospiri , 

E sol , che vi degnate eh' io vi miri • 
Io sento si il disdegno 

Che voi mostrate contr' al mirar mio , 

Ch' a veder non vi vegno , 

£ morronne , si grande n' ho il desio . 

Dunque mercè , per dio : 

Di mirar sol , ch'appaga i miei desiri, 

La vostra grand'altezza non s'adiri . 

BALLATA IV, 

\/uanto più fisso miro 

Le bellezze , che fan piacer costei , 

Amor tanto per lei , 

M'incende più di soverchio martiro. 
Farmi vedere in lei , quand' io la guardo, 

Tuttor nuova bellezza, 

Che porge agli occhi miei nuovo piacere . 

Allor m' aggiunge Amor con un suo dardo , 

£ con tanta dolcezza 

Mi fiere il cor , eh' io non so più tenere , 

Ched al colpo non cali , 

£ dico : o occhi per vostro mirare 

Mi veggio tormentare 

Tanto, ch'io sento l'ultimo sospiro. 



74 PARTE 

BALLATA V. 

» 

JL'eh ascoltate come '1 mio sospiro 

Piangendo va da Madonna , e da Amore, 
Che per lor da la vita me si tnore . 

Amor ; eh' è piena cosa di pau^a , 
Mi fa geloso stare , . 
Onde Madonna sdegna, 
E sdegnando ^mi cela sua figura, 
E perdo lo mirare , 
Che mia vita sostegna . 
Cotale Amor per sua natura regna, 
E sdegno in gentil donna vien di fore^ 
Sì ch^ l'aver pietate è gran valore. 

BALLATA VL 

J-/onna, 1 beato punto, che m'avvenne 
Al vostro bon remiro, 
Con r aer del sospiro 
L'anima mia 'n sul passar mi tenne. 
Da quel lucente raggio , che battia 
Da' bei vostr' occhi a' miei , 
L'anima mia di subito ferita 
S'è partita dal cor, che mi cadia, 
Cui non rimase vita , 
Ne lena tanta , che dicesse omei. 
Se non che l' aer del sospir compresa , 
Che di dolcezza nacque , 
La tenne , come piacque 
Al mio Signore Amor , per cui m'avvenne. 



PRIMA 75 

BALLATAVII. 

Deh piacciavi donar al mio cor vita , 
Che si muor sospirando, 
Che innaverato è si , che poco stando 
Sarà la sua finita : 

Deh non aggiate a sdegno, se sua vita, 
Vostra mercè , dimando 
Donna mia , perch' Amor voi riguardando 
Le diede està ferita : 
Fiere cosi Amore , 

£ già mai poscia non soccorre altrui , 
Anzi cresce il dolore : 
Muor , se non chiama poi 
La donna , da cui ebbe lo valore ; 
Però ne prego voi . 

BALLATA VIIL 

lo prego, Donna mia , 
Il gentil, che risiede in vostro core, 
Che da Morte ,^ e d' Amore , 
Mi campi stando in vostra signoria ; 
£ per sua cortesia 

Lo può ben fare senza uscirne fuore, 
I Che non disdice onore 
Sembiante alcun , che di pietate sia : 
Io mi starò, gentil Donna , di poco 
Ben lungamente in gioia ,. 



I 



7G PARTE 

Non si, che tutt^ via non arda in foco; 
Ma standomi cosi , pur eh' io non moia , 
Verrò di rado in loco , 
Che della mio veder vi facci noia . 



LXIV. 



Veduto han gli occhi miei si bella cosa , 
Che dentro da lo cor dipinta V hanno; 
E se per veder lei tuttor non stanno , 
Insin che non la trovan non han posa : 

£ fatto han l'alma mia si amorosa , 
Che tutto corro in amoroso affanno , 
E quando col suo sguardo scontro fanno, 
Toccan lo cuor , che sovra '1 ciel gir osa . 

Fanno nel cielo gli occhi al mio cor scorta , 
Ferilnandol ne la fé d'Amor più forte, 
Quando riguardan lo suo nuovo viso; 

f tanto passa 'n su 1 desiar fiso, 

Che '1 dolce imaginar gli daria morte, 
S' ei non foss^ Amor poi , che lo conforta . 



/ 



PRIMA 77 

LXV. 

Onde ne vieni, Amor, così soave 

Con il tuo spirto dolce, che conforta 
L'anima mia, ched è quasi che morta, 
Tanto r è stata la partenza grave ? 
Vien tu da quella, che lo mio cor bave? 
Dillomi^ che la mente se n'è accorta : 
Per quella fé , che lo mio cor ti porta , 
Di', se di me membranza le recave? 
Mercè, Amor, fai, che confortar mi vuoi. 
Tu vita e morte , tu pena , e tu gioia , 
Mi dai , e come Signor far lo puoi . 
Ma ora che '1 partir m' è mortai noia, 
Per dio , che non mi facci come suoi ; 
Fammi presente, se non vuoi ch'io moia. 

LXVI. 
O tu , Amor, che m'hai fatto martire , 
Per la tua fé , di langore e di pianto , 
Daipmi , per dio , della tua gioia alquanto, 
eh' io possa un poco del tuo ben sentire; 
E se ti piace pur lo mio languire , 
Morir mi farai poscia certo tanto, 
Facendomi tornar sotto l'ammanto , 
Ove poi piagnerò pene e gioire . 
Uom , che non vide mai ben , né sentio, 
Crede , che '1 mal sia cosi naturale , 
Però gli è più leggier; e cosi è'I mio : 
Quella è la via di condueermi a tale , 
Ch'i' senta '1 mal secondo ch'egli è rio, 
Provando '1 suo contrario quanto vale. 



7» PARTE 

LXVII. 

Con gravosi sospir traendo guai , 
Donna gentil, da la vostra rivera, 
£ contrai mio voler, mi dislungai : 
Il dimorar peggio che morte m'era . 
Ma per la speme del tornar campai , 
£ tornai a veder voi. Donna fera . 
Cosi non fossi io ritornato mai ; 
Deh male n'aggia quella terza Sfera ; 
Perch' è contra di me cotanto strana . 
Dolente me tapin ! son' io giudio , 
Che nulla vai per me mercede umana ? 
In che ventura, e'n che punto, nacqu'io, 
eh' a tutto '1 mondo sete umile, e piana; 
E sol vèr me tenete '1 cor sì rio ? 

LXVIII. 
Era già vinta e lassa l' alma mia , 
E sospirava il cor per tragger guai , 
Tanto che nel dolor m'addormentai, 
E nel doler piangendo tuttavia , 
Per lo fiso membrar , che fatto havia , 
Quand'ebber pianto li miei occhi assai ^ 
In una nuova vision' entrai : 
Spirto visibil veder mi paria , 
Che mi prendeva , e mi menava in loco , 
Dov'era la gentil mia Donna sola, 
E innanzi mi parca che gisse un foco, 
Del qual sentia uscir una parola , 
Che diceva : mercè, mercè, un poco, 
Chi ciò m'espon con l'ali d' Amor vola . 



PRIMA 75 

LXIX. 

Amor, la dolce vista di pietate, 

eh' è sconsolata in gran desio, sovente 
Meco si ven^ a doler ne la mente 

Del mio tormento , e dell'atto sdegnoso 
Di- quella bella Donna , a cui son servo : 
E nato è in questa vèrtute il desio 

D'ornar il suo bell'aspetto vezzoso, 
Lo qual adoro più eh' io non osservo ; 
Ella non degna, o dolce Signor mio . 

Deh spandi in lei la tua vertù sì, ch'io 
Con pietà veggia tua stella lucente, 
E spenga l'atto che mi fa dolente. 



CANZONE XIL (*) 

Quando potrò io dir, dolce mio Dio, 
Per la tua gran virtute 
Or m'hai tu posto d'ogni guerra in pace 
Lasso, che gli occhi miei, com'io disio, 
Vegghin quella salute. 
Che dopo affanno riposar ne face. 

Quando potrò io dir. Signor verace. 
Or m'hai tu tratto d'ogni scuritale; 
Or liberato son d'ogni martiro; 
Però ch'io veggio, e miro 
Quella, eh' è dea d'ogni gentil beltate, 
E m'empie tutto di suavitate. 

(*) // Pilli la chiama Sestina . « 



8o PARTE 

Increscati oggi mai, Signor possente, 
Che l'alto Ciel distriagi , 
Della battaglia de' sòspir , eh' io porto , 
E della guerra mia .dentro la mente , 
Là ove tu dipingi 
Quel, che rimira l'intelletto accorto; 

Increscati del cor , che giace morto 
Da Amor con quella sua dolce saetta, 
Che fabbricata fu del suo piacere, 
Nel qual sempre vedere 
Tu mi facesti quella Donna eletta. 
Cui d'ubbidir a gli Angeli diletta. 

Muoviti , Signor mio, cui solo adoro, 
Signor, cui tanto chiamo. 
Signor mio solo, a cui mi raccomando, 
Deh moviti a pietà, vedi eh' io moro ; 
Vedi pet te quant'amo; 
Vedi per te quante lagrime spando. 
Ahi , Signor mio, non sofferir , eh' amando^ 
Da me, si parta l'anima mia trista. 
Che fu si lieta di quella sentita *. 
Vedi che poca vita 

Rimasa è in me, se non se ne racquista, 
Per grazia sol della beata vista . 

« Canzon , tu puoi ben dire , 

« S'a pietà non si muove il mio Signore, 
ce A la mia Donna , che già mai redire 
« Non spero, e che '1 dolore 
a In breve tempo mi farà finire « • 



PRIMA 8i 



CANZONE XIILO 



jLfì nuovo gli occhi miei , per accidente , 
Una donna piacente 
Miraron, perchè mia Donna simiglia , 
£ per sola cagion , ched io , 1 consente 
Sua figura lucente, 
Con vaga luce a me porse le ciglia : 
Io guardai lei, ma paventosamente. 
Come colui che sente 
Ch' altra vaghezza con desio mi piglia . 

Per questo al suo dover torna la mente, 
£ con valor possente 
Tanto '1 voler la sua voglia assottiglia , 
Ch'Amor si fa di ciò gran maraviglia, 
Ma tace per veder di me la prova , 
Si li par cosa nova , 
Che per altra beltà cangi la fede , 
E celarmi da lui , che tutto vede, 
Non posso , e conscienzia mi ripiglia , 
Ond'io veggio la briglia, 
£ con gran tema dimando mercede . 

O NelPilUXII. 



8a PARTE 

I^XX. 

Sì è incarnato Amor del suo piacere ^ 

Che preso ha i membri miei fuor di misura^ 
£ tutto è convertito già in natura » 
Sì ohe di contrastar non ho potere . 

S'Amor medesmo no' avesse vedere. 
Non disfarebbe al cor la sua pintura ; 
Però che 1 fino Amor non è figura 
Da poter mai disfarsi, o da spiacere « 

Dunque chi mi diparte da amar lei ? 
Egli il potrebbe far, non altra cosa: 
Ch'io facci ciò, tant'è dir come : muori; 

E ancor che fosse del mio corpo fuori 
L' anima mia per la mohe amorosa , 
Nel mondo stanno gli spiriti miei. 

LXXI. 

Il sottil ladro , che negli occhi porti 
Yien dritto all' uom per mezzo della faccia t 
E prima invola il cor, ch'altri lo saccia , 
Passando lui per i sentier più accorti ; 

Tu , eh' a far questo V aiuti , e conforti , 
Però che sospirando si disfaccia , 
Fuggendo , mostri poi , che ti dispiaccia , 
E 'n questa guisa n' hai già quasi morti 

Li spiriti dolenti disviati. 
Che 'n vece son del cor , che trovan meno , 
Non dimandaro se vuoi che mi guati . 

Ma tu sei micidiale , et hai sì pieno 
L'animo tuo di pensier dispietati , 
Ch'ogni mercè ti par crudel veleno. 



PRIMA 83 

LXXIt 

Amor, si come credo , ha signoria , 
£ forza , e potestate n^lla gente , 
£ non cura riccor , ne gentilìa , 
Né vassallaggio , ne Signor potente ; 

£ogn'uom tien conparaggio'n sua balia: 
Quest' è d'Amor lo proprio convenente ^ 
Pur che d' Amor cominci uomo la via 
Con umiltate ^ e sia ubidiente . 

£ già non era lo mio 'ntendimento , 
eh' Amor guardi riccor, né potestate, 
Che non vai più, che'l cor' innamorato , 

Ma con par grado stesse lo talento 
Di due Amanti con pura amistate : 
Di quello il Dio d' Amor avea pregato . 

Lxxm. 

Già trapassato oggi é l'undecim'anno^ 
Che d'Amor nel feroce campo entrai: 
Vissivi in spene , et alfin ne portai 
Premio d' angoscia , e di perpetuo affanno . 

Tardi or, lasso, m'accorgo del mio danno. 
Ben eh' or meglio è pentirsi che non mai : 
Finischin dunque gli ^morosi lai. 
Che spesi haggio in servir questo tiranno; 

E quella Donna, anzi la mia nemica , 
Che r insegna d' Amor portar si crede 
Resti con sua finzion, fraude e menzogna} 

£ '1 mio cor franco e liberato dica : 
Cieco è qualunque de' mortali agogna 
In donna ritrovar pietate , o fede . 



DELLE RIME 



DI MESSER GINO 



DA PISTOIA 



PARTE SECONDA 



ha Morte di M. Selvaggia 



SONETTO LXXIV. 

Jylille dubbi in un dì, mill^ querele. 
Al tribunal dell' alta Imperatrice 
Amor contro me forma irato , e dice .* 
Giudica chi di noi sia più fedele : 

Questi , sol mia cagion , spiega le vele 
Di fama al mondo , ove saria 'nfelice . 
Anzi d'ogni mio mal sei la radice. 
Dico , e provai già di tuo dolce il fele . 

Et egli : ahi falso servo fuggitivo ! 

É questo il merto, che mi rendi , ingrato , 
Dandoti una , a cui *n terra egual non era f 

Che vai, seguo, se tosto me n'hai privo? * 
Io nò , risponde • Et ella : a si gran piato 
Convien più tempo, a dar sentenza vera. 



SECONDA 85 

LXXV. 

Io fui 'n su Falto e 'n sul beato monte, 
Ov' adorai baciando il santo sasso , 
£ caddi 'n su quella pietra , ohimè lasso! 
Ove l'Onesta pose la sua fronte, 

1 eh' ella chiuse d' ogni virtù '1 fonte 
Quel giorno, che di morte acerbo passo 
Fece la Donna de lo mio cor lasso , 
Già piena tutta d' adorn^zze conte . 

Quivi chiamai a questa guisa Amore : 
Dolce mio Dio, fa' che quinci mi traggia 
La morte a sé che qui giace il mio core . 

Ma poi che non m'intese il mio Signore, 
Mi dipartii pur chiamando Selvaggia . 
L' alpe passai con voce di dolore . 

CANZONE XIV. O 

Ohimè lasso! quelle treccie bionde , 
Da le quai riluceano 
D' aureo color i poggi d' ogn' intorno ; 
Ohimè la bella ciera, e le dolci onde, 
Che nel cor mi sedeano. 
Di quei begli occhi al ben segnato giorno ; 
Ohimè '1 fresco , et adorno , 
E rilucente viso. 
Ohimè '1 dolce sorriso , 
Per lo qual si vedea la bianca neve 
Fra le rose vermiglie d'ogni tempo; 
Ohimè senza meve 

O Nel PiiU xiu. 



1 



86 PARTE 

Morte, perchè! togliesti sì per tempo ! 
Ohimè CSLTO diporto , e bel contegno; 

Ohimè dolce accoglienza , 

Et accorto intelletto , e cor pensato ; 

Ohimè '1 bello , umile, alto disegno , 

Che mi crescea l' intenza 

D'odiare '1 vile , et anlar Falto stato ; 

Ohimè 1 desio nato 

Di si bella creanza ; 

Ohimè quella speranza , 

eh' ogn' altra mi facea veder a dietro , 

£ lieve mi rendea d'Amor il peso; 

Ohimè rott'hai qual vetro. 

Morte, che vivo m'hai morto et impeso. 
Ohimè, Donna, d'ogni virtù Donna, 

Dea , cui d' ogni Dea 

( Sì come volse Amor ) feci rifiuto ; 

Ohimè, di che pietra qual colonna 

In tutto '1 mondo avea , 

Che fosse degna in aer darti aiuto? 

Ohimè, vasel compiuto 

Di ben sopra natura , 

Per voltar di ventura , 

Condotto fosti suso gli aspri monti , 

Dove t'ha chiusa, ohimè, fra duri sassi 

La morte , che du' fonti 

Fatt' ha di lagrimar, gli occhi miei lassi . 

Ohimè, Morte, sin che non ti scolpa 

Di me, almen per li tristi occhi miei, 

La man tua se mi colpa , 

Finir non deggio di chiamar ohmei . 



SECONDA 87 

LXXVI. A M. Agatow Drtjsi 

€ìò che procede di cosa mortale, 

Per Datura conviea ch'arrivi a morte , 
Perch'a lei contra uman poter non valc^, 
Né manco a lei, senno, o bellezza forte; 
Et è questo sì crudo e duro male , 
Che vita stringe d'està umana sorte, 
E spesse volte gioventute assale , 
Et a ciascuna età rompe le porte ; 
Né si può racquistar mai con preghiera , 
Né con tormento di doglia , o di pianto , 
Ciò, che divora està spietata fiera. 
Però dopo '1 dolor , che v' ha cotanto 
Fatto bagnar di lagrime la ciera , 
Ben vi dovreste rallegrare alquanto . 

LXXVII. 
Amato Gherarduccio , quand'io scrivo 
Di quella, eh' ad Amor più non mi lagno, 
Che mia vita ha tessuta, come ragno, 
Presente e lungi, e ritornando vivo. 
Trovandomi di sua veduta privo , 

Del pianto, che m'abbonda, si mi bagno 
Ch'io non posso parlar, anzi rimagno. 
Più ch'io non soglio, doglioso, e pensivo, 
£ se non fusse, che spesso ricorro 
Alla figura in sua sembianza pinta , 
Fora d'angoscia la mia vita estinta; 
Cosi miser m ' aito , e mi soccorro 
Per ritornare , e dar maggiore strìnta , 
Or che morte ha mia forte guerra vinta . 



88 PARTE 

LXXVIII. A Dante . 

Dante , io ho preso l' abito di doglia, 
£ innanzi altrui di lagrimar non curo , 
Che '1 vel tinto , ch'io vidi , e 1 drappo scuro , 
D' ogni allegrezza , e d'ogni ben , mi spoglia ; 

Et il cor m' arde in desiosa voglia 
Di pur doler , mentre che 'n vita duro , 
Tal ch'Amor non può rendermi sicuro, 
Ch'ogni dolor in me più non s'accoglia. 

Dolente vo pascendo i miei sospiri, 

Quanto posso inforzando 1 mio lamento 
Per quella , in cui son morti i miei desiri ; 

E però se tu sai nuovo tormento , 
Mandalo al desioso de' mailiri. 
Che fie albergato di coral talento. 

LXXIX. A.L UBUESIMO. 

Signor, e' non passò mai peregrino 
Over d'altra manera viandante. 
Con gli occhi si dolenti per camino. 
Né cosi grevi di pene cotante , 

Com' io passai per il monte Apennino , 
Ove pianger mi fece il bel sembiante. 
Le trecce bionde, e'I dolce sguardo fino, 
Ch'Amor con la sua man mi pone avante; 

£ con Taltra in la mente mi depinge 
Un piacer simile in sì bella foggia , 
Che l'anima guardandol se n' estinge ; 

Poscia da gli occhi miei mena una pioggia^ 
Che'l valor tutto di mia vita striuge , 
S'io non ritrovo lei , cui '1 voler poggia. 



SECONDA 89 

CANZONE XV. 



Per la morte di Arrigo VII. Imperatore. 



Uà poi che la natura ha fine posto 
Al viver di colui , in cui virtute , 
Cora' in suo proprip loco dimorava, 
Io prego lei, che '1 mio finir sia tosto, 
Poiché vedovo son d'ogni salute. 
Che morto è quel , per cui allegro andava, 
£ la cui fama 1 mondo illuminava 
In ogni parte , del suo dolce nome : 
Riaverassi mai ? non veggio come . 

Per questo è morto! senno, e la Prudenza, 
Giustizia tutta, e Temperanza intera. 
Ma non è morto : ahi lasso! eh' ho io detto? 
La fama sua al mondo è viva , e vera ; 
E '1 nome suo regnerà 'a ^ggio petto : 
Quivi si nutrirà con gran diletto, 
£ in ogni terra anderà la semenza 
De la sua chiara ^ buona nominanza , 
Si eh' ogn' età n'avrà testimonianza . 

Ma quai son morti , e quai vivono ancora 
Di quei , che avean lor fede in lui fermata 
Con ogn' amor, si come in cosa degna, 
£ malvagia fortuna in subit' ora 

(•) Nel PilU XI F. 



90 PARTE 

Ogn' allegrezza nel cor ciba tagliata; 
Però ciascun come smarrito regna . 
O somma maestà giusta , e benegna ^ 
Poi cbe ti fu 'n piacer torci costui , 
Danne qualcbe conforto per altrui • 

Cbi è questo somm* uom , potresti dire , 
O tu , cbe leggi , il qual tu ne racconte 
Che la Natura ba tolto al breve mondo ^ 
E r ba mandato in quel senza finire , 
Là dove T allegrezza ha largo fonte ? 
Arrigo è Imperador , cbe del profondo , 

^ E vile esser quaggiù , su nel giocondo 
L'ha Dio chiamato , perchè '1 vide degno 
D'esser co' gli altri nel beato regno. 

Canzon , piena d'affanni e di sospiri , 
Nata di pianto, e di molto dolore , 
Muoviti, piangi, e va' discon^olata , 
E guarda cbe persona non ti miri , 
Cbe non fiissi fedele a quel Signore, 
Chetanta gente vedova ha lasciata; 
Tu te n' andrai così chiusa , e celata , 
Là , ove troverai gente pensosa 
Della singular morte dolorosa . 



SECONDA. 91 

CANZONE XVI. O 



? 



Aja dolce vista , e '1 bel guardo soave 

Ch' io ho perduto , mi fa parer grave 

La vita sì , eh' io vo traendo guai ; 

E 'n vece di pensier leggiadri , e gai, 

Ch' aver solca d' Amore , 

Porto desìi nel core , 

Che nati son di morte , 

Per la partita, che mi dual sì forte . 
Ohimè! deh perchè , Amor , al primo passo 

Non mi feristi sì, ch'io fussi morto? 

Perchè non dipartisti da me, lasso! 

Lo spirito angoscioso, ched io porto? 

Amor , al mio dolor non è conforto , 

Anzi quanto più guardo 

Al sospirar più ardo , 

Trovandomi partuto 

Da' quei begli occhi ov'io t'ho già veduto 
Io t'ho veduto in quei begli occhi, Amore, 

Tal che la rimembranza me n' occide , 

E fa sì grande schiera di dolore 

Dentro alla mente , che l'anima stride. 

Sol perchè morte mai non la divide 

-Da me , com' è diviso 

Dallo gioioso riso , 

(*) Nel Pilli XV. 



G 



^2 PARTE 

£ d'ogni stato allegro^ 

Il gran contrario , ch'è trai bianco e' l negro . 
Quando per gentil' atto di salute 

Ver bella Donna levo gli occhi alquanto, 

Si tutta si disvia la mia virtute, 

Che dentro ritener non posso '1 pianto , 

Membrando di Madonna , a cui son tanto 

Lontan di veder lei : 

O dolenti occhi miei , 

Non morite di doglia ? 

Sì per vostro voler , pur che Amor voglia . 
Amor, la mia ventura è troppo cruda, 

E ciò, che 'ncontran gli occhi, più m'attrista. 

Dunque mercè , che la tua man la chiuda, 

Da ch'ho perduto l'amorosa vista; 

E quando vita per morte s'acquista , 

Gli è gioioso il morire : 

Tu sai dove de' gire 

Lo spirto mio da poi , 

E sai quanta pietà s'ara di noi. 
Amor, per esser micidial pietoso 

Tenuto, in mio tormento^ • 

Secondo eh' ho talento , 

Dammi di morte gioia. 

Sì , che lo spirto almen torni a Pistoia . 



SECONDA 93 

LXXX. A Emanuel Ebrjpo, 

CONSOLANDOSI DELLA MORTE DI SELVAGGIA . 

Quando ben penso al pìcciolino spazio , 
Che Tuoni del viver ci ha , poi che Dio vuole, 
Assai di te, più che d'altrui , mi duole, 
Ond'io mai del ben far mi veggio sazio . 

E morto Cesar, morio Bonifazio , 
E morti son gran maestri di scuole : 
Morto veggiam chi maggior esser suole ; 
E così '1 viver nostro è uno strazio . 

Dunque qualche via buona è da tenere , 
Amare Dio , e seguitar virtute, 
Lassar onore , e dispregiar avere , 

E dell' offese fatte aver pentute , 
Ogni contrario in pace sostenere: 
Così dopo la morte avrem salute ; 

Quel , che non hanno l'anime perdute . 



DELLE RIME 



DI MESSER GINO 



DA PISTOIA 



PARTE TERZA 



SONETTO LXXXI. 
AD AgAtow Drusi da Pisa . 

Uruso , se nel partir vostro in periglio 
Lassaste'! nido in preda de' tiranni, 
Son di gran lunga poi cresciuti i danni, 
E l'Arno al mar n'andò bianco, e vermiglio ; 

Ond'io m'ho preso un volontario essiglio, 
Da che qui la virtù par si condanni , 
E per più pres.to gir preparo i vanni, 
Perch'ai vostro giudizio buon m'appiglio. 

Duolrai che verso '1 Po spingerai un vento , 
E non là, dove sete ; or che puoi farmi , 
Fortuna, dico, e'n qual parte mi guidi? 

Risponde \ ove sarai sempre scontento , 
E converrà che d' Amor ti disarmi; 
E non so in questo com'io non m'uccidi. 



TERZA ^ 95 

LXXXII. AL MEDESIMO . 

Se tra noi puote un naturai consiglio 
Nelle dubbie speranze , e ne gli affanni, 
Vaglino i miei, che già molti e molt'anni 
Sagrarno alla Fortuna il petto e'I ciglio; 

Et a la fin costretto da l'artiglio 
Di quella, ch'ognor sembia al mondo inganni^ 
Lasciai la Patria , e gli onorati scanni^ 
E '1 securo camroin di vertù piglio . 

Sona tranquillo tiemmi , e son contento 
D'aver fuggito '1 sangue, il foco , e l'armii. 
Per cui la gloria muor de' Toschi Lidi . 

Voi ch'aspettate? di morte '1 talento 
So ch'averete; e già d'intender parmi 
Novella rea de' vostri imitimi stridi . 

LXXXIII. AL iffEDESIMO. 

Signor, io son- colui , che vidi Amore, 
Che mi ferì sì , ch'io non campéroe, 
E sol però così pensoso voe , 
Tenendomi la man presso lo core : 

Io sento in quella parte tal dolore, 
Che spesse volte dico , ora morroe ; 
E gli atti , e gli sembianti , ch'io foe, 
Son come d'un, che 'n gravitate more. 

Io morrò 'n verità, ch'Amor m'ancide, 
Che m'assalisce con tanti sospiri. 
Che l'anima ne va di fuor fuggendo; 

E s'io la 'n tendo ben, dice, che vide 
Una Donna apparir a i miei desiri 
Tanto sdegnosa, che ne va piangendo. 



96 PARTE 

LXXXIV. AL MEDESIMO . 

Lassa, pensando alla destrutta valle 
Spesse fiate del mio natio Sole, 
Cotanto me n'accendo, e me ne dole, 
Che '1 pianto al core'n sin da gli occhi valle; 

£ rimembrando delle nuove talle, 
Ck' ivi son delle piante di Vergiole, 
Più meco l'alma dimorar non vuole , 
Se la speranza del tornar gli falle; 

£ senza creder d'aver frutt' ornai. 
Sol di vedere il fior era '1 diletto, 
Né ad altro , eh' a quel , già mai pensai ; 

£ ^e creder non voglio in Macometto , 
Dunque, Parte crudel, perchè mi fai 
Pena sentir di quel, ch'io non commetto? 
LXXXV. A Cecco d'Ascoli . 

Cecco, io ti prego per virtù di. quella, 
eh' è, della mente tua pennello, e guida, 
Che tu scorra per me di stella in stella ' 
ìie V alto Ciel , seguendo la più fida ; 

£ di' chi m'assecura, e chi mi sfida, 
£ qual per me è laida , e qual bella ; 
Perchè rimedio la mia vita grida, 
£ so da tal giudizio non s'appella; 

£ se ra'è buon di gire a quella pietra, 
Dov' è fondato il gran tempio di Giove , 
O star lungo '1 bel Fiore, o gire altrove; 

O se cessar de la tempesta tetra 

Che sopra 'l genita! mio terren piove.; 
Dimmelo , o Tolomeo , che '1 vero trove . 



TERZA. 97 

I^XXXVI. AL MEDESIMO .. 

Kon credo, che'n Madonna sia venuto 
Alcun pensiero di pietate, poi 
eh' ella s' accorse , eh' io avea veduto 
Amor gentile ne' begli occhi suoi; 

E però vo come quel, che è smarruto. 
Che dimanda mercede, e non sa a cui, 
E porto dentro agli occhi un cor feruto , 
Che quasi morto si dimostra altrui . 

r non ispero mai se non pesanza , 
eh' ella ha preso disdegno, et ira forte, 
Di tutto quel , che aver dovria pietanza^ 

Ond' io me ne darei tosto la morte, 

Se non ch'Amor, quand' io vo in disperanza, 
Te mi dimostra simile in sua corte . 
LXXXVII. A Daitte . 

Poi eh' io fui , Dante , dal mio natal sito 
Per grev^ essilio fatto peregrino, 
£ lontanato dal piacer più fino. 
Che mai formasse '1 piacer infinito; 

Io son piangendo per lo mondo gito , 
Sdegnato del morir come meschino, 
E se trovat'ho di lui alcun vicfywij 
Dett' ho , che questo m' ha lo cor &rito : 

Ne dalle prime braccia dispietaXe , 

Né dal fermato sperar, che m'assolve f 
Son mosso, perchè aita non aspetti: 

Un piacer sempre mi lega , e disisolve , 
Nel qual convien , eh' a simil di biltate 
Con molte donne sparte mi diletti . 



9» PARTE 

LXXXVIII. AL MEDESmOi 

Naturalmente cherè ogii'Amadore 

Di suo cor là sua Donna far saccente^ 
E questo, per la vision presente, 
Intese di mostrare a te Amore, 

In ciò che dello tuo ardente core 
Pasceva la tua Donna umilemente, 
Che lungamente stata era dormente, 
Involta in drappo d' ogni pena fore . 

Allegro si mostrò Amor venendo 

A te per darti ciò , che '1 cor chiedea , 
Insieme due coraggi comprendendo; 

£ r amorosa pena conoscendo , 
Che nella. Donna conceputo avea , 
Per pietà di lei pianse, partendo. 
LXXXIX. A M. Onesto Bolognese. 

Messer, lo mal, che nella mente siede, 
E pone e tiene sopra '1 cor la pianta , 
Quand' ha per gli occhi sua potenza spanta. 
Di dar se non dolor , già mai procede; 

E questo è 1 frutto , che m' ha dato , e diede , 
Poscia ched io provai , dolente , quanta 
E la sua signoria , clie voglia manta 
Mi dà di morte , seguendo sua fede . 

Providenza non ha , ma pur ancide ; 
E se per voi vertù è morta , e'nfranta, 
Fortuna è solo , che contro le siede ; 

Ma di tanta vertù quella s ammanta , 
eh' Amor siccome in suo soggetto riede , 
eh' a voi promette già più d'altrettanta . 



TERZA 99. 

XC. AL MEDESIMO , 

Anzi che Amore nella mente guidi 
Donna , che è poi del core ucciditrice , 
Si convien dire all' uom : non sei fenice , 
Guarii d'Amor se tu piangi e tu ridi: 

Quand'odirai gridare: ancidi, ancidi, 
Che poi consiglia invan chi '1 contradice ; 
Però si leva tardi chi mi dice , 
eh' Amor non serva , né di lui mi fidi . 

Io son tanto soggetto suo fedele , 

Che morte ancor di lui non mi diparte ; 
Ch' io '1 servo nella pace , e sotto Marte . 

Servol dovunque in mar drizza le vele ; 
Come '1 vassallo , che non serve ad arte , 
Cosi, amico wio, convene farte. 

XCI. AL MEDESIMO. 

Se mai leggesti gli scritti d' Ovidi , 
So ch'hai trovato ciò che si disdice, 
£ che sdegnoso contra sdegnatrice 
Convien ch'Amore di mercede sfidi. 

Però tu stesso, Amico, ti conquidi, 
E la cornacchia sta su la cornice, 
Alta , gentile e bella guardatrice 
Del suo onor , che vuole in foco scidi . 

D'Amor puoi dire, se lo ver non cele. 
Ch'egli è di nobil cuor dottrina , et arte^ 
E tue virtù son con le sue scoperte . 

Io sol conosco '1 contrario del mele , 
Ch'io l'assaporo, ed honne pien le quarte, 
Così stess' io in più pietosa parte . 



^oó PARTE , 

xcn. 

Deh Gherarduccio , coro' campasti tue, 
Che non moristi allor subitamente , 
Che tu ponesti a quella Donna mente ^ 
Di cui ci dice Amor, eh' Angelo fue , 

La qual va sopra ogn'altra tanto piue, 
Quanto gentil si vede umilemente, 
E muove gli occhi mirabilemente , 
Che si fan dardi le bellezze sue : 

Dunque fu quello grazioso punto, 
Òhe gli occhi tuoi la soffrir a vedere , 
Si che 1 desio, nello cor fu giunto . 

Ciò che t' incontra , omai ti dei tenere 
In allegrezza , perchè tu sei punto, 
E non morto , di quel che t' è in piacere 



SATIRA I 



SCRITTA A Dante. 



Ueh quando rivedrò 1 dolce paese 
Di Toscana gentile, 
Dove '1 bel Fior si vede d'ogni mese, 
E partirommi del regno servile, 
eh' anticamente prese , 
Per ragion , nome d'animai sì vile, 
Ove a buon grado nullo ben si face, 
Ove ogni senso è bugiardo , e fallace , 
Senza riguardo di vertù si trova ; 
Però eh' è cosa uova, 



TERZA loi 

Straniera, e peregiina, 
Di così fatta gente Balduina. 
O sommo Vate, quanto mal facesti 
A venir qui : non t'era me' morire 
A Piettola , colà dove nascesti ? 
Quando la mosca per l'altre fuggire 
In tal loco ponesti , 
Ove ogni vespa doverria venire 
A punger quei , che su ne' boschi stanno . 
Come scimia vi stanno , senza lingua , 

Che non distinguon pregio, o bene alcuno; 
Riguarda ciascheduno , 
Tutti a un par li vedi 
De' loro antichi vizj fatti eredi . 
O gente senz' alcuna cortesia. 
La cui invidia punge 
L'altrui valore, et ogni ben s'oblia, 
O vii malizia , a te però sta luuge 

Di bella leggiadria 

La penna , eh' or Amor meco disgiunge . 
O suolo , suolo , voto di virtù te , 

Perchè trasformi , e mute 

La gentil tua natura , 

Già bella e pura, del gran sangue altero? 

Ti converria un Nero , 

O , Totila , flagello , ' 

Da poi eh' è in te costume rio e fello . 
Vera Satira mia , va' per lo Mondo , 

E di Napoli conta, 

Ch'ei ritien quel, che'l mar non vuole al fondo « 



ioa PARTE 

CANZONE xvn. 

CONTRO LE PARZIALITÀ De' BiANCHI , E M^ERI 

DI QUEI TEMPI . 



Di m^ ha conquiso la selvaggia gente 
Con li suoi atti nuovi, 
Che bitogna ch'io provi 
Tal pena, che morir cheggio sovente • 

Questa gente selvaggia 

È fatta si per farmi penar forte. 

Che troppo affanno sotterra mia vita ; 

Però chieggio la morte , 

Ch'io voglio, innanzi che facci partita 

L'anima da lo cor, che tal pen'aggia, 

eh' ogni partenza di quel loco è saggia , 

Ch' è pieno di tormento , 

Et io , per quel eh' i' sento , 

Non deggio mai se non viver dolente . 

Non mi fora pesanza 

Lo viver tanto , se gaia, et allegra , 
Vedess'io questa gente d'un cor piano ; 
Ma ella è Bianca, e Negra, 
£ di tal condizion , che ogni strano , 
Che del suo stato intende , n' ha pesanza , 
E chi r ama non sente riposanza , 
Tanto n'ha coral duolo. 

O Nel PUH XVL 



Dunque ch'io son quel solo, 

Che ramo, piulan^isco maggionnente? 



io4 PAftTE TERZA 

xeni. ▲ Lemmo da Pistoia. 

Cercando di trovar lumera in oro , 
Di quel saper, cui gentilezza inchina, 
M'ha punto '1 cor Marchesa Malespina, 
In guisa che, versando il sangue, io moro, 

Ma più per quello, ch'io non trovo, ploro, 
Per cui la vita naturai s'affina, 
Lasso ! cotal pianeta mi destina , 
Che là , ove pero , volentier dimoro . 

Più le mie pene farèti ancor conte. 
Se poi non fusse , che tu troppa gioia 
Ne prenderesti di ciò, chem'è noia. 

Ben poria mio Signor , anzi ch'io moia, 
Far convertir in oro un duro monte , 
Che fatto ha già di pietra nascer fonte,. 

XCIV. AI Rotf ANI . 

A che , Roma superba , tante leggi 
Di Senator, di Plebe, e degli Scritti 
Di Prudenti, di Placiti, e di Editti, 
Se '1 mondo come pria più non correggi ? 

Leggi, misera a te, misera, leggi 
Gli antichi fatti de' tuo' figli invitti. 
Che ti fer già milF Affriche, et Egitti , 
Reggere , et or sei retta , e nulla reggi . 

Che ti giov' ora aver gli altrui paesi 

Domato, e posto '1 freno a genti strane, 
S'oggi con teco ogni tua gloria è morta? 

Mercè, Dio, che miei giorni ho male spesi 
In trattar leggi , tutte ingiuste e vane , 
Senza la tua , che scritta in cor si porta . 



DELLE RIME 



r 



DI MESSER GINO 



DA PISTOU 



PARTE QUARTA 

CONTENENTE RIME TRATTE DALLA PRIMA PARTK 
dell' edizione procurata da FAUSTINO TASSO . 

SONETTO XCV. 

JNon v'accorgete, Donna, d' un che muore , 
£ va piangendo, si si disconforta ì 
Io prego voi , se non ven siete accorta , 
Che lo miriate sol per vostr' onore . 

Ei sen va sbigottito , e d' un colore y 
Che '1 fa parere una persona morta, 
Con una doglia, che negli occhi porta, 
Che d' aprirli in altrui non ha valore . 

E quando alcun pietosamente il mira^ 
Il cor di pianger tutto si distrugge , 
E l'alma se ne duol sì, che ne stride: 

E se non fusse ch'egli allor si fugge, 
Sì alto chiama voi , poi eh' ei sospira , 
Ch' altri direbben , sappiam chi l' i^ccide . 



H 



JoS PARTE 

XCVI. 

Jo maledico il di, ch'io veddi prima 
La luce de' vostr' occhi traditori , 
£'1 punto, che veniste 'n su la cima 
Del core, a trarne l'anima di fuori : 

£ maledico l'amorosa lima, 

Ch'ha pulito i miei detti, e bei colori, 
Ch' i' ho per voi trovati, e messi in rima, 
Per far che '1 mondo mai sempre v'onori, 

£ maledico la mia mente dura. 

Che ferma è di tener quel, che m'uccide; 
Cioè la bella e rea vostra figura , 

Per cui Amor sovente si spergiura. 
Sì che ciascun di lei, e di me, ride. 
Che credo tor la ruota alla ventura . 

XCVII. 

Nelle man vostre , o dolce Donna mia , 
Raccomando lo spirito che muore, 
E se ne va sì dolente, ch'Amore 
Lo mira con pietà , che '1 manda via . 

Voi lo legaste alla sua signoria , 
Sì che non ebbe poi alcun valore 
Di poterlo chiamar se non , Signore , 
E dir : fa'di me quel , che vuoi che sia . 

Io so che a voi ogni torto dispiace; 
Però la morte , che non ho servita , 
Molto più m' entra dentro al core amara 

Gentil Madonna, mentre ho della vita, 
Acciò eh' io mora consolato in pace , 
Non siate a gli occhi miei cotanto avara. 



QUARTA 109 

XCVIII. 

Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi 

Per novella pietà , che'l cor mi strugge , 

Per lei ti prego , che da te non fugge , 

Signor,' che tu di tal piacergli svaghi 
Con la tua dritta man, cioè che paghi 

Chi la giustizia occide , e poi rifugge 

Al gran Tiranno, del cui tosco sugge. 

Che gli ha già sparto, e vuol che'l mondo allaghi; 
E messo ha di paura tanto gielo , 

Nel cor de' tuoi fedei , che ciascun tace , 

Ma tu, foco d'Amor, lume del cielo, 
Questa virtù , che nuda e fredda giace , 

Levala su vestita del tuo velo ; 

Che senza lei non è qui'n terra pac^ . 

XCIX 
Perchè voi state , forse , ancor pensivo 

D'udir nova di me, poscia ch'io corsi 

Su quest'antica montagna de gli orsi. 

De l'esser di mio stato ora vi scrivo: 
Già così mi percosse un raggio vivo , 

Che '1 mio camino a veder follia torsi, 

E per mia s^te temperare a sorsi , 

C^hiar acqua visitai di blando rivo : 
Ancor per divenir sommo gemmieri , 

Nel lapidato ho messo ogni mio intento, 

Interponendo varj desideri . 
Ora'n su questo monte tira vento; 

Oad' io studio n^l libro di Gualtieri 
Per trarne vero e nuovo intendimento . 



• J 



,na PARTE 

C. 

Infra gli altri difetti del libello , 

Che mostra Dante Signor d' ogni rima^ 
Son duoi si grandi, che a dritto T estima. 
Che n' aggia Talma sua luogo men bello . 

L'un è, che ragionando con Sordello, 
£ con molt' altri della dotta scrima , 
Non fé' motto ad Onesto di Boncima^ 
Ch' era presso ad Arnaldo Daniello . 

L'altre, secondo che'l suo canto dice, 
Che passò poi nel bel coro divino , 
La dove vide la sua Beatrice , 

E quando ad Àbraam guardò nel sino. 
Non riconobbe l'unica Fenice , 
Che con Sion congiunse l'Appennino . 

CL 

Ahi, lasso! eh' io credea trovar pietate 
Quando si fosse la mia donna accorta 
De la gran pena, che '1 mio cor sopporta, 
Et io. trovo disdegno , e crudeltate , 

E guerra forte in luogo d'umiltà te; 
Sì ch'io m'accuso già persona morta, 
eh' io veggio , che mi sfida , e disconforta 
Quel , ch^e dar mi dovrebbe sicurtate . 

Però parla un pensier, che mi rampogna 
Com' io più viva , non sperando mai , 

* Che tra lei e pietà pace si pogna; 

Onde morir pur mi conviene omai; 
E posso dir, che mal veddi Bologna, 
Ma più la bella Donna, ch'io lassai . 



QUARTA. Ili 

cn. 

Tant' è l'angoscia, ch'aggio dentro al core, 
Che spesse fiate l'alma ne sospira , 
E se un pensier non fusse, che '1 dolore 
Allevia, quando Amor gli occhi suoi gira, 

Io sarei già di questa vita fuore : 

Ora Madonna , che '1 mio mal desira , 
Veggendomi languire a tutte l'ore. 
Lieta è del male, e del mìo ben s'adira . 

Onde mi spiace quel, che Amore aggrada, 
Et è sì tale il duol , ch'ognor rinnuovo, 
Che nelle vene il sangue mi s'agghiada. 

Amor, s'altro sollazzo 'n te non trovo. 

Seguir non vo', quel eh' a me tanto sgrada; 
Che troppo affanno è quel, che per lei provo. 

CUI. 

Tutto ciò, ch'altrui piace, a me disgrada, 
Ed emmi a noia , e spiace tutto '1 mondo. 
Or dunque che ti piace? io ti rispondo: 
Quando l'un l'altro spessamente agghiada^ 

E'piacemi veder colpi di spad^ 

Altrui nel volto, e navi andar al fondo, 
E piacemi veder Nerou secondo , 
E che s' ardesse ogni femina lada . 

Molto mi spiace allegrezza, e solazzo , 
E la malinconia m'aggrada forte, 
E tutto '1 di vorrei seguire un pazzo . 

£ far mi parerla di pianto, corte. 

Ed ammazzar tutti quei , ch'io ammazzo 
. Coa r arme del pensier , ù trovo morte . 



iia PARTE 

CrV. DI Dajvte a Messer Cmo. 

Poich'io non truò chi con meco ragioni 
Del Signor cui serviam e voi et io, 
Convieumi soddisfare il gran disio 
Ch'i' ho di dire i pensamenti boni. 

Nuli' altra cosa appo voi m'accagioni 
Di lungo e di noioso tacer mio , 
Sono in loco ov' io sono , eh' è sì rio. 
Che '1 ben non trova chi albergo gli doni. 

Donna non e' è eh' Amor le venga al volto , 
Ne uomo ancora , che per lei sospiri,. 
E chi ì facesse saria detto stolto 1 

Ah Messer Cino come'l temp'è volto 
A danno nostro e de li nostri diri 
Da poi che '1 ben ci è sì poco ricolto!^ 
CV. Risposta di M. Cino . 

Dante , io non odo in quale albergo suoni 
Il ben , che da ciascun mess' è in oblio , 
E sì gran tempo è che di qua fuggio , 
Che del contrario son nati li tuoni; 

E per le variate condizioni 

Chi 1 ben facesse non risponde al fio : 
Il ben sai tu che predicava Dio , 
E non tacca nel regno de' Demoni . 

Dunque s'al bene ogni reame è tolto 
Nel mondo , in ogni parte ove tu giri , 
Vuoimi tu fare ancor di piacer molto? 

Diletto fratel mio , di pene involto, 
Mercè per quella Donna , che tu miri : 
Di dir non star , se di fé non sei sciolto . 



, ' QUARTA ii3 

evi. AL siG. Gerardo da Reggio 

Amor, che viene armato a doppio dardo 
Dal più elevato monte, che sia al mondo, 
E del lauro , ferio '1 nostro Gherardo , 
£ '1 bel soggetto del piombo ritondo : 
Ed in quel fece cosi duro e tardo 
Lo cor a quello di Pennéo secondo , 
Del qual poscia che vide il dolce sguardo 
Quello trasmutò se , sì ti rispondo : 
Chi dee di hoi ricever onor degno 
Per Timagine sua, eh' ancor dimora 
Lo spirto intorno a lei , come a suo segno : 
£ se d'Amor noi siamo amanti , fora. 
Come del Sol lum' esser de'benegno, 
Cosi vuol questo, onde perciò l'onora. 

CVIL 
Quai son le cose vostre ch'io vi tolgo 
Deh , Guido , che mi fate si vii ladro ; 
Certi bei motti volentieri accolgo , 
Ma funne mai de* vostri alcun leggiadro? 
Guardate ben ch'ogni carta io rivolgo, 
S'io dico il vero , io non sarò bugiadro: 
Queste cosette mie da chi le tolgo , 
Ben lo sa Amor , dinanzi a cui le sguadro . 
Ciò è palese eh' io non fu^mai artista. 
Ne eh' opro d' ignoranza per disdegno ; 
Ponghiam che '1 mondo guardi sol la vista ; 
Ma son un cotal uom di basso 'ngegno 
Che vo piangendo sol con l' alma trista 
Per un cor , lasso ! eh' è fuor d'esto regno . 



ii4 PARTE 

CVIII. 

Messer Bozzoti , il vostro Manoello 
( Seguitando l'error della sua legge ) 
Passato è nell' Inferno , e prova quello 
Martir , eh' è dato a chi non si corregge . 

JS^on è con tutta la comune gregge , 
Ma con Dante si sta sotto al cappello , 
Del qual/come nel libro suo si le^e, « 
Vide coperto Alesso Interminello . 

Tra lor non è solazzo , ne coruccio , 

Del qual fu pieno Alesso , com' un orso , 
E ruggia là., dove vede Castracelo; 

£ Dante dice : quel da Tiro è morso, 
Mostrando Manoello in breve sdruccio, 
£ r uom , che innestò '1 persico nel torso . 

CK. 

In verità questo libel di Dante 
E una bella scisma di Poeti, 
Che con leggiadro e vago consonante 
Tira le cose altrui ne le sue reti . 

Ma pur tra Gioviali , e tra Cometi , 

Riverscia il dritto , e '1 torto mette avante , 
Alcuni esser fa grami, alcuni lieti, 
Com' Amor fa di questo e quello Amante . 

Poi che gli essempi suoi falsi e bugiardi 
Quai presso pon, quai lungi dal Demonio, 
Debbano star si come voti cardi ; 

£ per lo temerario testimonio , 

La vendetta de' Franchi, e de' Lombardi, 
Si dorrà ,. qual di Tullio fece Antonio . 



QUARTA ii5 

ex. 

Al mio parer non è ch'in Pisa porti 
Si la tagliente spada d'Amor cinta, 
Come il bel Cavalier , ch'ha oggi vinta 
Tutta l'alta sembianza de' più forti; 

E quei che de' suoi colpi non són morti , 
Ne sentono per lui T anima strinta 
Campar, per ciò che dòv'egli ha depinta 
La sua figura non han gli occhi accorti , 

Come li miei , che si feraiano in freccia, 
Sì tosto, com' avanti quel m'apparve 
Di sì hobil beltà, ch'ogn' altra sparve . 

Io non dirò quel , che veder mi parve. 
Del Cavalier ardito dalla treccia , 
Se non eh' io porto nella mente teccia . 

CXI. 

Pianta Selvaggia, a me sommo diletto , 
Nata, cresciuta, e colta in Paradiso, 
eh' ad ombri gli occhi onesti , e'I più bel viso 
Che mai fosse creato, e'I più perfetto. 

Perdona al temerario mio 'ntelletto 
Dalla salute sua tanto diviso , 
Che ne trae copia in stile alto, e proliso, 
Perchè quest'occhi non hann'altr' oggetto. 

E se lunga stagion tuo stato dura 
In tanta dignità , che prendi onore 
D'esser ghirlanda a lei degna, e sicura, 

Dille, che un sol rimedio ha 'l tristo core. 
Che , secondo uman corso di natura , 
A nullo amato amar perdona Amore . 



ii6 PARTE 

cxn. 

Ben dico certo , che non fu riparo 

Ch' io sostenessi de'suoi cicchi il colpo , 
£ questo gran valor io non incolpo. 
Ma '1 duro core d' ogni mercè avaro , 

Che mi nasconde '1 suo bel viso chiaro , 
Onde la piaga del mio cor rimpolpo, 
Il quale mentre lagrimando scolpo, 
.Sempre mi movo con lamento amaro . 

Così è tuttavia bella e crudele , 

D'Amor selvaggia, e di pietà nemica, 
Ma più m' incresce che convien , eh' io'l dica 

Per forza del dolor che m' affatica , 

Non perchè contr'a lei porti alcun fele. 
Che via più che me l'amo, e son fedele. 



CANZONE XVIII. 

Blille volte ne chiamo el dì mercede , 
Dolce mia Donna , che dovunque sia 
La mente mia , desiosa vi vede , 
Et il mio cor da ciò non si desvia , 
eh' è sì pien tutto d'amor, e di fede 
Per voi, eh' ogn' altra novità te oblia . 
In vostra signoria sì son distretto , 
Che morte e vita aspetto 
Di me , qual più vi piace , 
Pur eh' abbia in sul finir la vostra pace 



QUARTA 117 

- E certo sì verace amor mi stringe. 
Che già '1 cuor non s'infinge 
D'amare ad un rispetto, 
Ma tanto ho più d'angoscia, e mendiletto^ 

Ahimè! spesso m'assale Amor pungendo 
In ogni parte il cor , si che gridare 
Mi fa mencè, mercè, forte piangendo, 
£ poi eh' ho pianto , comincio a cantare, 
Sempre grata mercede a voi chiedendo. 
Che di bellezza al mondo non ha pare , 
E tal vita d' amare ognora porto , 
Che di voi mi conforto, 
Membrando quand'io canto, 
E sowiem.mi di me, quand'io fo pianto; 
Ch' io riconosco tanto il mio destino 
Che non potria Amor fino 
Far eh' io venissi ip porto 
Del mio voler, così n'è'l tempo corto. 

Sì m'è cfudel nemica la sventura, 

Ch'ogni ragione , ogni ben mi contende, 
E strugge quell', in ohe pong' ogni cura, 
Perchè pietate da mercè discende , 
E mercè da pietà, ch'altronde indura 
Il core quanto più gentil voi prende: 
E se '1 vostro non m' imparte a bastanza 
D'una greve possanza, 
Non è , se non ria sorte , 
Che m' è invidiosa , e più crudel che morte . 
Dunque perchè sì forte , e spesso grido 
Amor? però ch'io sfido 



ii8 PARTE 

Con la vostra possanza 

Vincer, se si mantenga quest'usanza. 
Vola , Canzone mia , non far soggiorno : 
. Passa '1 Bisenzio , e l' Agna , 

Riposandoti appunto in su la Brana , 

Dove Marte di sangue il terren bagna, 

£ cerca di Selvaggia ogni contorno ; 

Poi di' : senza magagna 

Mio Signor farà presto a voi ritorno . 



CXIII. 

Arnold, che vien per le più dolci porte 
Sì chiuso , che noi vede uom trapanando , 
Riposa nella mente, e là tien corte, 
Come vuol , de la vita giudicando ; 

£ molte pene al cor per lui son porte ; 
Fa tormentar li spiriti affannando , 
£ l'anima non osa pianger forte , 
Ch' ha paur^ di lui , soggetta stando . 

Queste cose distingue Amor, che l'have 
In signoria, però non contiam nui, 
Che la sentenzia addoglia i colpi spessi , 

£ senza essempio di fera, o di nave, 

Partiam sovente, e non sappiam da cui f 
A guisa di dolenti a morir meàsi . 



QUARTA II 



CANZONE XIX. 



A MESSER GUIDO NOVELLO IN LODE d'eNRJCO VII. 



L alta virtù , che si ritrasse al Cielo , 
Poi che perde Saturno il suo bel regno , 
E venne àotto Giove ^ 
Era tornata ne l'aureato velo 
Qua giuso interra, ed in quell'atto degno, 
Che'l suo effetto muove, 
Ma per che le sue 'nsegne furon nuove 
Per lungo abuso , e per contrario usaggio , 
Il mondo reo non sofferse la vista , 
Onde la terra trista 
Bimasa s' è nell' usurpato oltraggio ^ 
E '1 Ciel s' è reintegrato , come saggio . 

Ben de' la trista crescere il suo duolo 

Quant'ha cresciuto il disdegno, e'I ardire 

La dispietata morte; 

E però tardi si vendica '1 suolo 

Di Linceo , che si schifa di venire 

Dentro da le sue porte, 

Ma contr'a'buoni è si ardita, e forte. 

Che non ridotto di bontà , ne schiera , 

Ne valor vai contr a sua dura forza ; 

Ma come vuole , e a forza , 

Ne mena 1 mondo sotto sua bandiera , 



120 PARTE 

Ne altro fugge da lei, che laude vera , 
L'ardita Morte non conobbe Nino, 
Non teméo d'Alessandro, nèd'Iulio, 
Né del buon Carlo antico , 
E mostrandone Cesar , e Tarquino , 
Di quei piuttosto accresce il suo peculio, 
Ch' è di virtute amico , 
SI come ha fatto del novello Enrico • 
Di cui tremava ogni sfrenata cosa , 
Si che l'esule ben saria redito , 
Ch'è da virtù smarrito. 
Se morte non gli fosse sta' noiosa ; 
Ma suso in Ciel lo abbraccia la sua sposa . 
Ciò che si vede pinto di valore , 
Ciò che si legge di virtute scritto, 
Ciò che di. laude suona, 
Tutto si ritrovava in quel Signore 
Enrico, senza par, Cesare invitto, 
Sol degno di corona; 
E' fu forma del Ben , che si ragiona. 
Il qual gastiga gli elementi , e regge 
Il mondo ingrato d'ogni providenza. 
Per che si volta , senza 
Rigor , che renda il timor a la legge 
Contro la fiamma de le ardenti invece . 
Veggiam che Morte uccide ogni vivente, 
Che tenga di quell' organo la vita , 
Che porta ogni animale ; 
Ma pregu), che dà virtù solamente, 
Non può di morte ricever ferita , 



QUARTA 121 

Perch' è cosa eternale , 

amica vola , e sale 

Sempre nel loco del saggio intelletto, 
Che sente 1' aere, ove sonando applaude 
Lo spirito di lande, 
Cbe piove Amor d'ordinato diletto , 
Da cui il gentil animo è distretto . 

Dunque al fin pregio , che virtude spande^ 
E che diventa spirito ne 1' are , 
Che sempre piove Amore, 
Solo ivi intender de' l' animo grande , 
Tanto più con. magnific' operare 
Quant'è in stato maggiore. 
Né uomo gentil, né Re , né Imperadore, 
Se non risponde a sua grandezza l'opra, 
Come facea nel magnifico Prince, 
La cui virtute vince 
Nel cor gentil , si che vista di sopra , 
Con tutto che per parte non si scuopra . 

Messer Guido Novello , io -son ben. certo , 
Che '1 vostro Idolo Amor, Idol beato 
Non vi rimuove da l'amore sperto 
Per eh' è infinito merto, 
E però mando a voi ciò, che ho trovato 
Di Cesare, ch'ai Cielo è 'ncoronato. 



Ili PARTE 

cxìv. 

A la battaglia, ove Madonna abbatte 
Di mia virtù quanta mi trova intorno , 
Apparve un Cavalier si bene adorno , , 
Che Tanima veggendo si dibatte; 

Ma per la forza d' Amor, che combatte , 
£ vince tutto, non vi fa soggiorno, 
Anzi sen va sì bel , che del ritorno 
Lo prega qual pensier in lui s'imbatte. 

Non m'è nel cor rimasa tanta parte 
Che provar vi potesse i colpi sui 
Il Cavalier, che tien'in forz'altrui. 

Quella, che s'allegrò veggendo lui , 
Ora sospira , poi che si diparte 
Tanto gentil , che par fatto per arte . 

CXV. 

Maraviglia non è talor s'io movo 

Sospiri a chiamar voi , Selvaggia cara , 
Ch'a tutto il mondo è la mia fede chiara, 
Solo a voi no; or a mie spese il provo. 

Qual mio destin , qual mio peccato novo 
Fa voi cagion della mia vita amara ? 
O mia lenta a venir ventura , e rara. 
Ch'ai fonte di pietà pietà non trovo! 

Pur quell'Amor, eh' ad amar voi m'invita 
Con sue lusinghe, e con parole accorte, 
Frutto promette a la speranza mia . 

Non contro a me pugnar può la mia sorte , 
eh' io non sia vostro , e che così non sia ; 
Questo voi no, ma terminar può morte.. 



QUARTA 123 

CXVI. 

Caro mio Gherarduccio , io non ho'nveggia 
Del fatto tuo , ma ben del mio mi duole , 
Che mai non spero , ch'Amor mi proveggiaj 
Però diss'io Taltr'jer queste parole, 

E dico sempre : s'egli è ver , che feggia, 
O mandi al core uno spirto qual vuole ; 
Che pur convien , eh' accidente esser deggia 
De l'uno a l'altro, e morte seguir suole. 

Onde tu puoi parlar come ti piace, 

Che tu sei dentro al cor ferito a morte , 
E '1 colpo gli occhi tuoi ritenner forsi . 

Cosi la piaga vai portando in pace , 

Ch'umiltà trovi , ed è il contrario forte, 
E non è molto ancor eh' io me n' accorsi . 

MADRIGALE IIL 



Ir^oichè saziar non posso gli occhi miei 

Di guardar di Madonna il suo bel viso , 

Mirerol tanto fiso 

eh' io diverrò felice lei guardando . 
A guisa d' Angel , che di sua natura 

Sopra umana fattura , 

Dìvien beato sol vedendo Dio ; 

Così essendo umana creatura, 

Guardando la figura 



124 PARTE QUANTA 

Di questa Donna , che tiene il cor mio; 
Potria beato divenir qui io ; 
Tant' è la sua virtù , che spande , e porge 
Se stessa ad altri , avvenga non la scorge 
Se non chi lei onora desiando . 



DELLE RIME 



DI MESSFR GINO 



DA PISTOIA 



PARTE QUINTA 

LA QUALE COMPRENDE MOLTE RIME CHE SI 

CREDONO INEDITE . 

CANZONE XX. 

Per la morte di Dante Alighieri . 

i^u per la costa, Amor, de l'alto monte, 
Drieto a lo stil del nostro ragionare , 
Or chi potria montare , 
Poi che son rotte l'ale d'ogni 'ngegno? 
r penso ch'egli è secca quella fonte, 
|fe la cui acqua si potea specchiare 
Ciascun del suo errare , 
Se ben volem guardar nel dritto segno . 
Ah ! vero Dio , che e perdonar benegno 
Sei a ciascun, che col pentir si colca, 
Quest'anima bivolca, 
Sempre stata d' amor coltivatrice , 
Ricovera nel grembo di Beatrice . 



126 PARTE 

Qual'oggi mai degli amorosi dubi 

Sarà a' nostri intelletti secar passo , 

Poiché caduto, ahi lasso! 

È 1 ponte ove passava i peregrini? 

Mò 'l veggio sotto nubi : 

Del suo aspetto si copre ognun basso; 

Sì come 'l duro sasso 

Si copre d' erba , é talora di spini . 

Ah! dolce lingua, che con tuoi latini 

Facci contento ciascun, che t'udia, 

Quanto dolor si dia 

Ciascun , che verso Amor la mente ha volta 

Poiché fortuna dal mondo t'ha tolta! 
Canzone mia, a la nuda Fiorenza 

Oggi ma' di speranza , ten' andrai : 

Di' , che ben può trar guai , 

Ch'omai ha' ben di lungi al becco l'erba . 

Ecco: la profezia, che ciò sentenza. 

Or è compiuta, Fiorenza , e tu 'l sai : 

Se tu conoscerai 

Il tuo gran danno, piangi, che t* acerba; 

E quella savia Ravenna , che serba 

Il tuo tesoro allegra se ne goda , 

Che é degna per gran loda . 

Così volesse Dio , che per vendetta 

Fosse deserta l' iniqua tua setta . 






* » 



QUINTA la; 

CXVII. 

sì m'hai di forza e di valor distrutto, 

Che più non tardo, Amor , ecco eh' io muoio. 
Che levo per te, lasso! ov'io m'appoio 
Del mio gravoso affanno , questo frutto . 

Come lusingator tu m' hai condutto: 
Ed or mi fai come villano e croio , 
Che non sai la cagion, perch'io t'annoio, 
Vogliendoti piacer sempre del tutto . 

Perchè vuo' tu, Amor, che cosi forte 
Sia lo mio stato sol più che pesanM? 
Forse però eh' io senta dolce morte ? 

Oimè dolente! che cotal -pietanza 
Non pensava trovar ne la tua corte. 
Che tal v'ha gioia, che v'ha men leanza. 

ex Vili. 
all'askunzio della morte di Selvaggia. 

Deh non mi domandar perch' io sospiri. 
Ch'io ho testé una parola udita, 
E svariai' ha tutti i miei desiri-; 
Fuor della terra la mia Donna è gita ; 

Ed ha lasciato me 'n pene , e martìri , 
Coi cuore afflitto , e gli occhi l'han smarrita. 
Farmi sentir , che ormai la morte tiri 
A'fine, oh lasso! la mia grave vita. 

Rimaser gli occhi di lor luce oscuri 
Si , ch'altra donna non posso mirare. 
Ma credendogli un poco rappagare. 

Veder fo loro spesso gli usci e' muri 
Della casa , ù s'andaro a innamorare 
Di quella , che lo cor fa sospirare . 



\ 



ia8 PARTE 

CXIX. 

Poi ched c't'è piaciuto, Amor, ch'io sia 
Sotto tua grande et alta potestate , 
Piacciati ormai, ch'io trovi pietà te 
Nel cor gentil , che e' è la vita mia ; 

eh' io mi veggio menar giù per tal via , 
eh' io temo di trovar crudelitate , 
Ma sofferendo amico d' umiltate , 
Spero pur ciò , che la mente disia , 

Mercè chiamando sempre ne' sospiri, 
Ch' escon di fuor, quando V alma si vede 
A gli occhi suoi celare il suo Signore . 

Quest'è lo spiri tei, da cui procede 
Ogni gentil virtude, e gran valore. 
Ch'ai mio cor fa provar tanti martìri . 

CANZONE XXL 



JLo gran disio, che mi stringe cotanto 
Di riveder la vostra gran beltate 
Mena spesse fiate 

Gli occhi lontani in doloroso pianto , 
E di dolore , e angoscia è tal pietate , 
Ch' Amor devrie venir da qualche canto 
A voi per fare alquanto 
Membrar di me la vostra nobiltate ; 
Poich'è secondo la sua voluntate; 
Sì che quasi niente in me risiede. 



QUINTA 1^9 

Vien d'ogni tempo, e riede, 

Lo spirto, donna mia, pye voi state; 

E questo è quel , ch'accende più '1 disio , 

Ch& m'uccidrà, tardando il redir mio. 

Non so se Amor per questa pietà sola. 
In se cangiato , a voi. Madonna , vegna , 
Che pur ciò non m' insegna 
Lo 'nnamorato spirito che vola ; 
Però con più dolor morte mi spegna , 
eh' io fino ; e voi credete a tal parola , 
Ch' è si come una sola , 
Che morto è quei cui'l nome or vi disdegna. 
Oh Dio che 'nvece della morta insegna , 
Qualche figura pinta in mio sembiante 
Poi v'apparisse avante, 
Che quandunque di me pur vi sowegna, 
L' alma che sempre andrà seguendo Amore , 
Gioia n'avrà come fosse nel core. 

Quanto mi fora ben sopra ogni cosa 
Se voi doveste sopra '1 mio martiro 
Far lo pietoso giro 

De bei vostr' occhi , là Ve Amor si posa ; 
Che come ho sempre desto '1 mio sospiro, 
Vi chiamerei, di Selvaggia, pietosa; 
. Per ciò che amorosa 
Per me , chiamarvi, avuto ho un desìro ; 
Ancor che quando in vostra beltà miro. 
Che fugge il saver nostro , e quanto , e come, 
Selvaggia n' è 'l bel nome , 
Né fuor di sua proprietà lo tiro, 



i3o PARTE 

S' ancor vo' dir selvaggia, cioè strana 
D'ogni pietà, tli cui siete lontana. 

Ma poi che pur lontan di toì vedere 
Lasso! convien che di mia vista caggia 
La vostra mente saggia, 
E 'I core sempre men potrà valere : 
Prego che quel disdegno più non aggia, 
Che nacque allor che cominciò apparere 
In me , si come fere 

Lo splendor bel , che de'vostr' occhi raggia ; 
Et ogni mal voler ver me ritrag^ia , 
Se , guardando, noioso a voi so stato 
£ non vi sia in disgrato 
Se da me parte , chiamando Selvaggia , 
L'anima mia , eh' a voi servente viene; 
Voi siete '1 suo desio , e lo suo bene. 

Canzon, vanne così chiusa chiusa 
Entro in Pistoia a quel di Pietra mala^ 
E giugni da quell' ala, / 

Dalla qual sai che'l nostro Signor usa; 

Poi sì , se v' è 'I dritto segno 

Guardami, come dei, da cuor malvagio. 




QUINTA i3 



CANZONE XXII. 



b io smagato sono, et infralito, 
Non ve ne fate, genti , maraviglia , 
Ma miracol vi sembri solamente 
Com'io non son già della mente uscito; 
In tal maniera la morte mi piglia , 
Et assalisce subitanamente , 
Che l'alma non consente 
Per nulla guisa di voler morire ; 
Ma '1 corpo mio per pena di sentire 
La chiede quanto può , senza dimora . 
Di ciò , lasso ! ad ognora 
Crescere sento fra me stesso guerra; 
Però che non disserra 
La morte di voler, ch'i' teste mora . 
Così m' awien per non veder V augella , 
Di cui non ebbi gran tempo novella . 

Quando Tanima trista, e'I corpo, e'I cuore, 
Guerreggian tutti insieme per la morte , 
Che qual l'adastia, e qual pur la disia,' 
Sovra me sento venir un tremore, 
Che per le membra discende si forte, 

\ Ch' io non saccio in qual parte i'mi sia ; 
Ma allor la Donna mia 
Per mia salute ricorro a vedere , 
La cui ombFa giuliva fa sparere 



i3a PARTE 

Ogni fantasma, ch'addosso mi greva; 
eh' ogni gravor m'alleva 
Lo suo gentile aspetto vertudioso , 
Che mi fa star gioioso ; 

Però membrando ciò teste 

Ch'aver non posso tuttor tal conforto 
Dunque sarebbe me' eh' io fosse morto . 

Di morir , tengo ^ col corpo, mia parte, * 
Che non avrei se non minor tormento , 
Ch'io aggia, stando senza veder lei . 
Deh travagliar mi potess'io per arte, 
E gir a lei per contar ciò , ch'io sento, 
O per vederla , eh' altro non vorrei \ 
Piangendo le direi : 
Donna, venuto son per veder voi, 
Ch'altro che pena non senti' da poi, 
Ched io non vidi la vostra figura : 
Menato m'ha ventura 
A veder voi, cui mia vita richiede, 
Certo che in me si vede 
Pietà visibil , se porrete cura : 
Ciò, che vi mostra il mio smagato viso, 
Che mostra fuor com'Amor m' ha conquiso 

Quand' io penso a mia leggiera vita , 
Che per veder Madonna si mantiene, 
E la cagion perch' io sto gravoso , 
E '1 gaio tempo presente n'invita 
Per la fresca verzura a gioia , e bene , 
Chi si sente aver core disioso; 
Ciascheduno amoroso 



QUINTA i33 

Va per veder quella Donna, che ama ; 
£ ciò vedendo l'alma mia s' imbrama 
Tanto , che ella non puote star in pace 
Gol cor; la mente face^ 
£ dice : lassa ! che sarà di meve ? 
Lo corpo dice: fia tua vita greve, 
Secondamente, ch'ai nostro Amor piace. 
Volesse Dio eh' avanti , eh' io morissi , 
La vedess'io, che consolato gissi. 
Da parte di pietà prego ciascuno , 

Che la mia pena, e lo mio torment' aude ^ 
Che preghi Dio, che mi faccia finire; 
Che di morir ne lo stato , ov' io sono , 
Mi conterei in gran pregio , et in laude , 

Di me porrla dire 

Ch' io fui d' Amor sin da giovane etade 

£ stando sol ne la sua potestade 

Per non veder mia Donna morto fosse , 

£ come Amor m' addusse 

Direi a quei , che sono innamorati , 

D' ejsta vita passati , 

Laudando il gran piacer, ch'Amor mi mosse, 

£ crederemmi solamente fare 

Ogn' anima di ciò maravigliare. 



i54 PARTE 

CXX. 

Lo fino Amor cortese , eh' ammaestra 
D'umil soffrenza ogni suo dritto servò, 
Mi mena con la sua dolce man destra, 
Però che '1 suo voler tutto conservo . 

Ma per servire a lui, quella diservo 

Che sue moschette nel cor mi balestra , 
La qual, poiché d'amar lei non disnervo, 
Mi è cara sol di stare a la finestra , 

Perch' io di lei veder non mi rallegri , 
Anzi perda il disio, che mi nutrica , 
E poi del tutto Amor per lei disdica . 

Ma questa pruova l'alta mia nemica 
Pur pei'derà, sì sono in essa integri 
Li miei pensieri , a mal grado de' Negri . 

CXXL 

Giusto dolore a la mòrte m'invita 

Ch'io veggio a mio dispetto ogn'uom giulivo, 
E non conforto alcuno, stando privo 
Di tutto ben ,. eh' ogni gio' m'è fallita . 

Ma non so che mi far de la finita , 
Ch' al morir volentier già non arrivo j 
Così 'n questo dolor, misero, vivo 
Infra '1 grave tormento di mia vita . 

O lasso me , sopra ciascun doglioso ! 

Se gli occhi miei non cadessero stanchi , 
Mai non avrei di lacrimar riposo ; 

Ch'a ciò non vuol' Amor eh' un'ora manchi, 
Poiché in oscuro , di stato gioioso , 
Si mutaro i color vermigli e bianchi . 



QUINTA i35 



CANZONE XXIIL 



&i mi distringe Amore * 

Mortalemente in ciascun membro, o lasso! 

Che sospirar non lasso , 

Ne altro già non so dicer , né fare . 

Il corpo piange il core , / 

Ch' è dipartito , e dato gli ba consorte , 

In loco di se , morte , 

Cioè d' Amor , cbe '1 fa per morto stare , 

Con questo pur penare , 

Ne si può rallegrare , 

Ne se risquoter già ;' sol per mercede , 

Se la vostra figura 
^ Non veggio , Donna , 'n cui è '1 viver mio : 

Cosi m'aiuti Dio, 

Che già per altro a voi non pongo cura . 

Sempre con «fede pura 

Sollievo gli occhi miei , eh' arrecan vita 

Alla mia ammortita , 

Persona lassa , quando voi non vede • 
Non è già maraviglia , 

Donna , se a vedervi mi rattegno , 

Che ciò pur far convegno 

S' io vo' campar di morte , e vita avere , 

Ma gran cosa simiglia, 

Poiché vi son per avventura giunto, 



i36 PARTE 

Com' io mi parto punto 
Del loco là , ù posso voi vedere , 
Ov'è lo mio piacere: 
Non sol me rattener^, 
Ma pur venir là , 'v' è vostra persona , 
Devria senza partire , 
Mettendomi pertanto al disperare , 
Anzi che ritornare 
A si forte martire . 
Dio , Donna abbellire 
Non vide si la passione mia , 
E star ver voi vorria , 
eh' a tutto '1 mondo siete santa e buona. 
Ma sol io , che sorpreso 

M' ha tant' , oltr' a pensare , Amor di vui , 

Ch'io v'amo più d'altrui, 

E bramo voi veder per mia salute ; 

Ma ciascun' altro inteso 

È al talento suo ; onde coralemente 

Tien miracol la gente 

Veder voi cosa di sovra virtute 

Più che Natura puotc ; 

Che mai non fur vedute 

Così nuove bellezze in donna adorna , 

Com'io credo di piana, 

V' elesse Dio fra gli àngioli più bella , 

E'n far cosa novella 

Prender vi fece condizione umana : 

Tanto siete sovrana , 

E gentil creatura, che lo mondo ^ 



V 

\ 



QUINTA i37 

Esser ci dee giocondo 

Sol , che tra noi vostra cera soggiorna , 
Donna, pir Dio , pensate, 

Ched è' però vi fe'maravigliosa 

Sovra piacente cosa , i 

Che Tuom lodasse lui nel vostro avviso: ^ 

A ciò vi die beltate , 

Che voi mostraste sua somma potenza • 

Adunque in dispiacenza 

Esser già non vi dee, s' io guardo fiso 

Vostro mirabil viso , 

Che m' ave il cor diviso , 

E che m'alleggia ogni gravosa pena. 

Già non vi fece Dio 

Perchè ancidesse alcun vostro bellore . 

La mia vita si muore 

Naturalmente, se voi non vegg'io, 

Sì m' è mortale , e rio , 

Lo star senza veder la vostra cera , 

Mia vigorosa spera , 

Ch'a vita e morte sovente mi mena. 
Ahi me lasso ! morto 

Anzi foss*io, che dispiacervi tanto, 

Che voi vedere alquanto 

Non concedesse a me servo leale . 

Uomo son fuor conforto : 

Tant'è T anima mia smarrita ornai, 

Che non fina trar guai. 

Si la tempesta tempo fortunale. 

Già son veduto a tale 



i38 PARTE 

Per soverchio di male , 

Che ogn uom mi mira per iscontraffatto . 

Dunque , se mi scampate , 

Merito n'averete da ciò certo , 

Ch'Amor m'ha tutto offerto , 

£ collocato in vostra potestate . 

Per Dio , di me pietate 

Vi prenda, per mercè, di mene un poco: 

Ritornatemi in giuoco, 

Ch'io prenila ardir, che sto ver ciascun quatto 



CANZONE XXIV. 

Ciuori gentili , e serventi d'Amore, 
Io vo'con voi di lui dire alquanto, 
Per cui avete sospirato tanto , 
Ma salvo tuttavia lo vostro onore ; 
Ch'esto è consiglio d'ogni buon Profeta. 
Per rallegrar la mia pei»a e'I mio pianto. 
Non tròv'io ched alcun altro canto. 
Altro che sofferenza mi ripeta ; 
Ma non posso veder qual^ pianeta 
Prometta, per soffrir d'amanza, gioia > 
E come ad Amor lor detto s'appoia; 
Che già sarebbe mia tempesta cheta : 
Però poco di me dicer vi voglio , 
E poi pensate s' a ragion mi doglio . 

Io dico d'Amor, ch'in grave affanno 



QUINTA i39 

Tenuto m' ha già fa lunga stagione ^ 
Ne variato mia opinione 
Della sua fede, come i fedei sanno; 
E di mercè cherer già mai non sosto , 
E 'i gran soffrir non mi dà guidar done . 
Ella peggiora tuttor mia condizione, 
Si , che la vita mia finirà tosto , 
Perch' io mi sento sì grieve disposto , 
Che già non posso me stesso bailire , 
£ non mi vai soccorso di soffrire . 
Così m'ha, lasso! Amor fra pene posto, 
Miracol par com' ogn' uom non s' attrista , 
Quando risguarda mia pia tosa vista . 

Portato ho sempre di piatanza vesta , 
E stato sono d* umiltà guernito 
In ver lo grande orgoglio, ch'assalito 
M'ha sempre con spietanza , e con tempesta . 
Sofferto ho lungamente loro offesa 
Istando per Amor tutto gicchito , 
Ne non aggio veduto , ne sentito , 
eh' Amor si sia levato a mia difesa 
Per acchetare orgoglio y o sua contesa , 
Che sofferenza con pietate atterra ; 
Così morraggio per forza , e per guerra , 
Ch'ha per uso spietà natura presa : 
Perduta ha Amor virtù ver la spietosa , 
O forse , che forzar lei già non osa . 

Credo che per soffrir l' uom sia vincente 
Di tutto ciò , che per soffrir procede ; 
Ma creder già non posso , che mercede 



i4o PARTE 

D'Amor péro s'ac<)uista: al mìo parvente, 
L'Amore per piacente affar si muove 
Soave, fin che ben Signor si vede; 
Poi , come egli è Signor, martora , e ancide, 
E gli spiriti miei ne fanno prove, 
Che vanno discorrendo non so dove, 
Ne ^60 se Amor si faccia loro scorta , 
Che quanto a ciascheduno, mi rapporta. 
Piangendo ad me davanti, pene nuove: 
Se spene vien compiuta , per ventura 
Ciò addivien, non per d'Amor natura. 
Lasso ! eh' i' ho provato la soffrenstà ; 
Chi ma' saprebbe dare altro consiglio? 
Veracemente l'Amore assimiglio 
A quel, che genti inganna per negghienza. 
Discreder non poss'io quel, ch'io sento; 
Oh lasso! a che rimedio più m'appiglio? 
eh' io son come la Nave , eh' è in periglio , 
A cui da tutte parti nuoce '1 vento. 
Maravigliate forse eome attento 
Biasmare Amok*, cui già post' aggio laude? 
Testé conosco, hia tardi, sua f rande. 
Che far non po^so da lui partimento. 
Pensate ora fra voi ciò eh' io vi dico 
D'Amore, il qual mi tien di gìo' mendico. 



QUINTA »4i 

CXXII. 

Tutte le pene, ch'io sento d'Amore 
Mi son conforto acciò eh' io non ne muoia , 
Pensando , che mi ha fatto servidore 
Della mia gentil Donna, e non l'è noia. 
Quella , che porta pregio di valore , 

Più che non fece d'arme Ettor di Troia, 
E di tutta awenentenza , e bellore « 
Fra tutte l'altre donne al mondo è gioia. 
Deh chi potria sentir d' amor mai doglia , 
Avendo in tanta altura il suo cor miso^ 
Et ancor più che so, eh' è ben sua voglia ; 
Che la beltate sol dello suo viso 

Tant' allegrezza par ch'ai cor m'accoglia , 
eh' io credo più gio' non sia in Paradiso . 

CXXIII. 
Guardando voi 'n parlare, et in sembianti , 
Angelica figura mi parete , 
Che sovra ciascun mortai contenete 
Compimenti di ben non so dir quanti , 
Credo eh' a prova ogni virtù v'ammanti , 
Che di bellezze tal miracol siete, 
Ne gli atti sì gentil piacer avete. 
Che 'nnamoran ciascun , che vi sta avanti . 
Gli occhi 'n tal maestria par che gli muova 
L'Amor, che figurate in vostra ciera. 
Che pur convien , che pera per dolcezza 
Lo cor di quei , eh' han tanta sicurezza , 
Che sta a ristio se campi, o se pera ^ 
Per voi veder , sì come Amor lo trova . 



1^2 



PARTE 



CXXIV. 

Come non è con voi a questa festa ^ 
Donne gentili , lo bel viso adorno? 
Perchè non fu da voi staman richiesta 
Ch' ad onorar venisse questo giorno ? 

Vedete ogn' uom , che si mette in inchiesta 
Per vederla , girandovi d' intorno : 
£ guardan qua , ù per lo più s' arresta ; 
Poi miran me, che sospirar non storno. 

Oggi aspettavo veder la mia gioia 
Stare tra voi , e veder lo cor mio , 
eh' a lei , come a sua vita , s' appoia . 

Or' io vi prego , Donne , sol per Dio, 
Se non volete, ch'io di ciò mi muoia, 
Fate si che stasera la yegg' io . 

cxxv. 

Or dov'è. Donne, quella, 'n cui s'avvista 
Tanto piacer, che ancor voi fa piacenti; 
Poi non v' è , non ci corrono le genti , 
Che reverenza a tutte voi acquista . 

Àinor di ciò ne lo mio cor s' attrista 

Che voi non la . / 

Per raffrenar di lei li maldicenti , 
Ed io sol moro d'amorosa vista . 

Che sì , per Dio , e per pietà d' Amore , 
Ch'allegrezza a vederla ogn' uom riceve, 
Tant'è advenante, e di tutto dolciore. 

Ma non curaste ne Dio , né preghiera : 
Di ciò mi doglio, e ognun doler si deve, 
Che la festa è turbata in tal maniera. 



QUINTA 143 



CANZONETTA 



Jua vostra disdegnosa gentilezza, 
Che pone in se ogni nobil calere, 
Non mi può far dolere , 
Madonna, avvegnaché contro mi sia ; 

Però che a me non potè esser gravezza 
Quel , che si muove dal vostro volere ; 
Anzi m'è dispiacere , 
^ Sì come '1 fa , più che la vita mia. 

Or, Donna, se alla vostra signoria 
Piace avere in disdegno il mio servire. 
Saver dovete, che lo mio desire 
Non in ver debbe disdegnar a vui. 

Ma, s'io potessi, ben vi pregheria, 
Che'l mio desir volgeste ad altra cosa. 
Madonna , sol però che faticosa 
M* è troppo questa , a far credere altrui • 



MADRIGALE IV. 

lo guardo per li prati ogni fior bianco 
Per rimembranza di quel , che mi face 
Sì vago di sospir , ch'io ne chiegg'anco; 

£ mi rimembra della Bianca Parte , 
Che fa col verdebrun la bella taglia , 
La qual vestio Amore 



i44 PARTE 

Nel tempo, che guardando Vener Marte, 
Con quella sua saetta, che più taglia^ 
Mi die per mezzo il core , 
£ quando Y aura muove il bianco fiore , 
Rimembro de' begli occhi il dolce bianco. 
Per cui lo mio desir mai non fu stanco . 



MADRIGALE V. 

lo mi son dato tutto a tragger oro 
A poco a poco del fiume, che '1 mena, 
Pensandone arricchire/ 
£ credone ammassar più che'l re Poro, 
Traendol sottilmente fra l' arena ; 
Ond'io potrei gioire , 
£ penso tanto a questo mio lavoro , 
Che s'io trovassi d'ariento vena. 
Non mi potria gradire ; 
Però che non è mai maggior tesoro , 
Che quel , che lo cor tragge fuor di pena , 
E contenta il disire . 
Però contento son pure ad amare 
Voi, gentil Donna, da cui mi convene 
Più sottilmente la speranza trare , ^ 
Che r oro di quel fiume . 



QUINTA 145 



CANZONE XXV. 



JNon spero, che già paai per mia salute 

Si faccia , o per virtù té di soffren^ 

O d' altra cosa , 

Questa sdegnosa di pietate amica; 

Poi non s' è mossa da eh' ella ha vedute 

he lagrime venute per potenza 

Della gravosa 

Pena, che posa nel cuor ch'ha fatica 

Però , tornando a pianger la mia mente , 

Vado così dolente tuttavia , 

Com' uom che non sente, ne sa ove sia 

Da campar , altro che in parte ria . 

Non so chi di ciò faccia conoscente 

Più omai la gente , che la vista mia , 

Che mostra apertamente 

Come Talma desia , 

Per non veder il cor, partirsi via. 
Questa mia Donna prese nimistate 

Allor con tra pietate^ che s'accorse 

Ch'era apparita 

Nella smarrita figura , ch'io porto , 

Però che vide tanta nobiltate , 

Cosi pone in viltate chi mi porse 

Quella ferita , 

La quale è ita si , che m' ha *l cor morto . 



1^6 PARTE 

Pietanza lo dimostra, ond'è sdegnata , 
Et adirata , per questo che vede, 
eh' ella fu risguardata , ove noii crede 
eh' altri riguardi , per virtù , che fiede 
D' una lancia mortai, che ogni fiata 
Che è affilata , di piacer procede : 
Io r ho nel cor portata , 
Dappoi eh' Amor mi diede 
Tanto d' ardir , eh' io vi mirai con fede . 
Io la vidi si bella , e si gentile , 
Et in vista si umile, che per forza 
Del suo piacere 

A lei veder menaron gli occhi il core . 
Partissi allora ciascun pensier vile, 
E Amore , ch'è sottile , sì , che sforza 
L' altrui savere 

Al suo volere , mi si fé' Signore. 
Dunque non muove ragione il disdegno , 
Ch'io convegno seguire isf orzato 
Lo mio desio , secondo ch'egli è nato, 
Ancor che da virtù sia scompagnato ; 
Per che non è cagion , eh' io non son degno ; 
Ch' a ciò vegno , come quei , eh' è menato ; 
Ma sol questo n' assegno 
Morendo sconsolato, 
Ch' Amor fa di ragion , ciò che gli è grato . 



QUINTA 1/17 



BALLATA IX. 



^mor^ che ha messo 'n gioia lo mio core, 
Di voi, gentil Messere, 
Mi fa'u graa benigiianza sormontare, 
Et io noi vo' celare , 
Come le donne , per temenza, fanno . 

Amor mi tiene in tanta sicuranza , 
eh' infra le donne dico'l mio volere, 
Come di voi, Messer, so' 'nnamorata, 
£ come'n gioia mia consideranza 
Mostro, che per sembianti il fo parere 
Ad voi gentil Messere, ad cui son data; 
£ s' altra donna contrai mio talento 
Volesse adoperare , 
Non pensi mai con altra donna gire j 
Et io lo fo sentire 
Ad chi di voi mi volesse far danno . 

Non ho temenza di dir com'io sono 
A lo vostro piacer sempre distretta, 
Si la baldanza d'Amor m'assicura ; 
E quando con altrui di voi ragiono , 
Lo nome vostro nel cor mi saetta 
Una dolcezza, che lo cor mi fura, 
E non è donna , che me ne riprenda ; 
Ma ciascheduna pare. 
Che senta parte de lo mio desio; 



i48 PARTE 

£ questo è quel , per eh* io 

Temo di perder voi per loro inganno . 



BALLATA X. 

i^a dolce innamoranza 

Di voi , mia Donna , non posso celare ; 

Conviemmi dimostrare 

Alquanto di mia gio'per abbondanza . 

Cosi come non può tutto tenere 
Lo pomo lo suo frutto , eh' ha incarcato 
De r Amorosa sua dolce stagione, 
Non posso tanta gioia meco avere , 
Né tanto ben tutto tener celato, 
Che fora in me perduto , e di ragione ; 
Se io più d'altro amante 
Non dimostrasse l' amoroso stato , 
Ove Amor m' ha locato 
Con voi , Madonna di tutt' onoranza . 



BALLATA XL 

(gentil mio sire , il parlare amoroso 
Di voi in allegranza mi mantiene , 
Ch'io dir non lo potria : ben lo sacciate, 
Perchè de lo mio amor siate gioioso . 



QUINTA 149 

Di ciò grand' allegrezza ,* e gio'mi, viene, 

£ altra cosa non aggio in yolontate, 

Fuor che '1 vostro giacere . 

Tuttora fate la vosVa voglienza, 

Aggiate provvidenza 

Voi , di celar la vostra disianza . 



BALLATA XIL 

Iji più begli occhi, ohe lucesser mai 

Oimè! lasso, lasciai; 

Ancider mf devea quand' il pensai . 
Ben mi dovea ancider io stesso, 

Come fe'Dido quando quell'Enea 

Le lasciò tanto amore; 
Ch'era presente e fecemi lontano 

Da quella gioia, che più mi diletta , 

Che nulla creatura . 
Partirsi da cosi bello splendore! 

Dov'io tanto fallai, 

Che non è colpa da passar per guai 
Oimè, più bella d'ogni altra figura. 

Perchè tanto peccai , 

Che nulla pena mi tormenta assai ? 



i5o PARTE 

CXXVI. A Dante. 

Novellamente Amor mi giura, e dice: 
D'una Donna gentil si fa riguardo , 
Che per virtute del suo nuovo sguardo , 
Ella sarà del mi' cor beatrice. 

Io , eh' ho provato poi come disdice , 
Quando vede imbastito lo suo dardo , 
Ciò che promette , a morte mi do tardo 
Che non potrò contraffar la fenice. 

S' i' levo gli occhi e' del suo colpo perdfe 
Lo cor mio quel poco, che di vita 
Gli rimase d' un altra sua ferita : 

Che farò, Dante? ch'Amor pur m' invita ^ 
£ d' altra parte il tremor mi disperde , 
Che peggio , che l'oscur , non mi sia '1 verde. 

cxxvn. 

O voi , che siete voce nel deserto , 
Che chiama e grida sovra ciascun core , 
eh' apparecchiate la via de lo onore , 
Per la qual non si va già senza merto , 

E secondo , che 'n voi siete esperto , 
Non è chi 'ntenda nò tanto fervore, 
Convertite la voce or ma' in dolore , 
Perchè la nuova usanza vi fa certo. 

Che tutto '1 mondo convien star coverto , 
Se lo è Sole che non rende splendore , 
Per la Luna, eh' è fatta maggiore^ 

Voi siete sol d'ogni parente fore, 

Per lo contrario, che '1 valore ha merto , 
A cui si trova ciascun core offerto. 



QUINTA i5i 

cxxvin. 

I 

Io era tutto fuor di stare amaro , 
Diletto fratre, e ritornato in buono, 
Entro 'n quel tempo , che'l cor mi furaro 
Due ladri, che 'n figura nuova sono; 

Et in tal punto allotta mi destaro , 
Ch'io non posso trovar riposo alcuno: 
E s'io non veggio di pietà riparo, 
Potrammi far di se Morte gran dono . 

Tu sai che di quel furto non si tiene 
Ragione in corte del nostro signore , 
Che per lor ratto in signoraggio viene . 

Adunque, amico , per altro valore , 

Che di pietà , scampar non mi conviene , 
Da che io non posso mai trovare il core . 

CXXIX. 

Dante, quando per caso s'abbandona 
Il disio amoroso de la speme , 
Che nascer fanno gli occhi del bel seme , 
Di quel piacer , che dentro si ragiona, 

r dico poi se morte gli perdona ; 

Se poi ella tien più delle duo streme ? 
L'alma gentil, la qual morir non teme, 
Se tramutar si può 'n altra persona ? 

£ ciò mi fa quella , che è maestra 

Di tutte cose, e per quel ch'io sent' anco 
L'entrata lascio per la ria finestra; 
Per lei che '1 mio creder non è manco J 
Che prima stato sia , o dentro , o estra , 
Rotto mi sono ogni mie ossa e fianco « 



i5a PARTE 

CXXX. 

Fa' della mente tua specchio sovente , 
Se vuoi campar, guardando il dolce viso. 
Nel qual so che v' è pinto il suo bel riso , 
Che fa tornar gioioso il cor dolente . 
Tu sentirai così di quella gente 
Allor, come non fusse mai diviso : 
Ma se lo imaginar sarà ben fiso. 
La bella Donna ti parrà presente. 
Da poi che tu starai si dolcemente, 
Rimembrati di me 9 che non ti celo 
In quale parte è ora il tesor mio . 
E priego , che mi scrivi tostamente 

Quel, che Amor ti dirà, quando il disio 
De gli occhi miei vedrai sotto ad un velo. 

CXXXI. 
Per una merla, che d'intorno al volto 
Sovravolando sicura mi venne , 
Sento eh' Amore è tutto in me raccolto , 
Lo qual uscio dalle sue nere penne , . 
Ch'a me medesmo m'ha furato e tolto, 
Nè*d' altro poscia mai non mi sovvenne, 
E non mi vai tra spine esser involto, 
Più che (txilui, che simile sostenne . 
Tnon so come ad esser mi ritorni , 
Che questa merla m' ha si fatto suo , 
Che sol voler mia libertà non oso . 
Amico, or metti qui'l consiglio tuo; 

Che s' egli awien pur , eh' io cosi soggiorni , 
Almen non viva tanto doloroso . 



QUINTA i53 

CXXXII. 

Novelle non di ventate ignude 

Quant' esser può lontane sien da gioco, 
Disio saver, sì ch'io non trovo loco. 
De la beltà , che per dolor si chiude . 

A ciò, ti prego, metti ogni virtute. 

Pensando ch'entrerei per te 'n un fuoco; 
Ma svariato t' ha forse tìon poco 
La nuova usanza de le genti crude; 

Sicché, ahi me lasso! il tuo pensier non volte. 
Però m'oblii; che memoria non perde. 
Se non quel che non guarda spesse volte : 

Ma se del tutto ancor non si disperde , 
Mandami a dir, mercè a chi amò molte , 
Come si dee mutar lo scuro in verde . 

CXXXIII. 

Amico, se egualmente mi ricange 
Niente già di me sarai allegro. 
Ch'io mòro per la oscura , che pur piange ^ 
La qual velata è'n un ammanto negro. 

Yien ne la mente, e lacrimando tange 
Lo cor , eh' è suo servente tutto integro . 
Allor del suo dolor l'aggreva, e frange 
Amor, che in lei servir non trova pegro . 

Qui non vegg' io , dolente ! che mi vaglia 
Chiamar pietade, che la sua mercede 
Non ait' uomo , che cosi travaglia . 

Onde s'attrista l'anima, che vede 

La Donna sua , che non par che le caglia 
Se non di morte , e in altra non ha fede . 



i54 PARTE 

CXXXIV. 

Graziosa Giovana, onora e eleggi 

Qual vuoi di quelle , che tu vedi ; Amore 

É solo ; intanto per lo tuo onore 

Lo mio sonetto in sua presenza leggi . 

E se poi te ne cai si , che gli chieggi 
Mercè de la mia vita , che si muore ^ 
Prego , che provi tanto il tuo valore y 
Ch'ogni virtute quasi ten' inveggi, 

Che nessuna per me stata è possente 
Verso questo Signor , che m' ha tenuto 
Sotto spera di morte lungamente; 

Et or vuol metter sopra il cor feruto 
Lo spirito , che l'anima dolente 
Caccia via ratto, che v'è su venuto . 

CXXXV. 

Picciol dagli atti , rispondi al Picciolo 
Equivocato, se l'intendi punto; 
E certo si è, ch'io non fui mai giunto 
Da cosi fatti , di tal guisa volo . 

Subitamente ti levasti solo 

Senz' essere da me chiamato, o punto ; 
E del tacer perdesti entro a quel punto, 
Ogn' uom lo dice , il pregio che n' aviolo . 

Sì grande è la vittoria , come è '1 vinto : 
Se tu se' cinto, meglio è ch'io non apra, 
Che mio onor non potrebbe èsser respinto. 

Di vincer te , che da follia se' spinto 
In laberinto, inorderia la capra 
3' avesse denti ; però non sie infiato . 



QUINTA* i55 

CXXXVI. 

Chi ha un buon amico , e noi tien caro, 
Molto leggiero ^ 1 suo conoscimento 
£ qual di aver al male alleggiamento^ 
Fa gran vendetta , non legge ben chiaro . 
Però si guardi chi non ha riparo 

Contro a chi gli favella a piacimento : 
Io gli faccio saper , che pentimento 
Non fu già mai ^ che non paresse amaro . 
Prim' hanno gli Spagnuol perduto il sole, 
eh' a noi s' avvenga di Jodar il sole , , 
Acciocché siamo incerti del sudaro ; 
Che tal si gabba dell' altrui somaro , 
Che può venir a tempo , che sia scuro : 
Qual va, di non cader non è sicuro. 

CXXXVII. 
Mercè di quel Signor , che è dentro a meve , 
Nessun non dotto è , che favelli in rima , 
£ che ciò, possa dir, mio core estima; 
Poi, quando il sente, l'uomo intender deve. 
Ch'io son quel sol, che sua virtù riceve. 
Fatto et acconcio tutto con sua lima, 
£t ogni motto muovo con lui prima , 
eh' io '1 porga fra la gente chiaro e breve » 
Dunque di cui dottar degg' io parlando ? 
D'Amor, che dal suo spirito procede, 
Che parla in me ciò, ch'io dico rimanda. 
Non temo lingua no, che astiando fiede ; 
Che Fuom , che per invidia va biasmando, 
Sempre dice il contrar di quel che crede . 



,56 t>ARTE 

CXXXVIII. 

Sì doloroso, non potria dir quanto, 

Ho pena , e schianto, angoscia , e tormento, 
E'I martorio, ch'io sofferisco, è tanto. 
Che mai non canto ed altra gio' non sento . 
E ciascun giorno rinnovello il pianto , 
E sono affranto d'ogni allegramento : 
Di grave pena addosso porto manto . 
Ben saria santo , se stessi contento ; 
Ch'io non talento mai altro che morte, 
Perchè tant'è la mia vita sì dura , 
In tal rancura l'Amor mi sostiene; 
Perche m'awene così crudel sorte. 
Che trova forte in me la mia natura. 
Che m'assicura, la morte non viene. 

CXXXIX. 
Li vostr' occhi gentili, e pien d'amore, 
Feruto m' hanno col dolce sguardare , 
Sì eh' io sento ogni membro accordare 
A doler forte, perch'io non ho'l core, 
Che volentieri il farie servidore 

Di voi, Donna, piacente oltre al pensare; 
Gli atti, e i sembianti, e la vista che appare, 
E ciò, ch'io veggio in voi , parmi bellore . 
Come potéo d'umana natura 

Nascer nel mondo figura sì bella, 
• Com' sete voi? Maravigliar mi fate . 
Dico guardando la vostra beltate : 
Questa non è umana crealurii;. 
Dio la mandò dal Ciel, tanto è novella. 



, QUINTA i57 

CXL. DI M. Onesto bolognese. 

Sete voi, Messer Gin, se ben vi adocchio, 
Si che la verità par che lo sparga , 
Che stretta via a voi si sembra larga, 
Spesso vi fate dimostrare ad occhio. 

Tal frutto è buono, che di quello il nocchio, 
Chi l'assapora, molto amaror larga: 
£ ben lo manifesta vostra targa. 
Che l'erba buona è tal, com'è il finocchio* 

Più per figura non vi parlo avante, 
Ma posso dire, e ben ve ne ricorda, 
Che a trarre un baldovin vuol lunga corda . 

Ah cielo e che follia dire s'accorda! 
Allor non par che la lingua si morda. 
Uè ciò v'insegnò mai Guido, né Dante. 
CXLI. RISPOSTA DI M. Gino . 

lo son colui ,. che spesso m' inginocchio 
Pregando Amor, che d'ogni mal mi tragga : 
£i mi risponde come quel d^ Barga , 
£ voi , Messer, lo mi gittate in occhio; 

E veggiovi veder come il monocchio , 
Che gli altri del maggior difetto varga : 
Tale, che mette in peggiTo, non si sparga. 
Come fece del Signor suo '1 ranocchio . 

In figura vi parlo , et in sembiante 
Siete de l'animai, eh' è cosa lorda: 
Bene è talvolta far l'orecchia sorda . 

£ non crediate, che '1 tambur mi storda , 
Che so veder ciò che gli amici scorda : 
Chi mostra il vero intento è sol' amante. 



x58 PARTE 



CANZONE XXVL 



XJasso che amando la mia vita more j 
£ già non saccio sfogar la mia mente. 
Sì altamente m'ha locato Amore . 

Io non so dimostrar chi ha il cor mio , 
Né ragionar di lei , tanto è altera , 
Che amor mi fa tremar pensando eh' io 
Amo colei, eh' è di beltà lumera. 
Che già non oso sguardar la sua cera , 
Della quale esce uno ardente splendore , 
Che tolle agli occhi miei tutto valore . 

Quando il pensier divien tanto possente , 
Che mi comincia sua virtute a dire , 
Sento il suo nome chiamar nella mente, 
Che £sice gli miei spiriti fuggire. : 
Non hanno gli miei spirti tanto ardire , 
Che faccin motto, vegnendo di fuore 
Per soverchianza di molto dolore . 

Amor , che sa la sua virtù , mi conta 
Di questa Donna si alta valenza. 
Che speks^ volte lo suo saver monta 
Di sopra sua naturai conoscenza : 
Ond' io rimango con si gran temenza ; 
Che fuor l'anima mia non fugga allore. 
Che sento che ha di lei troppo tremore . 



QUINTA iSg 



CANZONE XXVIL 



Xanta paura in' è giunta d'Amore^ 

Ch'io non credo già mai spaurire, 

Né che in me torni ardire 

Di parlar mai , sì sono sbigottito : 

In ciascun membro mi sento tremore, 

Lo quale ogni mio senso fa smarrire , 

E 'n tal guisa smaghire , 

Ohe r intelletto par da me fuggito ; 

Per che i'pii veggio a tal mostrare a dito, 

Che se savesse ben, che cosa è Amore, 

Convertirebbe il suo riso in sospiri ; 

Che per li miei martìri 

Pietate gli farla tremar il core : 

Però convien , ch'ogn'uom t'ascolti, e miri, 

Se da viltate mi venne paura. 

Ti mando, che per me parli sicura, 
Canzon ; io so , che ti dirà la gente : 

Perchè quest' uom fu da timor sì giunto , 

Che non parlava punto ? 

Dov'era il suo parlar d'amore allora ? 

Feo temer queste cose mortalmente : 

Solo una Donna, per cui Amor l'ha punto, 

Che si stava disgiunto . 

D'ogni sentor, com'uqm di vita fuore; 
Ne rispondea , eh' era peggio apcora . 



\ 



i6o PARTE 

E tu, Canzorte, allor ti trae davante, 
E di', ch'avea però tanta temenza 
Di stare in sua presenza, 
Ch'altra fiata vidi, per sembiante 
Ch'ei dimostrò, ch'io gli era in dispiacenza, 
La onde io vergognava allor più forte , 
Che dato non m'avea però la morte. 
Vergognava mi sol per eh' io era vivo , 
Che morto già non m'avea, e corrutto, 
Chi m'ha tanto distrutto 
Già lungo tempo per lo suo sdegnare: 
Paura avea perch'era del cor privo 
E perch'Amor mi struggeva sì tutto, 
Ch'io non potea irir mutto. 
Et ogni volta, ch'io l'udia parlare. 
Mi sormontava Amor, tanto che stare 
Non poteva^ il mio core in alcun loco. 
Che ben la sua figura oltra piacente 
Udo splendor lucente 



E non avea chi mi desse conforto : 
Ben fu miracol ch'io non<;addi morto. 
Cosa vivente nel mondo non temo 
Così, com'io fo lei, per cui mi tene 
Amore in tante pene. 
Che morto il dì divento molte fiate ; 
Però se appetto a lei smarrisco , e tremo , 
Maraviglia non è, se ciò m'avviene. 
Ch'Amor, cui servir vene 
Ciascun per forza,, no' ha in lei potestate. 



QUINTA i6i 

Dunque convien, che per sola pietate 

Acquisti in lei per suo onor mercede, 

Che la morte, cui teme ogni persona. 

Per lei m' è dolce e buona . 

Per Dio , che il sa bene , e il mio cor vede , 

E che forza, sav^ra, e vertù dona, 

Metta ne lo suo ^or tanta pietanza, 

eh' ella provegjgia in ver la mia pesanza . 

Che pesanza d' Amor sì forte sento , 

Che non solo smarrir preso ho da quella , 

Perdendo la favella , 

E star lontan pensoso tuttavia, 

Ma se cosi continua il tormento. 

Perch'io non mora, prenderà novella, 

Non già buona, né bella. 

Tutto lo Mondo , de la vita mia : 

Che de la mente per raaninconia 

Uscito , tutto che picciolo o grande , 

Maladiranno ^more , e sua natura . 

Tant'è mia vita oscura, 

E lo dolor, che sopra me si spande. 

Che l'anima mia piange, ed ha rancura; 

E non ho posa mai , né non avraggio : 

Pauroso son sempre , e più saraggio . 

Canzon, con tutto ch'io non aggia detto 
Di mille parti l'una di mio stato , 
Chi ben te avrà ascoltato, 
Non parlerà di me; ma sospirando 
Andrà fra se parlando: 
Ah Dio! com'è di costui gran peccato! 



i6a PARTE 

cxLn. 

Fior di virtù si è gentil coraggio y 
£ frutto di virtù si è onore , 
£ vaso di virtù si è valore, 
£ nome di virtù si è uom saggio . 

Lo specchio di virtù non vede oltraggio ; 
£ viso di virtù chiaro colore ; 
£ Amore di virtù buon servidore; 
É dono di virtù gentil lignaggio . 

£ luogo di virtù è conoscienza : 
È sedia di virtù Amor reale ; 
É braccia di virtù belF accoglienza ; 

Opera di virtù esser leale , 
£ poter di virtù è sofferenza : 
Tutta virtù è render ben per male . 

CXLni. 

Vinta e lassa era già V anima mia , 
£ '1 còrpo in sospirar , et in trar guai , 
Tanto che nel dolor m'addormentai, 
£ nel dormir piangeva tutta via . 

t^er lo fiso membrar , che ÙlUo avia , 

Poi eh' ebber pianto gli occhi miei assai , 
In una nuova vision entrai , 
Ch' Amor visibil veder mi paria , 

Che mi prendeva , e mi menava in loco 
Ov' era la gentil mia donna sola : 
Davanti a me parca che gisse un foco , 

Dal qual parca, che uscisse una parola^ 
Che mi dicea : deh mercede un poco 
Che ciò mi 'spon con l'ale d'Amor vola. 



QUINTA i63 

CANZONE XXVin. 



\J Dio , po' m'hai degnato 

Di vii terra formare 

Simil a tua figura , 

Lo mio gravoso stato 

Piacciat' ora alleggiare , 

Et ammortar mia arsura . 

Mia natura vint' è per soperchianza 

D' una innamoranza , 

Ch'obliar mi face ogn' altro bene; 

Si che l'anima mia 

Di ciò pur piànge e gria, 

Pensando al loco y ove passar convenne. 

Sì mi tien'Amor preso, ch'io moro, 

Ma di viver non fino . 

Cosi , lasso ! dimoro. 

Per lo mio cor meschino, 

Che m' ha per àolclb desiar condutto 

Sì, che Amore mi tiene, e strugge tutto . 
O Dio, di me mercede. 

Che mercè non mi vale , 

Ne pietà per Amore, 

Né r amorosa fede , 

Ne soffrenza di male , 

Ched io porti a tutt' ora . 

Lo mio cor^ altro ch'Amore, non brama. 



i64 PARTE 

Per cui si mi disama , 

Ch'errar da ferma verità mi face, 

eh' Amor gli occhi mi smuove 

Sì che non guardan dove 

Possan veder mia salute verace . 

Ahi fallace Amor! che'n tanta erranza 

Posto ha lo cor mio , 

Che metto in oblianza 

Il mio Signore , e Dio, 

Che dal ciel venne in abito d' altrui , 

E la morte degnò per salvar nui . 
O Dio , come son fora 

Di tutto buon consiglio : 

Per lo mio core errante 

Ogni spirito plora 

De l'alma, ch'è'n periglio! 

Vivendo in pene tante 

Si pesante mi sento lo tormento 

Del mio innamoramento, 

Che miracol mi sembla la mia vita . 

In tal loco son corso, 

eh' io non trovo soccorso , 
. Tant'è la mente per am^r contrita . 

Dio , aita : fu uom mai si conquiso , 

O sarà , com' io sono ? 

Secondo che m'è avviso. 

Non fu , ne sarà alcuno : 

Per esemplo di me fuggon le genti 

Amor , che dà si gravosi tormenti . 
O Dio , che farò , lasso , 



QUINTA i65 

Di viver sì gravoso ? 
Neente mi sta'n grato , 
Per che viver mi lasso , 
Però che paventoso 
Son più di tal peccato. 
Fu' io nato per esser si distretto ? 
Ora sia maladetto 

Lo giorno , l'anno , e 'l tempo , ch'io nascei . 
Ah! disdegnosa morte, 
Per che non me ne porte, 
Da che portar finalmente men dei ? 
Ben vorrei , che udissi mia preghiera . 
Morte, per Dio, m'ancidi; 
Non mi star così fera ; 
So che mia voglia vedi , 
Vieni , omai, sì , et a l'Amor mi tolle: 
Che pera è ben mio cor, fatto si folle. 
O Dio, così nel mondo 
Nacqui per esser gramo , 
E per Amor servire? 
De l'oscuro profondo 
D' este mie pene chiamo 
Misericordia, Sire, 
Che assa' dire posso , ma non fare ; 
Però mi fa scurare 

La forza , che mi vien da cotal raggio . 
Ciò per Amor m'incontra , . 
Degli occhi mi discontra ; 
Sì che io seguo mio vago coraggio. 
Ma i' aggio fermato mio volere 



i66 PARTE QUINTA 

In certana credenza , 

Che compia il non podere ; 

Però non fo fallenza. 

Che '1 mio poder contra ad Amor è poco , 

Ma volontà, pien di. potenza , ha loco. 

Fine della quinta ed idtima Parte . 



AL NOBILISSIMO 

£D ERUDITISSIMO SIGNOR CONTE 

GUN-GIACOMO TRIVULZIO 



Xja cortese esibizione da Voi fattami di soxnTni- 
nistrarmi dalle vostre ricche Collezioni di Rime 
antiche quanto affuopo mi fosse occorso j onde 
questa miai Edizione delle Rime di Messer Cino 
da Pistoia riuscisse più completa , sia per le 
varianti, sui per le rime inedite, se non ho 
potuto metterla a profitto , perchè V Opera era 
già presso al suo fine , mi porge però la spe- 
ranza di arricchirla d' un supplimento y che 
via maggiormente renderà commendevole la 
mia intrapresa; intrapresa difficile, a vero dire, 
per bene eseguirla in tutte le sue parti . Della 
qual cosa, chi meglio di voi, Eruditiss. Signore, 
siccome in altri, specialmente in questa specie 
di studj intelligentissimo, può farmi ragione? 
Si tratta di nulla meno che di produrre al Pub- 



1 



i68 
blico composizioni venute a noi nel giro di più 
secoli f nella massima parte scorrettissime , sì per 
te parole y sì per V ortografia ^ a motivo delFi- 
gnoranza e delF incuria dei copisti y degli ama- 
nuensi e degli editori. In questa circostanza, 
mi è sembrato ugualmente biasimevole , o il 
lasciarle tali quali mi son vertute alle mani, o 
il correggerle troppo liberamente; poiché, nel 
primo caso, spiacevolissimo sarebbe riuscito 
pe* Lettori il non intendere il senso , e F esser 
costretti a lambiccarsi le cervella per rinvenirlo . 
Nel secondo era U pericolo, che invece delle 
idee di Messer Cino, presentassi loro le mie; 
la qual cosa era per avventura ben più con* 
dannabile. A scanzo dunque delTunOy e pia 
deW altro inconveniente ho tolto dal tèsto tutto 
quel che manifèstamente tener dovevasi per 
erroneo; riponendovi ciò^ che a daivarj MSS. 
e dal contesto, o da altri luoghi del iV. A. 
chiaroìnente più corretto ne resultava • Le con- 
getture poi e le varianti di minor importanza 
le ho tutte riunite nelle seguenti Illustrazioni , 
che a Voi dirigo e consacro in testimone di 
quella stima , alla quale avete diritto non solo 
per r illustre Prostra Prosapia, ma specialmente 
per le virtù Fóstre, e per tumore che nutrite 
pe' buoni studj , e massimamente per tutto ciò 



169 

che al conservamento della purità deW italiano 
linguaggio appartiene . Gradite vi prego que- 
sta mia^ qualunque siasi y offerta ^ che se tenue 
ella è per se stessa ^ avvalorata è certo da una- 
nimo sempre dedicato al Fostw servizio ^ prote* 
standomi del continuo 

Di FS, lUustriss, 



Pisa ^i Agosto i6i3. 



Devotissimo Serro 
Sebastiano Ciampi 



SPIEGAZIONE DELLE ABBREVIATURE 

y. verso de' Sonetti y o delle Canzoni. 
y. 1. varia lezione . 
V. a. voce antica . 
f . /orse . 

Le abbreviature dei Godici e de'MSS. si rilevano 
^ Catalogo alle pag. xx. e seguenti. 



NOTE 

ED ILLUSTRAZIONI 



PARTE PRIMA 

SONETTO L 



Vj/uesto sonetta serve d* introduzione. Il Pilli ci fa sapere che < 
Ju letto in Fiorenza dal MagniJtQo Mess. Piero Orsilago da Pisa 
filosofo e medico; e neU Accademia di Pistoia dal Magni/. Mess, 

Pietro Amait I. V. D. pistoiese. 

V. 3. oltre il venir . v. 1. oltre* l ver dir. 

Sonetto II. V. S, a morte Cod. Bisc. a corte. 

Sonetto IV. Nel sud. Cod. gli ultimi due versi del primo ter- 
zetto , si leggono così : 

« Et adorna di ciò che donna onora , 

« Ma questo è qifèl , che più m*ancide ancora. 

Sonetto V. V. a. colore Cod. "Siscvalore , V. ^,Jort' è il ridotto^ 
cioè , somma è la difficoltà . Metafora tolta dal termine 
militare di Ridotto , luogo di ricovero , dove il nemico si 
rinchiude a difesa . 

Sonstto vi. y. 3. dissfegliare . v. a. invece di svegliare. Nel vo- 
cab. manca 1* esempio poetico . 

Canzone I. Stanza IV. V. 5. essigUo. H vopab. scrive esigilo; pe- 
raltro non debbe rigettarsi; il vocab. ha essempio, onde a 
pari è da potersi ammenere essiglio, V.'g. di tf nel che tutto 
vede, cioè, di Dio. 
Stanza ult. VV. 8. g. Imitatid al Petrarca nella canzone agli 
occhi di M. Laura . 

Ballata I. È stampata nel!' edizione de' Giunti , dove si attri- 
buisce a Dante Alighieri . Peraltro in molti MSS. è data 
a Ciuo . Il Trissino nella Poetica attribuendola al mede- 
simo , la porta per modello . Qui s' avverta una volta per 
sempre, che nella edizione giuntina del i;«/2je^/e sono at- 
tribuite a Dante molte rime liriche, che con ragione è da 
credere non gli appartengano . Infatti in alcuna di esse 
vi si ravvisa più lo stile di Cino, che quello dell* Alighieri. 
V. i6. imaginata, qui sta per impressa, rappresentata nel- 
l'animo, che gTl Antichi dissero anche imagonegata. Ve- 
di Annot. alla Vita di M. Cino a pag. ii3. 



172 

GaveoubII. St. IV. V. la. nelFediz. del Pilli si ìeggejòria; ma 
s'è creduto doversi correggere ^rù». 
Stanza ult. V. io. AUegraggio v. a. per rallegramento, U to- 
cab. dà un solo esempio dalle rime di Fra Guittone . 

Ball/lta II. Stanza III. Y. a5. Lui Cod. Ricas. egli, V. ult. possi 
Cod. Bisc. possa, 

SoirBTTO XX. V. IO. Piacenza y. a. vale piacere, diletto in questo 
luogo ; generalmente è usata questa voce per vaghezza e 
per bellezza, onde si piace altrui; nel qual senso sola- 
mente la registra il vocab. 

Sonetto XXII. V. 4. presto forse ha da leggersi presso . 

SoiTETTO XXIII. V. IO. ched io. Fu già maniera degli antichi La- 
tini r interporre la lettera d tra una voce che termina in 
vocale, ed un'altra che principia pure in vocale. Le an- 
tichissime iscrizioni son piene d' esempj . Quintiliano 
(Istit. Or. Lib. I. cap. i) scrisse ■ Latinis veteribus </plu- 
rimis in verbis ultimam adiectam , quod mauifesturo est 
etiam ex columna rostrata , quse est . G. Duilio in Foro 
posita . « Facevan ciò per isf uggire lo jato di due vocali 
che concorrevano. Così troviamo in Plauto neWì Asina- 
ria , e nelle Bacchidi att. a. scena 3. med erga, invece di 
me erga . Anche il Mureto nelle vv. II. opinò che il male 
nominatis e il /<Ài^<7iAz;m« d'Orazio fossero nati dall' a- 
ver trovato nei codici scritto maled ominatis , e tibid il" 
luxisse. Quest'uso dei Latini passò negli antichi Toscani, 
premurosi anch' essi di scansare la concorrenza delle voca- 
li; onde in Dante ed altri dell'età sua , specialmente in Gi- 
no si trova ched invece di che . Perciò il P. Lombardi nel 
verso dell' Inferno s ched è opposto a quel che la gran 
secca s malamente ha levato il ched, leggendo che è op- 
posto . TroYAsi parimente ned altre, benched ella , sed 
invece di se . Alcune volte per altro il ched io potrebbe 
essere invece di chied* io; avendo avuto l'antica lingua 
chesta per chiesta e chedere per chiedere . 

GAzrzojTE III. Stanza IH. V. 3. contro sì basso, God. Ricas. con^ 
tr* uom sì basso, dopo il verso 8. della Stan. II. perse 
stesso m* ancide nel God. Ricasoli e' è di più il verso 
e dentro mi conquide; che s'è creduto di rimettere nel- 
la nostra edizione. V. ult. pietanza per pietà v. a., né da 
usarsi per l' equivoco con pietanza porzione di vivanda , 
Alla canzone X XIV. St. II. V. i . si legge piatanza ; voce 
non registrata nel vocab. che per altro ha piata, piatoso 
ec. Il vocab. cita l'esempio poetico di Gino alla voce pie» 
tanza . 

Sonetto XXIV. V. 2. U Pilli legge pere gli occhi, ma s' è cor- 
Tetto^per gli. Pere invece di per è usato nel contado pi- 
stoiese , quando specialmente il per precede un vocabolo 



173 

die incomincia da consonante doppia o impura , come pe* 
re zelo , pere scavare; ma ciò non ostante nel testo s'è ri- 
gettato come modo basso ed equivoco con il plurale di 
pera . Nota il Pilli che questo sonetto fu letto nelVjéc" 
cademia pistoiese dal Mag. M, Gio. Battista Forteguerri 
I, U. D.pistorese. 
Sonetto XXV. V. 8. Spietà è il contrario di pietà ; donde spie- 
tato , spietatamente . Il vocab. cita l' esempio poetico di 
Gino . Poia f. monta , sale invece di poggia . 
SoiTBTTO XXVI. V. 10. ridottare, voce provenzale in grand' uso 
presso gli Antichi invece di temere. V. 11. nel terribil 
ponto; il Cod. Bisc. legge punto, cioè nel terribil punto 
della morte . 
SoiTETTO XXVII. Questo Sonetto è citato dal Sig. Gìnguené(/r«- 
stoire lÀtteraire d* Italie , Tom. a.) come inintelligibile. 
Vedasi la mia prefazione pag. XII. e seguenti .^ Questo 
ne sembra essere j) senso : 

« Nella perfetta amistà degli amici , l'uno ha ugual- 
mente la signoria dell'altro, (che è quanto dire che l'u- 
no non domina sull' altro ) e cosi ciascuno in sua natura 
ha liberiate , perchè non soffre violenza, e rimane nella 
libertà relativa a sua natura . Se dunque stati fossero 
d' accordo perfettamente la mia Donna, Amore e Pieta- 
te, (cioè la sensibilità morale per cui spontaneamente ci 
muoviamo a compassione ed a soccorso degl'infelici) 
sarebbe stata allora una dolce compagnia ; purché per 
altro il core ( cioè l' affetto della mia donna ) alla vista 
d' un amante umile e devoto si vedesse secondato dal- 
l' amistà d' Amore e di pietate , non già per merito 
mio, ma per sola cortesia e per grazia . Che bella co- 
sa sarebbe se io potessi accorgermi di ciò ; che solle- 
cito ne darei tosto novella all' anima mia dolente ; la 
2uale subito l'udireste esultare di liete voci , deponen- 
o la tristezza che la conquide; e ponendo mente a 
quanto il pensiero le riferisse, sospirando di gioja s'ab 
bandonerebbe tutta a riposare 'miei, cioè , nella jua 
donna . 
SoHBiTO XXVIII. V. 3. e 4. saetta /errata del piacer; Dante dis- 
se saetta ferrata di pietà : presa la metafora dalla punta 
di ferro , posta all'estremità delle frecce o saette , per in- 
dicare, che come la punta guernita di ferro produce ferita 
di dolore; così la punta guernita di piacere e di pietà, 
produce colla sua ferita un effetto relativo . Il vocab. cita 
quest'esempio di Gino. — che lo dime; cioè la qualsaet^ 
ta divise il core . 
Cam^one IV. Stanza II. V. 8. pia avanti. Trìssino più amanti. 
Sonetto XXIX. V. i. com^ s*uccor$e in Jorte ponto (punto) e<v 



174 

n senso è: « Ahi Dio come in un punto tenibile per me 
« dolente , colei , la auale mi ancide , s'accorse che con 
« sua beltade m* avrebbe ferito il core per causa di quel 
« dolce Amore che ride ne' suoi occhi : di sorte che appe- 
« na ella se ne avvide , giunse nel suo core ogni pensiero 
« non di pace , ma di disdegno ed ira verso di me , e ne 
« nacquer affetti che sono contrarj a pietà, e che mi fan* 
■ no andare consumato e defunto ec. « 
SoHBTTO XXX. V. 9. conjuggere forse debbe leggersi confuggir' 

rey.A, Preferirei la lezione del Cod. Biscioni , così gire . 
SoHBTTo XXXI. È questo sonetto assai mal concio nella lezione ^ 
come apparisce dal confronto di varj testi . Pure vedia» 
mo se può trarsene qualche senso. « Tu o voce della mia 
Donna, che conforti i cuori, e che gridi , e porti le tue 
parole in me , dove l' anima non può aver albergo più 
a lungo : dimmi , non odi tu il Signore , (cioè Amore) 
che parla in Madonna.' non odi dirsi dal medesimo che 
debbe darmi morte questo spirito novello , cioè giovi- 
netto , ( della mia donna ) , che si mostra in mewo ad 
uua virtù e ad un valore talmente forte , che uccide 
chiunque assalga e colpisca? Io tei dico e tei' avviso, 
se pure mi darai bene orecchio : tu , o Gino , piangerai 
con colei (cioè con l'anima mia) la quale esce per for^ 
za de' molti patimenti d'esto suo loco , (del corpo ) che 
si spesso vien meno e quasi muore. A tal discorso 
fuori degli occhi miei viene una piena di lacrime , che 
escon dai sospiri che abondan tanto , quanto fa il do- 
lore. « V. 8. si legge cosi nel Cod. Bisc. che (fual uom 
fere non ne può scampare, V. 12. Cod. Bisc. piena, 
SoHETTO XXXn. V. 4. sovra t cioè sopra da soprare superare v. a. 
y. 5. e sì, cioè, e talmente supera ec, povra, sincope di 
poifera . Queste sincopi sono ovvie nei poeti antichi . 
Canzone V. Stanza I. Y. ult. disservo v. a. contrario di servire . 
Manca nel vocab. l' esempio poetico. Stanza II. V. io. jo« 
verchion Cod. Bisc. soverchian. 
Stanza III. Y. i3. Forse dovrebbe leggersi : Allor di lei il 
Signor che tutto vede . 
SoNBTro XXXIV. Y. 1. Ciò eh* io veggio diijiua ec. cioè di qua 
da' monti , forse in Lombardia . Y. 5. passo li monti: va- 
lico l'appennino per ritrovare il core, cioè, l'amore e l'af- 
fetto , che sta presso l'amica . 
SoHETTO XXXYI. V. la. atare per aiutare v. a. e rusticale . 
Canzohe vi. Stan. II. Y. iZ.Jerir Cod, Hìsc, fedir. 
Stanza Y. Y. 3. per il Cod. Bisc. per lo , 
Stanza I. Y. 9. nel Pilli è capoverso come abbiamo lasciato 
nella nostra edizione, ma sembra dover essere indentro 
e continuare la stanza . 



I 

■ 175 

Stanza uh. V. %. non sbigottir , ma sta 'n tuo opinione »i 
legge neirediz. del Pilli, cioè in tua opinione. Come suoi 
• dìccTasi per sue , « ed era mollo bel dicitor di suoi parole ■ 
(St. pist. p. a49. Firenze 1700. Vecch. Edìz. ); cosi potè 
per idiotismo dirsi suo per sua, tuo per tua; seppure in 
questo luogo non è errore di stampa , dovendosi legger 
piuttosto tu* opinione. Nel testo ho adottato tua opinione. 
SoKBTTo XXXVII. V. \. sì Giudei, cioè sì increduli ^ ostinati e 
anche crudeli ,\, 5. gli abbandonati spirti, Cod. Redi 
abbandona gli spiriti . 
SoHETTo XXXVIII. V. a. Per quelle parti le quali for sui, cioè 
suoi . Ved. sopra alla canz. VI. Cod. Bisc. che furou già 
suoi . Si avverta una volta per sempre che quando in si- 
mili casi sembrano sbagliate le rime , ciò nasce dal non 
aversi voluto alterare le voci , che nell* antica pronunzia 
si proferivano diversamente : come quando si trova rima- 
to alcuna con persona ec. nel qual caso si dovette pro- 
nunziare o alcona o persuna ; altrui con voi ec. 
SoHKTTO XXXIX. V. a. Questa gioi^en Donna gente , cioè gen- . 

tile V. a. 
Sonetto XLIII. V. 8. provata ec. f. ha da dire approvata. 
Gahzonb Vm. Stanza I. V. i . Quando 7 pianeta che misura 
l' ore Petr. V. 5. a giorno a giorno (fa) il mondo allu" 
minato ; allo spuntar del giorno , dalla vetta del giorno ; 
appena terminato il periodo della notte, mette fuori il 
suo splendore. 
Stanza U. V. i. diviso, qui sta per descrivo, narro . g 
Stanza III. V. a. perchè F anima ha preso qualiiate di sua 
bella persona ; metafora presa dai corpi che prendono la 
qualità del colore dalla luce del Sole, o dei vetri colorati 
a traverso dei quali si vedono . 
Stanza IV. V. 5. e la cui vita a più e pia si stuta: di mano 
in mano più si spenge, e si smorza. Stutarey. a. 
Canzone IX. Stanza III. V. 9. allento per allentamento, allevia* 

mento, v. vocab. 
Sonetto XLV. V. i 1. dispiri per disperi voce singolare « senz'ai* 
tro esempio. Cosi nell'edizioni e nei MSS.;ma forse deb- 
be rigettarsi , perchè la rima indica ben chiaro doversi 
leggere disperi. 
Sonetto tì^Vl. V. a. forse deve dire, cAe rimembrar vi piaccia. 
Sonetto LI Par che la rima vorrebbe vuv e sui. Ma, tra perchè 
potrebbe essere una special maniera di rimare , tra per- 
chè sen'è detta la ragione al sonetto XXXVIII abbiamo 
lasciato l'antica lezione • V* 7. forse deve leggersi si sface 
V anima in pianto . ' 

Sonetto LIV. V. 1. O giorno, o ora , o ultimo momento ec. Petr. 
V. 5. neir edizione di Faostino Tasso questo verso si leg- 



176 

gè cosi ( Se le pene che Avemo e f Inferno hanno; ma par 
preferibile la lezione del Pilli . V. 6. fossero un corpo : 
forse ha da ìeggenifosser d'un corpo, o '/z un corpo; se non 
vogliasi che poeticamente si personalizzino le pene . 
SoHBTTO LV. y. 8. Quando davante si volge lo vero; quando , 
cioè proponesi davanti alla mente la verità , per sottrarsi 
agli amorosi inganni . Nel MS. Bisc. è : quando davante si 
vuol por lo vero, V. i3. Sembra preferibile la lezione 
del MS. Bisc. che ha lascia invece di la san. Y. 14. ed ho 
ragion se non vincesse il torio. Analogamente disse Omero 
TOC xetp»et 9tKm pejora vincunt . 
Gavzovr X. Sunzal. V. la. in questo verso è corrotta la paro- 
la sence cria , né può emendarsi col confronto dei MSS. 
perchè il solo Pilli ci dà questa canzone , a mia notizia. 
Io corressi se ne cria . 
SoKETTO LIX. y. la. dottanza v. a. vale temenza dal verbo dot- 
tare temere, dubitare, d'onde dottoso, timoroso, dubbioso. 
Cahzoitx XI. Stanza II. y . uh. Ck* a buon intndia si vanno a- 
dastando . Adastare è nel vocabolario ^t fermarsi, trai* 
tenersi ; ma per attizzare con astio e con invidia è preso 
dall'Alberti, e cita questo luogo di Gino , seppure , ei di- 
ce , non è error dei copisti . Presso del medesimo Alberti 
vale anóhe semplicemente attizzare- Il Trissino , citando 
questa canzone nell'Arte poetica, legge adastiando. Parmi 
preferibile la lezione del Pilli , che cioè con lodevol gara 
si vanno attizzando , stimolando al bene . Tutta questa 
canzone è piena di pensieri nobili e sublimi. La licenza è 
graziosa ed elegante . Nella edizione del Pilli sono sba- 
gliate le rime che ho corrette sull'autorità anche del 
Trissino . 
Sonetto LXIII. y . 4. tuttociò , che è la vita e la sostiene v. 1. del 
Cod. Trivulzi . 
Sestina I. Stanza II. y. 3. e seg. forse deve dire come ap- 
presso : 

E certo , che verace Amor m* astringe 
E che alcun uomo è sì fòrte et audace^ 
D* amarvi a mio dispetto, .... 
Stanza III. y. 3. forse la parola mercè debbe esservi tre volte. 
Stanza ly. y. 3. forse debbe dire: sì m* invita tAnwre ogno' 
ro al pianto . y. 5. f. invece di canto ha da leggersi in- 
canto . 
Stanza y. y. 5. f. debbe finir cosi: eh* altronde indura . 
Ballata, y. y. 3. forse è : che per lor dar la vita ma* si more . 
Ballata yi. y. a. remiro per isguardo manca al vocabolario . 
Ballata yill. y. 7. forse deve dire: che non disdice a onore . 
SosBTTo LXy. y. i3. suoi per suoli in grazia della rima. y. xi. 
cioè fammi presente alla mia Donna . 



177 ^ 

Baixata y. y. 4. Aim>r che è piena cosa di paura: è consimile 
a quello d^un sonetto di Ser Pace notajo che leggesi nel 
MS. Lucchesini di Rime Antiche 

Amor discende e nascie da piacere 
£ dona a uomo pena et allegranza ; 
£ '1 so' cominciameuto è per vedere 
Nutricarsi in paura et in speranza ; 
Nascie di gioja forte a mantenere, 
Amore a nulla cosa ha somiglianza , 
£ poi si fa air uom sì temere 
Ch' Amore è piena cosa di dottanza . 
Assai che ama e non sa che sìa Amore , 
Credon eh' Amor s' acquisti per servire ; 
Servon Amor e credon esser amati , 
£ gli aven com' chi serre al mal signore; 
' Da poi eh' Amor nascie da piacere 

Molti amator , d' Amor sono ingannati . 
Anche il Re £nzio scrisse tra le dette Rime Antiche nel- 
la canzone Amor mi fa sovente ec. , Amore pien*è, e cresce 
di paura; come dissero pure gli Antichi Latini : 
Res est solliciti, piena timoris , Amor 
SoHETTO IjXyn. y. S. malennaggìa come è stampato nell* edizio- 
ne di Roma, dice tuttora il popolo hasso in Pistoia ; ma 
è da correggersi male n* aggia, ovvero malannaggia, 
come ha il Cod. Rìcasoli . 
SoHETio LXIX. forse questo non dehhe chiamarsi sonetto , ma 

piuttosto canzonetta. 
Gahzonb XII. Bella e patetica . Neil' edizione del Pilli manca 
la licenza, ed io ve l'ho aggiunta prendendola dall'edi- 
zione di Faostino Tasso . Il Pilli accenna che manca una 
stanza , che verrebbe ad essere la seconda , ma dovea 
piuttosto far questo avvertimento al fine, che, cioè, man- 
cava la licenza . 
Cahzoitb Xin. Di nuovo sta qui per di poco , di recente. 
SoKETTO LXXL y. 4. passando lui f. qui sarebbe lui in caso ret- 
to . Nel Cod. Redi questo verso si legge cosi : passando 
altrui per li sentir r pii^ corti . 
SoHBTTO LXXII. y. 3. riccore e gentUia v¥» aa. per ricchezza e 
nobiltà. Il vocabolario cita questo luogo di Gino . 

PARTE SECONDA 

SoiTBTTO LXXiy. Ad imitazione di questo Sonetto pare scritta 
dal Petrarca la canzone che comincia QuelP antico mio 
dolce empio Signore. Y. a. l'Imperatrice è la Ragione che 
lo stesso Petrarca nella canzone sud. chiama La Reina 
che la parte divina tiep, di nostra natura e 'n cima sifide \ 



178 

V. 5. n Grescimbeni legge QustH solo per me; cioè M. Ciao 
il qiviie scrisse te sue rime per cagion d' Amore , e fu per 
Amore , famoso al mondo dove , senza Amore , sarebbe 
stato infelice,, perchè non avrebbe avuto il conforto del- 
l' amicizia di Selvaggia . Gli risponde Gino che quest' è 
un dolce che porta amarezza ; ma riprendelo Amore , e 
lo taccia d'ingrato al pari d'un servo fuggitivo e perver- 
so , che non corrisponde ai benefici ricevuti dal suo Si- 
gnore ; giacché ne area da lui avuto in dono una Donna 
tale cui ugual non era in terra. Gino noi niega, ma lo 
incolpa d'avergliela troppo presto ritolta , e qui spe- 
cialmente par che TOglia far consistere U dolce che poi 
diventa amaro. Amore peraltro si scusa dicendo, che non 
n' è sua la colpa ; laonde ricorre al Tribunale della Ra- 
gione, affinchè decida ella chi abbia più dritto di lamen- 
tarsi, se egli di Gino, o Gino di lui. LÀ Ragione non vuo- 
le decidere la questione, e sene libera col rispondere che 
convten più tèmpo a dar sentenza vera . Il non sapersi P 
occasione , ed il soggetto di questo sonetto fa si che ri- 
manga oscuro neir applicazione , e nella causa della que- 
stione. Si tratta di decidere se Amore fusse stato più 
fedele a Gino, o se Gino ad Amore. Probabilmente fa 
scritto dal N. A. in uno di que* momenti, nei quali gli 
amanti si fanno guerra e sdegnansi , per quindi far allean- 
za più forte : iras, ò^llum, pax rursum. Nato qualche dis- 
gusto fra Gino e Selvaggia , risolsero di abbandonarsi ; 
Amore se ne duole e ne rimprovera Gino ; Gino non vuo- 
le averne il torto, e ne rifonde la colpa in Amore . V . 9. 
Amore lo chiama /a/!fo senw /uggititi) o in senso di dispre- 
giò , paragonandolo ad un servo tale ; ovvero lo rimpro- 
vera d'avere realmente fuggito le bandiei^e di lui con fa- 
re uno di que' propositi (ah troppo incerti !) degli inna- 
morati, di non più seguir le insegne d'Amore. Y. i4* 
Ma pia tempo- bisogna a tanta lite Petr. I. cit. H Murato- 
ri nel Trattato DeUa perfetta poesia vorrebbe far credere 
che questo sonetto sia lavoro di Pai^dolfo Porrino poeta 
Modanese, e da questo, mandato al Gastel vetro come co- 
sa di Gino . Gonchiude che queir alta Imperatrice sia 
un enigma da far perdere le staffe a Edipo stesso. Ma 
con, buona pace del Muratori, è manifesto il suo inganno e 
per r una e per V altra sua opinione . Una mera supposi- 
zione non basta a torre a Gino un componimene che 
senza contrasto gli è attribuito da tutti i MSS. che ce Io 
conservano , non che dal Pilli atesso , il quale , da quanto 
apparisce dall'avvertimento posto infine della sua edi- 
zione , fu diligentissimo per non prendere abbaglio nel 
raccogliere rime di Gino , che potessero esser supposte» 



179 

Ora il Castelvetro, a cui si Tuole mandato dal Porriuo il 
presente sonetto , visse ai tempi, cÌTca, del Pilli, il quale 
non sarebbesi facilmente lasciato ingannare . Anzi dall* 
osservarsi che quando il Pilli produce un sonetto o alti» 
rime comunicategli da altri , non tralascia d' indicare la 
persona da cui V ha ricevute , e di questo nulla affatto di* 
cendo, vuol dedurseae , che avea buon fondamento di 
crederlo parto di Gino, ugualmente che tutte le altre, delle 
quali nulla soggiunge , perchè generalmente riconosciu- 
te nei MSS. per lavori del nostro Poeta . 

Che poi t alta Imperatrice non sia un enigma inespli- 
cabile, è chiaro dal già detto di sopra, e dall* esempio spe- 
cialmente del Petrarca . 

Sonetto LXX"V. V. i. Per l* alto monte ec. s'intende il monte 
della Sambuca, dove mori Selvaggia. Yed. vita pag. 24. 
V. 24. Per u4lpe intendesi Tappennino . Ved. la sud. vita 
pag. i3i. 

Canzone XIV. Pare che il Petrarca prendesse di qui e da altre- 
rime di Ciuo Tidea di quel sonetto in morte di M. Lau- 
ra : Oimè il bel viso^ oimè 7 soave sguardo ec. V. 9. Ed oi~^ 
. me 7 dolce viso Pet. 1. e. V. io. la bianca Neve ec, cioè i 
candidi denti fra i vermigli labbri. Quella espressione di 
ogni tempo corrisponde all'altra tFogni mese usata nella 
canzone o satira i . della parte II. cioè, continuamente, 
come si legge tutt*ora, tutt* ore, ogn* ora^ spess* ore nel sen- 
so medesimo . 
Stanza II. Y. 3. Cor pensato forse dal Latino pensatus ponde- 
rato, quasi cuor ben pesato, ben fatto, cui niun pregio man- 
ca ; metafora presa da ciò che ha sua giusta misura e suo pe- 
so. Così diconsi parole pesate, che hanno tutta Taceortezza. 
Similmente in una canz. di Bonagiunta Orbicciani da Luc- 
ca tra le. R. Ant. del Codice Lucchesini, che comincia 
A fino Amor mi conforta s leggesi vuole giachir naiu» 
rale apensato, pag. a8. V. 18. cioè vuole avvilire una 
natura ben fatta , virtuosa , ec. Cor pensato potrebbesi 
anche intendere core fatto dalla natura con tutto lo stu- 
dio e con tutta la riflessione , per ciò pieno d' ogni pos- 
sibile perfezione. V. 5. Intenza qui sta invece d^inten' 
danza e intendenza . Sembra che possa anche intendersi 
amanza , cioè, innamoramento, inclinazione, voglia, de- 
sio ec. U amorosa intenza disse il notaro Giacomo da 
Lentina nella canzone s Già lungamente untore, a pag. 27 
tergo 1. e. , e a pag. 21. alla canzone s Ben m* è venula 
prima cordoglienza ^ . . . . Guardate a Pisa eh* ha in se 
cognoscenza 3 che teme intenza d^ orgogliosa gente ET 
V. 12. Qui per vetro intende metaforicamente il bello 
e grazioso, ma fragile corpo di Solvaggia^ pel quale, come 



/ 



i8o 

per yetro, tralocea la sua più beli* anima. V. i3. Impesé 
invece di appeso . Similitudine presa dalla morte degli 
animali , che servono al nutrimento, i quali ammazzati si 
appendono per trarne la pelle ec. ; e così fa intendere che 
non solo è morto , ma n* è anche fatto strazio , per sua 
peggior sorte . ( Esempio di Poeta , da aggiungersi al vo- 
cabolario). 
Stanza III. V. x. Donna d ogni virtù, qui vale signora e so- 
vrana d' ogni virtù, ovvero Donna ornata d'ogui virtù . 
Del significato della voce Donna sincope di domina^ e di 
donno sincope di dominus Y. Cancellieri del titolo di 
Don ec. Roma 1808. Y. 4. cioè qual colonna di qualun- 
que si voglia mai nobil materia trovar si può in tutto il 
mondo degna di sorreggere in aria il tuo bel corpo ? Que- 
ste pensiero corrisponde a quello del Petrarca , nella 
canzone : Che debb* io far , che mi consigli Amore ? Dove : 
Ahi orbo mondo ingrato 



Caduta è la tua gloria e tu noi vedi , 
Né degno eri , mentr' ella 
Yisse quaggiù , d'aver sua conoscenza, 
Né d' esser tocco da* suoi santi piedi , 
Perchè cosa sì bella 
Dovea 'I cielo adornar di sua presenza ; 
così M. Selvaggia dovea star sollevata da terra . Y. 1 1 . e 
seg. Alla Sambuca, dove mori. Yed. vit. 1. e. Y. 14. Fino 
a che non ti discolpi presso di me. Y. 16. Colpare non si 
Uova nel vocab, per colpeggiare, colpire, ec, v. a. Anche 
Lunaido del Gualacca R. Ant. cod. Lucch. p. 63. tergo: 
Amor un fier mal colpa , tanto vai che mi colpa Amor 
guai mi amonta . L'Alberti non cita esempio poetico , ma 
due ben chiari, uno delle prose di F. Guittone, 1* altro 
delle Storie Pistoiesi . 
SoKRTTO LXXYU. È questi quel Gherarduccio Galisendri da 
Bologna , un sonetto del quale in risposta al presente , si 
legge tra le rime di diversi antichi poeti a pag. 114. nel- 
r edizione delle Rime di Cino di Faustino Tasso . 
SoiTETTO LXXYIII. Elegantissimo, come pure il seguente sul 
medesimo argomento della morte di Selvaggia . Il Monte 
appennino del secondo sonetto è , come fu detto , la 
Sambuca , o la via che di Lombardia conduce in Tosca- 
na , attraversando gli Appennini . 
Canzohb XY. verso ultimo, E nota la morte improvvisa accadu- 
ta ad Enrico YII. in Bonconvento ; essendo stata attri- 
buita a veleno datogli da un frate colla particola mentre 
r Imperatore comunica vasi . 
CAirzoifE XVI. Il primo verso lo tiasportò il Petrarca nella 4. stro- 



i8i 

fé della canzone Lasso ine eh* io non so *n qual parte 
pieghi . 
SowETTO LXXX. V. 5. Cesare Augusto fondatore dell'Impero Ro-^ 
mano e Bonifazio Vili, uno dei più gran sostenitori del- 
l' autorità Papale. Questo sonetto in un'antica raccolta è 
attribuito a Niccolò Soldanieri , «d è scritto non ad Ema- 
nuel Ebreo , ina a Pierozzo Strozzi , all' occasione di ri- 
mandargli una canzone morale che principia: Per caso av^ 
verso mia partita asfaccio, che il suddetto Strozzi gli avea 
mandato acciocché la correggesse . Nota del MS. Lue- 
chesini . V. la. pentuta V. a. per pentimento . Esempio di 
poeta da aggiungersi al vocabolario . 

PARTE TERZA 

SoKfiTTO LXXXn. S'allude in questo sonetto alle Fazioni, per le 
quali M. Gino abbandonò Pistoia . Per gli onorati scanni 
intende probabilmente il posto di Assessore che vi occu- 
pava. Ved. Vita ec. V. 9. S^na è probabilmente la Saona^ 
l'antico Arari, uno de' principali fiumi della Francia . Da 
questo sonetto potrebbe cavarsi argomento che Gino fos- 
se andato in Fra,ncia ec. se non si prende per un'altro 
fiume chiamato e|g;ualmente Saona nel Regno di Napoli in 
terra di Lavoro . 
Sonetto LXXXIII. V. 3. e segg. voe ec. Gli Antichi e tuttavia il 
basso popolo aggiunge l' e alle prime e terze persone sin- 
golari dei presenti, dei perfetti, e dei futuri che terminano 
in o ed in a con accento : sarò , saròe, andò , andòe, e sta 
stàc ec. Né solamente in tali casi si aggiunse in fine l'è 
dagli Antichi, ma anche alle voci dei nomi monosillabi e 
terminati in a, e u , come tue, pietàe, fee, mercee^ mee 
per^ abbreviato dijède, tu, pietà, mercè, me ec. e dis- 
sero anche mene, meve . Gosì Fra Guittone in un sonetto 
inedito fra le rime che di quest' autore si conservano dal 
Sig. Cesare Lucchesini in un MS. dell'eredità Moiike: 
L'Amore certo assai meravigliare 
Ne fa di voi ciò che n'addivien mee 
Che lungamente son mercè clamare, 
Vo richiesto a Signor certa gran fee . 
Ma quant' eo più recheo lor , men pare 
Ch' io posso sia di voi trovar mercee ec. 
SowKtto LXXXIV. Per la destrutta valle; intender vuoisi Pi- 
stoia , distrutta dal furor delle Fazioni Bianca e Nera . 
V. 4. valle poeticamente invece di vagli, cioè gli va , co- 
me se dicesse al core degli occhi gli va il pianto. V. 5. tal' 
le rampolli dal greco verbo ^«XX« pullulo, viresco , 
\. 6. f^ergiole luogo della bassa montagna pistoiese , 



«['onde prese il nome la Famiglia Vcrgiolesi, della quale 
era Selvaggia .V. 1 1 . Il Poeta vuol far intendere la puri- 
tà della sua amicizia con M. Selvaggia. V. la. Che se cre- 
der non nwgiio in Macometto, cioè se non seguito la Par- 
te Nera ( essendo egli de' Bianchi) perchè, o seguaci della 
medesima, punite la mia semplice opinione e mi fate pro- 
var la pena di delitti che non commetto ; nulla operato 
avendo contro di voi? — Lacriraevol effetto dello spirito 
di partito in tutti i tempi ! 

SoHETTo LXXXV. L'Astrologia professata da Cecco d' Ascoli , 
era guida alla sua mente , e pennello insieme per dipin- 
gere l'avvenire. Lo interroga se, dovendo partir da Pi- 
stoia , eragli espediente di dirigersi piuttosto a Roma , o 
a Fiorenza, che metaforicamente chiama il bel fiore. 
V. 14. Fu Tolomeo reputato eccellente Astrologo per la 
somma perizia dell' Astronomia . 

SojrsTTo LXXXVU. W.'j.ese trovai' ho di lui alcun vicino, cioè 
qualche vicino del sito natale , dett'ho che questo , ( l' es- 
sermene dovuto allontanare ec. ) m' ha lo cor ferito .- 
V. 10. asxolsfe per discioglie. 

Alcuni hanno preteso che vicino debba prendersi per 
concittadino, o paesano, ed in questo senso spiegano 
quel verso del Petrarca: Pianga Pistoia e'citeadin pendersi 
Che perduto hanno sì caro vicino. Per altro non ho esem- 
pj manifesti che confermino un tale significato ; ed anche 
il vocabolario n^n cita che questo solo, che nel luogo pre- 
sente resta , per lo meno , assai dubbio Or perchè non 
s' intenderanno in que' cittadin perversi non già i Pistoie- 
si , ma i Fiorentini o altra città confinante col pistoiese 
Distretto, de' quali fu il nostro Poeta vicino nel senso pro- 
prio . Chiamansi poi perversi que' cittadini in senso delle 
fazioni. Anche in Firenze ed in Lucca dominavano i 
Guelfi, e perciò non potevano esser favorevoli né a Gino 
ne al Petrarca . Inoltre -ac intendasi de* Pistoiesi , non so 
quanto elegante chiamar si possa la frase del Petrarca, 
giacché sarebbe lo stesso che dire pianga Pistoia e pian^ 
gano i J^istoiesi eli hanno perduti sì caro Pistoiese — Al. 
contrario quanto più nobile è l' idtea : Pianga Pistoia , e 
piangano gli abitanti delle limitrofe città , perversi per lo 
spirito di parte, ch'hanno perduto un vicino così degno 
ai lode e cosi caro . Gino fece l' ultima carriera in Firen- 
ze dove leggeva nel i334. Forse ne fu obbligato a par- 
tire per disgusti sofferti, ritirandosi a Pistoia , dove mori 
nel i336. 

Sonetto LXXXIX. V. 7. Foglia manta: manto è voce proveny.a- 
le antica maintes vale molto . Che se la colta Sapientia 
manta, sonetto di Fra Guittone neUa Raccolta di Rime- 



i83 

Biìtìólie MS. del eh. Sig. Cesare Lucchesini. Forse da 
manto sene formò mente unito a grande mente , forte 
niente, massima mente. . Qui risponde Gino al sonetto di 
M. Onesto : Si m* è fatta nemica la mercede. 

Sonetto XC. V. 4. guani sincope di guardati. V. 14. cioè: ti 
convien fare . 

SoHiTTo XCI. Nel MS. Biscioni si nota che questo e il preceden- 
te sonetto sono in risposta a due altri di M. Onesto Bolo- 
gnese che incominciano: quella che in cor V amorosa radi' 
ce « assai son certo che somenta in lidi . 

Sonetto XCU. A Gherarduccio Garisendi di Bologna. V. xi. ji 
che f . sin che . 

Satira I. Vuoisi diretta a Dante Alighieri , V. 3. nel belfiore 
si dehbe intendere Fiorenza , come nel sonetto a Cec- 
co d'Ascoli è ripetuto . F. Guittone nella canzone sul la- 
mento d' Italia nel cod. Lucch. p. x 70 chiama Firenze : 
Fiorenza fior ehe sempre rinnovella, e poco sopra: vedendo 
r alta fior sempre granata, e la sfiorata fiore. Fiore si fa fé- 
minino dal Francese la fleur presso quasi tutti i Rim. 
Ant. prima di Dante . E chiamata poi il bel fior d! ogni 
mese, -per distinguere il fiore metaforico , cioè Fiorenza , 
sempre permanente , dai fiori naturali e veri , che non 
Tedonsi in tutte le stagioni-— d' ogni mese, vale come 
spess*ore, iutt* ore cioè continuamente; cosi nella canzone 
Oimè lasso ec. le rose vermiglie d'ogni tempo sono le 
labbra color di rosa della sua Donna in ogni tempo ver- 
miglie , a distinzione delle rose vere che non son vermi- 
glie xn 0^/1/ fem^ , cioè continuamente . V. 4. Tutto il 
contesto,8pecialmente adottando la lezione di Faostino Tas- 
so, cioè arme invece di ixome, mi fa giudicare cheCino scri- 
vesse questa Satira contro di Roma , della quale fu ed è 
r arme una Lupa , che allatta i gemelli , animale vile pres- 
so dei Romani , specialmente per l' osceno suo significa- 
to di meretrice . Aggiunge il Poeta che Roma prese que- 
st'Arme per ragione, ossia con ragione; vale a dire che pre- 
se un* Arme ben conveniente alla scostumatezza e malvagità 
che il Poeta intende di rimproverarle. Se col Pilli si legga 
invece d'arme, nome, potrà egualmente intendersi di Ro- 
ma, che prese nome da animale sì vile , che cioè prese ori- 
gine e fama da Troia, voce che presso i Toscani si dà dal po- 
polo alla femiua del bestiame porcino. V. 19. Gente Bai» 
duina pare che qui debba intendersi gente malvagia, ma 
di quale specie di malvagità è difficile a potersi determi* 
nare . Forse balduino fu lo stesso che baldo , baldanzoso , 
ribaldo , ardito ec. ; seppure non si volesse far derivare da 
quel Baldo villano d' Aguglione famoso barattiere , nomi-^ 
Bato da Dante nel canto 16. del Paradiso vv. 56. come 



i84 

bnrattiere . Anclie in un racconto sopra il meiiesìiAo, con* 
tcMiuto in un antico MS. posseduto dal Sig. Leopoldo Ri- 
casoH dal Ponte alla Carraja , è chiamato spirito diabolico. 
Si rileva dal medesimo MS. che « Baldo d Aguglione dot- 
tor di legge era nel numero dei Priori nel i3ii. il qua- 
le avendo privato odio inverso alcuno degli usciti, come 
rsse volte simili uomini sono sottili e inventori di mo- 
da spendere quando e' vogliono, vide che in questo he- 
neiizio comune del popolo v' era la via di potere nuoce» 
re: e questo era se nella Provisione non fussino nominati 
coloro a chi si dava il benefizio , ma piuttosto quegli o 
quella famiglia a chi egli si toglieva, acciocché perpe- 
tua] mente fossino notati dalla leggic . « Forse da questo 
Baldo ne derivò Balduino, quasi seguace di Baldo ed immi- 
tàtore dei vizi di lui. Nel sonetto a Gino di M. Onesto Bo- 
lognese: Sete voi Messer Cin sebben v'adocchio, A pag. i S-j 
d. N. E. si legge: 

Più per figura non vi parlo apante : 
Ma posso dire, e ben ve ne ricorda , 
Che a trarre un Baldovin vuol lunga corda , 
Ove Baldovin pare che stia per uomo astuto , che per ti- 
>^rlo al suo volere , bisogna pigliarlo alla larga , e dar- 
gli molta corda . Nella Novella III dell* aggiunte al Peco- 
rone si legge la voce Baldovino in significato osceno. 
Stanza IL V. i. e seg. Intende qui di Virgilio che inve- 
ce di trasferirsi a Roma dovea esser morto a Piettola , 
che secondo Topinione d'alcuni corrisponde aell' antico 
Andes nel mantovano, dove ebbe i natali Virgilio. Questo 
passo di Gino unito ad un'altro di Dante (Purg. canto i % 
V. 83, prova che l'opinione della nascita di Virgilio a 
Piettola è più antica ai quel che abbia creduto chi la ri- 
ferisce al principio del sec. XV. Ved. Tiraboschi St. Lett. 
T. I. p. 176. ediz. di Firenze del iSo5. V. 4. Invece di 
V altre come nell' edizione di Roma sostituirei altrui e ne 
rilevo questo senso : « Quando per fuggire altrui, cioè i 
nuovi abitatori , che ti spogliarono anche del tuo Fondo , 
qual paurosa smarrita mosca qui ti posasti , dove non mo- 
sche , ma pungenti vespe venir dovrebbono a punger co- 
loro che signoreggiano , occupati i primi posti , ma che 
poi, quali scimmie sedute in alto, non distinguono il be- 
ne dal male • . 
Stanza HI. V.^«. f. ha da leggersi distingua. Licenza V. a. L'e- 
dizione del Pilli ha e di Napoli conta, ma Faostino Tasso 
^^%fS^ invece e.<testa gente conta; lezione che preferisco , 
perchè, come dissi, sembrando queste Satira ^l'essere stata 
scritte piuttosto contro Roma , non so vedere cosa vi abbia 
che fare Napoli. E che veramente a Roma si riferisca, può 



i85 

anche dedursl eia queste espressioni : La tua natura, del 
gran sangue altero... S'aggiunge che il dire che a Virgilio, 
invece del viver qui, sarebbe stato meglio morire a Pietto- 
la , ne porge nuovo indizio ; poiché sebbene in molti altri 
luoghi stato Cosse quel Poeta; pure l'espressione vivere in un 
luogo indica farvi stabile dimora, la quale non fu fatta da 
Virgilio più stabilmente in altro paese, quanto in Boma . Ol- 
tredichè niun' altro paese sta meglio accanto a Piettola, 
quanto Roma , dove subito si trasferi da Piettola per recla- 
mare il possesso del Fondo perduto nella nota distribu- 
zione ai soldati fatta del territorio mantovano da Cesare 
Augusto; e da quel tempo in poi si scelse Roma per nuova 
patria . Probabilmente scrisse M. Gino questa Satira con- 
tro di Roma , quando ne dovette fuggire , abbandonando 
il posto d'Assessore del Marchese di Savoia, per la Fazio- 
ne che non volle assoggettarsi all'Imperatore Enrico VII. 
e che favoreggiava gli interessi del Papa . Laonde contro 
la parte Guelfa dominante in Roma scaricò tutte queste 
invettive . S' è tenuta la divisione delle stanze fatta dal 
.' .Ili , sebbene sembrar possa che forse vada regolata altri- 
menti . Si potrebbe credere che il Pilli , avendo stampata 
la sua edizione in Roma , usasse il riguardo di sopprime* 
re il nome di quella città , sostituendovi Napoli . 

Canzoh B Xyil. Scrisse il Poeta questa canzone contro ambedue 
le fazioni Bianca e Nera, deplorandone i mali che cagio- 
navano alla misera Italia. 
Stanza IV. V. 7. f. ha da leggersi pietoso . 
Stanza uh. V. 1. a me parvente v. an. forse a me', meo (mio) 
parere come dissero i Greci tit Ì^Sp^ mt opS, df èotKi 
ed i Latini nt video. In questo senso non la dà il vocabo- 
lario . Seppure a me parvente non debba intendersi a me. 
apparente, cioè: tu sola o morte , mostrandoti a me puoi 
giovarmi ec. 

Madrigale. Alcuni negano che sia di Selvaggia; ma non saprei 
con quali fondamenti . Lo stile ed ilpensiere non hanno 
pregi tali da ikegarlo ad una persona di cui non fosse mol- 
to il merito poetico. A me sembrerebbe appunto uno sfor- 
zo feminile per imitare in qualche modo il costume del- 
l' amico di scriver in versi i suoi amori , 

Sonetto XCIII. Questo sonetto nel Codice Redi è diretto al 
Marchese Malaspina, al quale pel marchese rispose Dan- 
te col sonetto: Degno /and trovar ogni tesoro. Al sud. so- 
netto si riporta la canzone XIII. V. i . lumera, luce, frane. 
lumiere . 

Sonetto XCIV. Nel Pilli è indrizzato ai Romani . A me sem- 
bra piuttosto su la caducità delle Umane leggi, che nul- 
la flono «enza la legge divina iscritta naturalmente nel 



i86 

oaor delirUomaV. 5. misera a tei modo usato ne/ dia- 
letto pistoiese come pare: meschin' a me, pover* a me , a te 
a lui ec. . 

PARTE QUARTA 

SoiTBfTO XCVI. Questo sonetto è imitato dal Petrarca nel senso 
opposto . Gino scrisse S Io maledico il dì eh* io veddi 
prima ec. oil Petrarca io benedico il luogo , il tempo, e 
ì Ora . V. sonetto la. p. i. Ugo da Massa da Siena avea 
/ scritto prima di Gino : io maledico V ora che*n primiero, 
amai che /uè per mia disaventura; rime antiche God. Lnc- 
chesini . 

SoKSTTO XGVm. Nelle rime antiche è attribuito a Dante 9 e co-* 
me tale lo cita il Vocab. alla voce svagare . 

SoiTBTTO XGIX. Scrisse M. Gino il presente sonetto a qualche suo 
amico, quando da Siena, dove fin da quel tempo è celebre 
la Fonte Branda o Orlanda , erasi trasferito alla montagna 
da lui detta degli Orsi, ma che non saprei a qual luogo far* 
la corrispondere . V. i. pensivo v. a. Perchè e n* ho tanto 
F anima pensiva, Fra Guitt. God. Lucch. son. 33. pag. 1 89. 
V. 9. gemmieri per gemmiere , come cavalieri per cavalle' 
re ec. sta per gioielliere dal latino gemmarìus . V. io. nel 
lapidato : come lapidario si disse per gioielliere , così il 
lapidato indicò un lavoro di pietre preziose ; di questo 
senso non dà esempio il vocabolario . Y. 1 1. metaforica- 
mente dice che interpone varj desideri al lapidato come 
le gioie si frammischiano alla pietre preziose nei lavori 
dei gioiellieri . Quale sia il senso allegorico non saprei 
dirlo . Forse dicendo che è sulla montagna degli Orsi do» 
ve erano pietre e sassi , e desiderando di riveder T amica , 
interponeva i desideri alle pietre, e così ne fiiceva una 
specie di lapidato, cioè di lavoro d'incastro da gioiellie- 
ri che legano perle (figurate ne' suoi desideri) e pietre, tra 
le quali egli stava su la montagna . Sarebbe un pensi ere 
ricercato assai, ed una metafora strana ; ma non è da ma- 
ravigliarsene negli antichi poeti, e Gino qualche volta si 
risente di questo difetto . Y. i3. Gredo che per Gualtieri 
o Guarnicri intenda del celebre Guamerio o Irnerio uno 
dei primi Dottori di Legge civile dello Studio di Bologna 
e che scrisse la famosa chiosa su le Pandette intorno al 
1x35. Yedi Tirab. St. Lett. T. 3. p. a. Lib. 4. 

SoirxTTO G. In questo sonetto il Poeta vuol fare rimprovero a 
Dante di non aver nominato né M. Selvaggia sua , né M. 
Onesto Bolognese suo grand' amico . Boncima fu verisi- 
milmente il nome del padre di M. Onesto, ossiwero il 
pome gentilizio. Y. é.scrima, cioè scherma, termine 



i87 

cavalleresco, e qui dotta scrima vale dotta tenzone, cioè la 
Qasse de' Dotti , i quali tra di loro per lo più sempre ten- 
zonano in dispute letterarie . V. 8. Dante introduce nel 
canto VI. del Purgatorio Sordello Mantovano letterato e 
poeta di grido, e nel canto XXXVI. Guido Guinizelli Bo- 
lognese , Arnaldo Daniello gran maestro d'Amore, come 
lo intitola il Petrarca . Rammenta inoltre Geraud di Li- 
moges maestro dei Trovadori Provenzali, Fra Guittone ec. 
Ma non fa motto di M. Onesto, il quale era presso, cioè 
avea merito da stare accanto ad Arnaldo Daniello; e Dan- 
te non lo curò. Neppure riconobbe M. Selvaggia , che sta- 
va li dove vide la sua Beatrice , nel Paradiso ; le quali 
mancanze Gino non può perdonargli per 1* alto con- 
cetto che avea d'ambedue. Chiama poi elegantemente 
Selvaggia /' unica Fenice per indicare le rarissime e singo- 
lari prerogative di spirito e di corpo della medesima . 
SosETTO CI. V. 6. accusarsi persona morta vale arrendersi, darsi 
per vinto . V. 1 1. da tutto questo sonetto, come da altri 
ancora, si può inferire il motivo che die origine al sonetto 
jil tribunal delFaita Imperatrice ec. cioè, qualche disgusto^ 
tra lui e Selvaggia. V. i3. mal vidi. Questa espressione 
è usata dal Petrarca nel Trionfo della Castità • lo scudo 
in man che mal vide Medusa ec. « e nel sonetto della II. 
Parte: Che fai, che pensi ec. dove « Che mal per noi quella 
beltà si vide ec. Ma per qual ragione mal vide Bologna ? 
forse per la repulsa che dicevasi avere avuto quando si 
presentò al Dottorato! Ho mostrato che questa opinio- 
ne non ha fondamento. Piuttosto aifrà voluto dire il 
Poeta che mal vide Bologna, perchè Tessere andato colà 
gli cagionò r allontanamento da Selvaggia , e da questo 
ne derivarono effetti perniciosi aUa loro amicizia , come 
raffreddamento verso di lui nell'animo di Selvaggia o co- 
se simili, onde a ragione lamentavasi d'essere disgrazia- 
tamente andato a Bologna ; ma più disgrazia per lui fu 
r aver conosciuto una Donna infedele , e che , ciò non o- 
stante , non poteva levarsela dalla mente. Potrebbe anche 
intendersi che mal vide Bologna perchè dopo aver colà 
tanto studiato non fece senno da superar questa passione. 
Ancor che 7 senno vegna da Bologna scrisse Btionagiuuta 
da Lucca . B. Ant. Cod. Lncch. p. i38. Finalmente potè 
dire che mal vide Bologna forse per essersi colà innamo- 
rato di qualche altra donna , dal qual' Amore colse sola- 
mente dispiaceri ed affanni . 
Sonetto CIL V. 8. Leggevasi nel MS. e del mio mal s'adira, 
V. 1 1 . agghiadare , o agghiadarsi da ghiado , vuol signi- 
ficare a\'er freddo , ghiacciarsi . 
So v ETTO CUI. U poeta vuol mostrare in questo sonetto quanto 



i88 

corap«ttionevole e acerbo sìa lo stato in cui l'ha ridotto 
Amore, aco avendo in questo se non il contrario di ciò che 
diletta gli altri uomini, cioè invece di pace, guerre e cru- 
deltà , quali se tornasse un'altro Nerone a commetterle , 
e invece d' amar le donne, vorrebbele veder tutte brucia- 
te vive , come già fece Nerone ai Cristiani . V. S. femina 
loda cioè laida, cosi cbiama le donne per disprezzo: mal- 
vagia» sozza ec. nel vocab. manca l'esempio pMico. V. x3. 
Jardi pianto, corte. Corte sta qui per sinonimo di allegria; 
giacché in corte regna il sollazzo, e la gioia . 

SoirsTTO CIV. Ca^ato da un Cod. Marucelliano, è pubblicato già 
nella Bella mano , 

SoiTETTO CV. V. 6. a/^o: al premio, alla ricompensa. V. ii. 
Fuolmi tu fare ancor di piacer molto, cioè mi vuoi tu 
fare ancor di molto piacere. Dimolto, cioè, grande ag- 

Settiv. e avverb. 11 Poeta lo stacca per la figura dieresi , o 
ivistoue , frapponendovi il sostantivo piacere . Queste 
maniere non sono rare negli Ant. Rim. s di non in tal 
sommetterti servaggio , ^ fiacctar. da Pisa . Cod. Lucche- 
sini p. xoa. 

S0KF.TT0 CVII. V. 6. òugiadro per la rima invece di bugiardo , 
Queste trasposiziokii di lettere erano molto in uso pi^sso 
gli Antichi nostri, èome presso dei Greci. A qnal dei Gai" 
di sia diretto quest<> sonetto non sarà facile di deciderlo . 
Forse a Guido Gi^nizzelli di Bologna , piuttosto che al 
Cavalcanti , di cut non avrebbe potuto negare la grazia e 
la leggiadria dello scriver volgare. 

SosETTO CVIXI. Quel M. JBozzone è forse Obizzo da Este Signor 
di Ferrara nominato da Dante al V. III. del canto XIL 
Inf. volgarmente Bozzone chiamato, forse invece di Opiz- 
zone. Questo Manoello,o Emanuel par che fosse qualche 
cortigiano e adulatore di Bozzone ; giacché dal Poeta 
è posto neir Inferno sotto '1 cappello d' Alesso Intermi- 
nelU da Lucca . Per cappello intendesi quel che Dante 
scrive , cioè ^ 

f^idi un col capo sì di merda lordo. 
Che non parca s*era laico o cherco , canto iK. Inf. 
Ora se questo Mannello aveva un cappello simile , se cioè 
avea il capo di tal sozzura ricoperto, vuol dire essere nel- 
la stessa condanna d' Alesso, nel luogo ove erano puniti 
gli adulatori . 

SpiiKiTO CIX. y. a. è uno scandolo fra i Poeti . V. 3. con leg- 
giadra e vaga rima , VV. 6. e 6. prende il paragone dagli 
Astrologi , i quali secondo le apparenze ed i segni di Gio- 
ve e delle Comete davano buon o cattivo aspetto alle co- 
se . V. 7. Alcuni da lui son rappresentati afflitti e dolen- 
ti, altri allegri. V. 9. Poiché gii etsempj suoi ec, i suoi 



,89 

esempi o racconti non sìnceri , i qaali pressg ii Demo- 
nio , cioè neir inf<eruo , o lungi, cioè nel Purgatorio, o nel 
Paradiso egli espone , debbono stare come i ricci , o car- 
di vuoti delle castagne , che ninno gli raccoglie e gli cu- 
ra. Altri esempj s'incontrano nei Bi malori Antichi, nei 
quali si prende la similitudine dai cardo . Così Bacciaro- 
ue da Pisa o guanto assaporar me *ifora cardia cioè quan- 
to meglio sarebbe assaporar cardi . B. Ant. Cod. Luce* 
p. X 02. tergo. 
SjOMBTTO ex. V. i3. dalla treccia vale treéca, danza, intreccio di 
ballo per metafora di treccia e di ciò che è intrecciato ; 
tuttora diciamo intrecciar contraddanze ec. Indi treccie- 
re e trecciero . Se lo scritto non. mente di fendna treccie^ 
ra ec, B. Ant. Cod. Lucch. Lunardo del Gualacca nella 
canzone come lopescie a Nasso p. 6a. tergo. Qui treccia 
per tresca intende la giostra istessa . Nel medesimo senso 
disse Baccerone di M. Baccone da Pisa : menar la danza 
vuoV arditanza nel sa^r ferire , Il yocabol. non la dà in 
questo senso . Y . x 4. teccia qui sta forse per tccca mac- 
chia . Manca al Tocab. e non n' ho altro esempio . 
SoHBTTO CXI. V. a. Due rose fresche e colte in Paradiso . Petr. 
sonetto 207. P. I. -—V. 14. cioè chi è amato , Amore non 
dispensalo dal riamare. 
Cauzomk XVIIL Stanza I. V. 12. che già'l cuor, leggevasi che 
ciascun . 
Stanza II. V. j i. leggevasi che io mi conosco tanto a rio dc" 

stino . V. i4* leggevasi nel invece di n' è *l . 
Stanza III. V. 5. e seg. leggevasi 

« che altro non dura 

« Il core quanto più gentil voi prende 
« £ se il vostro non m' intende abbastanza . 
V. 1 2. invece di sfido cioè diffido leggevasi strido • 
Stanza ult. VV. 2. 3. Il Bisenzio è un fiume che bagnando 
le mura di Prato sbocca in Arno. L'Agua è altro fiu- 
me o piuttosto torrente che attraversa la campagna a 
ugual distanza da Prato a Pistoia . La Brana è altro pic- 
icol fiume che bagna le mura di Pistoja dalla parte di 
tramontana . Ordinando il Poeta alla sua canzon.^ di pas- 
sare il Bisenzio e V Agna per andare a Pistoia , pare che 
allora scrivesse la presente canzone in Bologna , e che 
intendesse della strada che va da Bologna a Barberino , 
a Pra^o , a Pistoja . 
SovBTTO CXIII. V. 3. invece di e là, leggevasi ella . 
CjLirzoifB XlX. Stanza I. V. 8. invece di abuso leggevasi abisso» 
Stanza II. V. 5. leggevasi liceo, V. 8. leggevasi bontade^ 

schiera , 
Stanza HI. V. ult. leggevasi le braccia , 



I90 

Stanza V. V. 7. Questo luogo è gnait<i. Nel MS. si legge: 
ijual permette Amica vola e sale f. ha da leggersi a ehi 7 
permette amica , vola e saie , cioè quegli a cui virtù ami- 
ca il permette , ei se ne yola e sale ec. oppure : per amica 
sorte , vola e sale ec. 

Stanza VI. V. a. are sincope di aere. V. 6. leggevasi quant'è 
stato maggiore . V. 7. ni f. ni é, o n' ^ . V. i x . che f. che è. 

Stanza alt. V. 4. perch* è f. per chi ha. 
SoHETTO CXrV. V. 9, lo prega leggevasi Io reca . 
SoHBTTO CXV. U presente sonetto in alcune edizioni è attri- 
buito a Dante ; ma lo stile me lo fa credere di Gino ; oltre 
ali* esservi apertamente nominata Selvaggia . 

PARTE QUINTA 

Caviovs XX. Stanza I. V. 5. egli idiotismo invece di ella, sep- 
pure questo modo d'esprimersi usatissimo in Firenze egU 
è ora , egli è detto, egli èjatto ec. non è piuttosto un mo- 
do adoperato per spiegare la forza sostanziale del verbo 
essere ; onde egli è stia invece semplicemente di i . V . x i . 
bivolca manca nel Vocab. f. dal latino òubulcus, come di- 
re anima rozza, ovvero è lo stesso che bisulca cioè bru" 
tale; presa la metafora dall'unghie bisulche d'alcuni ani- 
mali . La voce bisulca non è neppur essa nel Vocabolario , 
ma la registra l' Alberti suU' autorità del Sanazzarro . 
Stanza II. V . 9, tuoi latini . È noto che questa voce sta per 
linguaggio antonomasticamente presa la specie pel gene- 
rè. L' usò il Petrarca metaforicamente del canto degli uo- 
celli ; e prima di esso, nel Poema du f^oeu du Heron. scrit- 
to in antico francese nell'anno x 338 si legge: 
« Ens el mois de Settembre , qu'estés va à declin 
« Que cit oisillon gay ont perdu lou latin . 
V. Memoires sur l'Ancienne Ghevalerie par M. de la Cur- 
ne de Saint Palaye T. 3. p. 1x9. Paris X7.8K. 
Stanza III. V. 4. Ch^ ornai ha ben di lungi al becco f erba . 
Modo proverbiale metaforico , tolto dai volatili coriacei , 
che quando hanno l'erba lontana dal becco, che cioè 
non hanno da nutrirsi, stmtano , e ne vanno penosamen- 
te in traccia ; cosi Firenze, non accogliendo più nel suo 
seno Dante , né vivo, perchè T aveva esigUato , uè morto , 
perchè era sepolto in Ravenna , rimase priva d' un gran- 
de alimento della sua gloria . V . nlt. cioè la Parte Guelfa. 
Questa canzone fu estratta da un codice della R. libreria 
di S. Marco in Venezia scritto nel x334 da Alessandro 
Con tari hi é 

SoHETTo CXVII. V. 3. appoio vale appoggiarsi. 



QàjXTOnfL XXI. Stanza II. V. a. in se cangiato legg^vasi in Iti es. 
y. 8. leggevasi : che quel che non vi disdegna . 

Stanza IV. V. 6. apparere per comparire alterna i suoi tem* 
pi , specialmente in Poesia , con apparire ; cosi apparisce 
e appare. Forse q[ui ctovrebbesi legger piuttosto a parere. 
Licenza V. a. Ugnccione della Faggiola Signore di Pie- 
tramala, uno dei Vicari del defunto Imp. Arrigo VII, e che 
prese a rimettere in Pistoia i Ghibellini nelF anno x3iS, 
A quest'epoca dunque ha da" assegnarsi la presente Can- 
zone , e di qui se ne argomenta che Selvaggia tuttora yi- 
yesse in quest' anno . 
Caitzoss XXII. Questa canzone nel Codice Chigiano e nel Ric- 
cardiano è attribuita a Guido Cayalcauti ; sebbene nel 
primo si nota che da alcuni yien creduta di Cino , a cui 
è pure assegnata nei Codd. Ricasoli , Martelli , e di Piero 
del Nero, co' quali è collazionata nel MS. Lucchesini . 

Stanza I. V. i. smagato ed infralito . rv. aa. nel Vocabo- 
lario smagarsi yale anche perdersi d' animo , essere sbi- 
gottito , come in qwesto luogo . Infralire perder le for- 
ze, indebolirsi ec. V. x3. disserrare qui sta per dichiarare, 
manifestare la propria intenzione. V. x5. augella femi- 
nino da augello come, augelletta da augelletto; non lo 
dà il Vocab. e non ho altro esempio . 

Stanza II. V. 9. sparerà i^er sparire. Dicasi lo stesso che di 
apparire per apparire. V. io. greva da gra\>are per pesare 
aggra\>are esser grave; yoce rimasta fra i contadini nel 
pistoiese . V. x 1 . grasfore per peso, gravezza ec. non l' ha il 
Vocab. né ho altro esempio . 

Stanza UI. V. 4. travagliare vale in questo luogo darsi da 
fare, trovar m^zzo, maniera ec. per conseguire un tìne. 

Stanza IV. V. 3. gravoso qui sta per malinconico . V. 9. im^ 
bramarsi, per invogliarsi, prender brama e desiderio non 
l'ha il Vocab. V. xa. meve e mene v. a. per me . Tuttavia 
si dice dai contadini , e ainche tene . 
SoHBTTo CXX. V. X. lo fino Amor. V aggiunto fino , cioè, per- 
fetto, ad Amore è dato frequentemente dagli Antichi ; cosi 
fin piacer ec. V. 6. moschetta per moschetto; nome di stru- 
mento bellico antico , che poi fu applicato a certe armi 
da fuoco maggiori dell' archibuso . V. 7. disnervo da di- 
snervare torre la forza. Qui cT am.ar non disneìvo sta per 
non cessare , mancare, indebolire: In questo^senso manca 
nel Vocab. V. 8. cara^ qui vale ritenuta, avara, parca. 
V. x4. a mal grado dei Negri perchè lo obbligavano a 
starne lontano . Ved. Vita ec. 

C^JizoirB XXIII. Sunza III. V. 6. 7. leggevasi talentoso tien 

miracol gente. V. i3. di piana per di piano liberamente» 
agevolmente . 



Stanza IV. V. 18. tpcra qui tU per speranza. Fran. espoir. 
E lo mio desire conforta la mia spera, Paganino da Sere- 
zana p. i5a. Cod. Lucch. p. 3. Manca nel Vocab. 
Stanza V. V. 8. FoHunale per tempestoso usato dal Boccac- 
cio ed altri . 
Cajtzqjtb XXIV. Sunza II. V. io. bailire ▼. a. reggere, governa- 
re; portare, da òajulo porto . Nel Vocab. manca T esem- 
pio poetico . 
Stanza III. V. 4. spietanza opposto di pietanza vv. aa. né 
d'uso elegante ; di li spietà e ^ietato f. manca al Voc. V. 6. 
tutto gicchito, gicchito o agieccbito, vale abbiettito , fatto 
abbietto : eJè cosi agiecchito, nelle Rime antiche del Cod. 
Lticchesini . Canz. d* Arrigo fialdonasco che incomincia: 
Lo fino Amor piacente; e giachiti a terra tristare, languii 
re, nella canz. d* Inghilfredi che incomincia : conoscenza 
penosa, angosciosa!, c#pag. aa. tergo. Manca nel Vocab. 
Vale anche stanco , 
Stanza IV. V. 4. al mio partente al mio parere ec. 
Stanza V. V. 4. negghienza, pigrizia , trascuraggine . Vy. aa. 
donde neghiettoso o neghittoso . V. alt. di gio* mendico 
abbrevi atuia ovvia negli Antichi invece di gioia . 
SoHBTTO CXXU. V. 7. bellore come riccore , vv. aa. per bellezza 

e ricchezza . Il vocab. cita 1* esempio di Gino . 
SoKBiTO CXXUL V. a. Angelica figura mi parete. Il Petrar. disse 

In dolce, umile, angelica figura ; sonetto aaO. P. I. 
Sonetto CXXV. V. ^. poi non v è: poiché ec. V. 11. aduenante 
per avvenente. Si noti V uso degli Antichi di scrivere mol- 
te parole alla latina , ad venire , advertire, che oggi scri- 
vonsi con doppio v . 
CANzoirsTTA. , V. 14. volgeste, era voleste , V. ult. forse dee fini- 
re cosi : e fora lieve altrui . 
Cauzohe XXV. Stanza I. V. 9. era trovando a pianger. V. 14. in- 
vece d*omai era tra, V. 17. non veder i, ha da leggerai 
non leder. 
Stanza II. V. 6. f. invece di pone deve dire porre .V. la. f. 
invece di per deve dire che , 
BAX.I.ATA X. In risposta alla precedente . VV. 5. e 6. incarcato, e 
corcato v. a. per caricato. Fra le .citate Rime antiche nel- 
la canzone di Amorozzo da Firenze che incomincia: 

Lontan vi sono, ma presto cielo core, 
s* usa la stessa similitudine 

Come V albore che troppo è carcato 
Che frange e perde sene e lo suo frutto : 
Amore ec. 
Nelle dette Rime si trova pure la presente balIaU, ma è 
data ad Albertuccio della Viola . 



193 

Ballata XI. riportata anche dal Pilli sotto nome di madrigale . 
Avendola trovata nel Cod. Lucchesìni molto variata , ho 
stimato bene dì riportarla nuovamente tal quale . 
SouRTTO CXXVI. V. a. $ìfa f. sa far togliendo i due punti do- 
po dice del verso superiore . 
Sonetto CXXVII. V. la. parente per apparente, manifesto. 
Manca al Yocabol. Forse questi due versi dehbou diie 
cosk : 

« Voi siete sol d* ogni apparenza fore 
« Per lo contrario c'è il valore aperto. 
SoiTETTO CXXVIII. V, j 1. Invece di tratto è sostituito ratto, cioè 

rapimento . 
Sonetto CXXIX. V. 5. invece di poi se forse deve dire poiché 
V. z I . e segg. leggeva nsi : 

« L'entrata lascio per la mia finestra 
« Per voi che '1 mio creder non è manco 
« Prima che stato sia o dentro , o estra 
• Rotto ec. ec. 
Sonetto CXXX. V. 5. di quella gente f. gente sta qui per gentile . 
Sonetto CXXXIV. V. i. Codd. Bisc. Ricas. Martel. Giovanna. 
Sonetto CXXXV. V. i i . respinto era pinto . 
Sonetto CXXXVIII. V. 6, Otranto indebolito, oppresso. V. 9. ta^ 
Untare aver piacere, aver in grado, bramare: lo core mio 
non già guarir talenta, F. Gùitt. Cod. Lucch. sonetto x 74* 
p. aa5. V. I i. rancura affanno . 
Sonetto CXXXIX. Questo sonetto è riportato anche dal Pilli , 
ma nel Cod. Lucch. avendo molte variainti , si è ripro- 
dotto tale quale . 
SoNE'fTO CXLI. V. ult. intento era intendo. 
Canzone XXVII. Stanza I. V. a. spaurire per deporre la paura 
come sembra qui significare non Tha il vocab. V. 7. sm**^ 
ghire diceva smarrire. 
Stanza II. V. S.feo temer diceva Deo teme. 
Stanza V. V. 5. appetto, cioè davanti; diceva spesso . V. i3. 

per f. deve leggersi pur. 
Stanza VI. V. 3. perdendo diceva prendendo. 
Sonetto CXLIII. Questo sonetto è riportato anche dal Pilli , ma 
trovandosi moho variato nel Cod. Lucch. ho stimato be- 
ne di riferirlo qual ivi si legge . 
Canzone XXVIII. V. i. ^o' invece di poi che. 

Stanza IIL V. 9, semblare per sembrare v. a. Nel Vocabol. 

manca 1* esempio poetico . 
Stanza V. 4. De profundis clamavi ec. V. la. vago f. va» 
no — coraggio qui sta per cuore, v. a. che nulC altro co» 
ragio porta aver gioj'a ver core innamoralo . Rinaldo d'A- 
quino Rime Ant. Cod. Lucch. p. a4. Ha dato probabil- 
mente l'esempio al Petrarca per quella alla Beata Vergine 



194 

al fine dell' ultima parte. Sì neU*aiia che nell'altra) il Poe- 
ta piange gli crron dell' amorosa TÌta trascorsa . 



N. B, alla Pag. 171. di queste Note V. 4* dopo fra Guìuone ai 
aggiunga : ed un* altro di Dante da Maiano . 

Pftg. 176. V. 44. dopo la parola vocabolario s'aggiunga: che 
per altro ha rimiro . 

Pag. 184. alla fine della nota alla Satira I. si aggiunga: In una 
nota del Sahini posta in margine di un Codice di Rime An- 
tiche si avsferte die il vocabolo di Baldovino significa Asino . 
Qaesta notizia mi è stata comunicata dal chiariss. Sig. Ab. 
Fiacchi , quando ertno già stampate queste mie note . 



Fiirv'DKLLB Note • 



■■■» ' 



^m^mm^f^^ 



INDICE 



DELLE RIME 



Amor la doglia mia non ha conforto . Madrigale 

Ange] di Dio simiglia in ciascun atto . BaUata 

Ahi Dio! come s' accresce iii forte ponto. 

Ayyegna che crudel lancia intraversi. 

Amor è uno spirito che ancide. . .' . 

Ahimè! ch'io veggio per entro un pensiero 

Ahimè! ch'io veggio che una Donna viene 

Amor la dolce vista di pietate . . . 

Amor , si come credo , ha signoria . 

Amato Gherarduccio quand' io scrivo 

Anzi che Amore nella mente guidi . 

A che , Roma superba , tante leggi . . 

Ahi lasso eh' io credea trovar pietate . 

Amor che viene armato a doppio dardo 

Al mio parer non è eh' in Pisa porti . 

Amor che vien per le più dolci porte. 

A la battaglia ove Madonna abbatte 

Amor, ch'ha messo in gioja lo mio cuore. Ballata, 

Amico y se egualmente mi ricange ...... 

B 

l>en' è si forte cosa il dolce sguardo 

Bella , e gentile , amica di pietate 

Ben dico certo che non fu riparo 



Pa« 



17 
a8 

37 
46 

5o 

63 

71 

79 
85 

87 

99 
104 
ixo 
1x3 
xi5^ 
118 
laa 
147 
i53 



5o 

67 

116 



dome in quegli occhi gentili, e in quel viso 3 5 

Ciò eh' io veggio di qua m*è mortai duolo . . . . . . 41 

Con gravosi sospir traendo guai 78 

Ciò che procede di cosa mortale 87 

Chi ha un buon amico e noi tien caro . i55 



196 

Cuori gentili e serventi d* Amore . Canzone i38 

Cecco io ti prego per virtù di quella 96 

r^ro mio Gherarduccio io non ho 'nveggia i33 

Come non è con voi a questa fesU 142 

Cercando dì trovar lumera in oro 104 

D 

Degno 8on io eh' i mora . Canzone 3 x 

Deh com* sarebbe dolce compagnia , . . 34 

Ponna io vi miro , e non è chi vi guidi 42 

Da che ti piace Amore, ch'io ritorni . Canzone . . . 55 

Deh ascoltate come il mio sospiro . Ballata 74 

Donna, *1 beato punto che m'avvenne. Ballata. . . . Uem 
Deh piacciavi donar al mio cor vita . Ballata ..... 7Ì 
Di nuovo gli occhi miei per accidente. Canzone. ... 81 

Dante, io ho preso l'abito di doglia * . 88 

Da poi che la Natura ha fine posto . Canzone 89 

Druso se nel partir vostio in perìglio « . . 94 

Deh Gh era rd uccio , co m'com pasti tue 100 

Dell quando rivedrò *1 dolce paese . Satira idan 

Dante io non odo in qual albergo suoni 1 1 a 

Deb non mi domandar perch' io sospiri 127 

Dante quando per caso s'abbandona i5i 

E 

lligli è tanto gentile et alta cosa 66 

Era già vinta e lassa l' alma mia 78 

F 

■T a' della mente tua specchio sovente iSa 

Fior di virtù si è gentil coraggio . . i6a 

G 

vtIì occhi vostri gentili e pien d'Amore %o 

Guarda crudel giudlcio che fa Amore 42 

^Gli atti vostri , gli sguardi e '1 bel diporta 49 

Gentil donne valenti or me aitate 5g 

Già trapassato oggi è V undecim* anno 83 

Geutil mio Sir lo parlar amoroso . Madrigale io3 

Giunto dolore a la racMrte m'invita i34 

G iiai dando voi 'n parlare et in sembianti 141 

(xeutll mio Sire il parlare amoroso ^o/Za/a.' 148 

Graziosa giovana onora e eleggi i54 



197 



In sin che gli occhi miei uon chiude morte ** 

10 son si vago della iella luce * 

11 Zaf'fìr che dal vostro viso raggia ** 

Io non domando Amore . Ballata ^* 

In disnore e *n vergogna solamente ....•• r • ** 

10 non so dimostrar chi ha '1 cor mio ^ 

11 mio cor .che ne* begli occhi si mise ^^ 

11 dolor grande che mi corre sovra 

Io sento pianger l'anima nel core ' • • • • ^* 

Io non posso celar '1 mio dolore *7 

Io trovo 'l cor feruto nella mente . r . • • ^ 

10 prego Donna mia . Ballata J* 

11 sotti 1 ladro che negli occhi porti ^* 

Io fui 'n sull'alto e *n sul beato monte *^ 

Io maledico 1 di eh' io veddi prima ^^* 

Infra gli altri difetti del libello. . *'** 

In verità questo libel di Dante *^^ 

Io guardo per li prati ogni fior bianco. Madrigale . . • ^43 

Io mi san dato tutto a tragger oro. Madrigale. -. • • ' ^Z 

Io era tutto fuor di stare amaro ^ . * 

Io son colui che spesso m' inginocchio . *^7 

L 

Li o fin piacer dì quell'adorno viso '9 

Lasso ch'io più non veggio il chiaro Sole • ^^ 

L'anima mia vilmente è sbigottita. ** 

La grave udienza degli orecchi miei 

La bella donna che 'n virtù d'Amore . ...*••• 

L'intelletto d'Amor che solo porto . ^ 

L* uoni che conosce è degno ch'abbia ardire. Canzone . . 4^ 

L'anima mia che va si pellegrina * 

La bella stella che '1 tempo misura . Canzone ' ' ' ' * J^ 

L'alta speranza che mi reca Amore . Canzone 

La dolce vista e '1 bel guardo soave . Canzone 9^ 

Lasso pensando a la destnitta valle ^ 

L' alta virtù che si ritrasse al Cielo . Canzone . . • • * ' ' 2 
Lo gran de^io che mi stringe cotanto. Canzone . . • • '^ 

Lo iino Amor cortese ch'ammaestra ' ^ 

La vostra disdegnosa gentilezza . Canzonetta '4^ 

La dolce innamora nza . Ballata *^^ 

Li più begli occhi che ha vesser mai / • ^49 

Li vostri occhi gentili e pien d' Amore * ^" 

Lasso che amando la mia vita more . Canzone i58 



19» 

M 

Madonne mie vedeste voi raltr* ieri . ....... aS 

Moviti pietate e va' incarnata 5i 

Madotina , la beltà vostra infolJio 64 

Mille volte richiamo '1 di mercede. Sestina 71 

Madonna la pietate. Ballata à ' * , . 'j% 

Mille dubbi in un di, mille querele 84 

Messer lo mal che nella mente siede 9S 

Messer Bozzon , il vostro Manoello .1x4 

Mille volte ne chiamo e *1 di mercede. Canzone . . . .116 

Maraviglia non è talor s'io movo 122 

Mercè di quei Signor , che è dentro a meve . . t . . i55 

N 

■K^ on che 'n presenza della vista umana 64 

Non credo che 'u Madonna sia venuto . ' 97 

Naturalmente chere ogni amadore 98 

Non v'accorgete, Donna ,d* un che more . . . . .107 

Nelle man vostre, o dolce donna mia. • loft 

Non spero che già mai per mia salute . Canzone . . . . i45 

Novellamente Amor mi giura , e dice 1 5o 

Novelle non di veritate ignude x 53 

O 

Occhi miei deh fuggite ogni persona 18 

Ohimè lasso or sonvi io tanto a noia 33 

O voi che siete ver me si Giudei 4^ 

Ora sen' esce lo spirito mio 60 

O giorno di tristizia e pien di danno 6 a 

Ogn' allegro pensier eh' alberga meco 70 

Onde ne vieni, Amor, cosi soave 77 

O Tu , Amor , che m^ hai fatto martire id. 

Ohimè lasso quelle treccie bionde. Canzone 85 

Or dov'è. Donne, quella *n cui s'avvista 142 

O voi che siete voce nel deserto 1 5o 

O Dio po' m' hai degnato. Canzone i63 

P 

Perchè nel tempo rio . Canzone ......... 69 

Pietà e mercè mi raccomande a voi . . . - 58 

Poscia eh' io vidi gli occhi di costei 66 

Poich'io fui, Dante, dal mio natal sito 93} 



»99 

Perchè voi state forse ancor pensivo ........ 109 

PoIcV io non truò chi con meco ragioni 119 

Pianta selvaggia a me sommo diletto ii5 

Poiché saziar non posso gli occhi miei . ikTo^/n^tf/e . . . i23 

Poiched e' t' è piaciuto , Amor , eh* io sia . ; . . . . laS 

Per una merla che d' intorno al Tolto . 1 5a 

Picciol dagli atti , rispondi al picciolo 1 54 

Q 

i^ual dura sorte mia , Donna , acconsente ...^..11 

Questa donna che andar mi fa pensoso i ^ 

Quando Amor gli occhi rilucenti e belli . Canzone . . , 1 5 

Quando io pur veggio che sen yola il Sole . Canzone . . 35 

Quella Donna gentil che sempre mai 60 

Questa leggiadra Donna ched io sento ...... .^ 691 

Quanto più fiso miro . Ballata 73 

Quando potrò io dir , dolce mio Dio . Canzone . . . 79 

Quando ben penso al picciolino spazio . g3 

Quai son le cose Tostre ch'io yi tolgo xi3 



S 



I 



^aper vorrei s' Amor che Tenne acceso i3 

Sta nel piacer de la mia Donna Amore '..14 

Se *1 vostro cor del forte nome sente . • i S 

Se mi ripute di niente alquanto, é ai 

Se mercè non m' aita il cor si more ........ 29 

Se '1 viso mio a la terra s'inchina 3o 

Se non si muor non troverà mai posa 34 

Se gli occhi vostri vedesser colui 61 

Se voi odiste la voce dolente , id, 

Seuza tormento di sospir non vissi. ...>«.... 67 

Si è 'ncarnato Amor del suo piacere « . Sa 

Signor e' non passò mai peregrino 88 

Se tra noi puote un naturai consiglio 95 

Signore io son colui che vidi Amore , id. 

Se mai leggesti gli scritti d' Ovidi 99 

Si m' ha conquiso la Selvaggia gente . Canzone .... ioa 
Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi . . . .-. . .109 
Su per la costa Amor de l'alto monte . Canzone . . . . i25 

Si m' hai di forza e di valor distrutto 127 

S' io smagato sono et infralito . Canzone i3x 

Sì mi distringe Amore . Canzone i35 

Sì doloroso non f>otria dir quanto. > 1 56 

Sete voi Messer Gin se ben v'adocchio 157 



200 



T 



* ulto mi salva il dolce lalntare ^" 

Tu che sei voce che lo cor conforte ^^ 

Tant* è r angoscia eh* aggio dentro al core »'* 

Tutto ciò eh* altra i piace a me disgrada , id. 

Tutte le pene eh* io sento d* Amore '4i 

Tanta paura m* è giunta d* Amore . Canzone . . • . - . i ^9 



V 



Voi che per nova vista di ferezza. • '9 

Vedete 9 Donne, bella creatura *4 

Veduto han gli occhi miei sì bella cosa 7^ 

Vinta e lassa era già 1* anima mia .;..-•*•• '^^ 



U 



U na gentil piacevol giovinella ^^ 

Uomo lo cui nome per effetto 5i 

Udite la cagion de* miei sospiri . . 5& 

Una donna mi passa per la mente «63 



•/■ 



CCMIREZIONI 

NELLA V ITA ec. 



_. XIX. terso 4. i3i6 1616. 

—; 36. nota (b) Omz. XX. P. V. — Cane. XV. P. IL 

•^ 1 64. verso 9. Grabrog -— Graberg 

.— 175. verso ao. il legga così : e d' Iside in on a. i. p. il G. si 

legge ec. 
— verso 29. vedonsi -^ si videro 

NELLE POESIE 

Ganz. XX. Stanca III. verso x 7 . ha' — ha 
Canz. yr. Stanza I. verso 8. ferire . — ferire 

verso 9. Qaesto verso va indentro come gli altri della strofe • 

NELLE NOTE 

Pag. 190. verso 4x. nel i334 »— nel x534. 
-— 1 3 1 . verso 27. dottorato ! •— Dottorato ? 

— 193. verso IO. eie — - ci è 

— 194. verso 9. il vocabolo di Baldovino '^^ il vocabolo i?0^ 

dovino . 



STAMPE^II^ ROSINI 



•^ À* 



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